Attualità
9 maggio, 2011

Gheddafi, scrittore mancato

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Mentre in Libia continua la guerra, i giornali arabi riscoprono i tentativi letterari del dittatore. E notano come alcune sue novelle, lette alla luce degli accadimenti attuali, appaiano quasi profetiche

Conoscevamo già il Libro Verde con il quale ha esposto al mondo la dottrina socio politica alla base del regime in cui stringe la Libia fin dagli anni Settanta. Ma è più bizzarro che abbia deciso, un bel giorno, di darsi alla narrativa con 'Escapade en enfer et autres nouvelles'. Si tratta di sedici racconti firmati da Muammar Gheddafi, pubblicati inizialmente in Libia tra il 1993 e il 1995, tradotti in francese (éd. Favre, 1998) con prefazione di Guy Georgy, primo ambasciatore francese in terra libica dopo il colpo di stato che aveva rovesciato re Idris. Una traduzione italiana, edita dal Manifesto libri, è uscita nel 2006.  E con la Libia nel caos della rivolta, il caso del presunto divertissment letterario del suo despota è tornato d'attualità sui media arabi.

Il Gheddafi che firma la 'Fuga dall'inferno' è lui o non è lui? Secondo alcuni intellettuali libici non c'è alcun dubbio: non si tratta di un caso di omonimia. Del resto, chi altro scriverebbe frasi come "Vedremo sprofondare il cristianesimo non appena le persone si accorgeranno che sono stati imbrogliate proprio da coloro che gli avevano detto che Cristo si è fatto crocifiggere per perdonare i peccati…" o anche "i cristiani si accorgeranno e forse capiranno che la storia di Cristo crocifisso per loro è una menzogna storica. Così rinunceranno al cristianesimo e marceranno sulle chiese per distruggerle, spezzeranno croci, tireranno via i preti e le monache e dichiareranno che Gesù non è che un profeta d'Israele inviato al popolo per correggere la legge di Mosè, né più ne meno?".

A riportare vari brani del libro è il quotidiano libanese 'L'Orient-Le Jour' che nel suo supplemento culturale, qualche settimana fa, ha deciso di analizzare in profondità i testi firmati da Gheddafi. II giornale libanese spiega come molti studiosi locali abbiano identificato in "La Mort", saggio dal titolo eloquente, l'ineguagliabile "penna" del dittatore-scrittore. I sostenitori di questa tesi si dicono particolarmente colpiti dal passo in cui il Colonnello suggerisce ai lettori di non trasformare i propri figli "in ratti che vanno di buco in buco, di riparo in riparo, di marciapiede in marciapiede!". Tre mesi fa, infatti, a quasi vent'anni dall'uscita di 'Escapade en enfer', Gheddafi si è rivolto in video agli insorti del movimento di rivolta 17 febbraio, chiamandoli "ratti pagati dai servizi segreti stranieri" e minacciando di perseguitarli "pulce per pulce, casa per casa, strada per strada".

In un altro testo, lo scrittore rende omaggio alla "liberté des foules", la libertà delle folle, formulando un'inconsapevole premonizione: "L'oppressione esercitata dalla moltitudine è la più violenta perché nessuno può resistere alla forza cieca del torrente che vince su tutto". E aggiunge: "Che io ami la libertà della folla, il suo entusiasmo dopo la rottura delle catene, quando questa lancia urla di gioia al cielo e canta dopo le lacrime della pena. La amo, ma come la temo e ne dubito!". Vent'anni dopo, vista la situazione, si direbbe che il Colonnello ci ha visto lungo.

L'autore ne approfitta anche per fare della filosofia: "La morte - chiede in un passaggio - è maschio o femmina?". Tornando al passato, rievoca il decesso del padre, spentosi a cent'anni dopo aver combattuto incessantemente. In uno dei capitoletti intitolato "Le communisme est-il vraiment mort?" (Il comunismo è davvero morto?), Gheddafi ne approfitta per scagliarsi contro i cristiani e annuncia che le "razze d'America si uccideranno le une con le altre come avviene in Libano". Dopo aver giurato che "il comunismo non è morto", trova il tempo per analizzare le ragioni della caduta dell'Urss e afferma che la rivoluzione russa non è stata altro che una brutta copia di quella francese del 1789. Anche perché Lenin e Stalin "ne sont que deux disciples de Robespierre e Danton…", ovvero non sono che due discepoli di Robespierre e Danton.

In "La ville et le village" (la città e il villaggio), la presunta Guida attacca duramente la vita cittadina e canta il ritorno alle origini. "La città è un incubo - si legge - non è gioia. La città è la tomba dei legami sociali, un macinino che tritura i suoi abitanti… Scappate dalla città!", ordina ai lettori. In "La Terre", l'autore si reinventa "green" e da ecologista sprona i suoi a proteggere la natura, a non "uccidere la terra perché allora voi ucciderete voi stessi". In "Il suicidio del cosmonauta", con qualche contorsione letteraria, Gheddafi tenta di buttarla sul ridere ma fallisce: la novella termina in tragedia. Lo scrittore-dittatore dipinge in poche righe l'incontro tra un cosmonauta, viaggiatore dello spazio, e un uomo di villaggio. Il colloquio tra i due finisce quando il cosmonauta decide di togliersi la vita per "disperazione di non aver trovato sulla terra un lavoro tale da poter vivere".

In un articolo pubblicato sul giornale arabo-libanese an-Nahar c'è chi ha anche paragonato l'opera di Gheddafi a Khalil Gibran, Amin Rihani e altri padri della Nahda, la Rinascita araba. Numerosi "meeting" e convegni sono stati organizzati in Libia per analizzare in profondità i testi di questo autore dal nome discusso e discutibile. I critici arrivati da ogni angolo del mondo arabo, compreso il Libano, si sono interessati alla questione rilevando l'importanza e la magnificenza di questi scritti. Viene un sospetto. "Gli atti dell'incontro e le conclusioni - rivela ancora L'Orient-Le Jour - sono in seguito state pubblicate". Il che potrebbe anche aver spinto gli studiosi a dare giudizi precipitosi o ad affermare una cosa per un'altra...

Piena di "riferimenti storici azzardati" e di "citazioni rubate dal Corano" per alcuni, "originale" e "profonda" per altri, c''è anche chi crede che l'operetta sia in realtà completamente priva di valore letterario. Nel suo giudizio, l'Orient-Le Jour parla di fiacchi personaggi collocati in paesaggi crepuscolari. Il narratore è onnipresente e, riga dopo riga, tenta di inculcare nella testa del lettore le sue verità ripetendo petulante idee e concetti mistici. Charles Chehwan, poeta libanese, ha commentato la faccenda pubblicando un articolo intitolato: "Un Beduino analfabeta ferrato in ecologia". A quanto pare, taglia ironicamente corto anche Elias Khou­ri, al pari di Saddam Hussein, autore dell'indimenticabile 'Zabiba e il re', i due dittatori "si sono ritrovati colleghi nella creazione letteraria e nel loro modo di trattare il reale come se fosse un'opera teatrale". Fino al tragico finale.

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