Due residenze, Bergamasco vicino Genova e la mitica "Nelson Mandela" di Visone, in provincia di Alessandria, hanno già chiuso. Le altre quattro, tutte tra le province di Genova e di Asti e Alessandria rischiano la stessa fine, col risultato di mettere in mezzo a una strada decine di ospiti ex-tossicodipendenti della Comunità di San Benedetto al Porto. Quella di Genova, quella di don Andrea Gallo, il sacerdote "no global" (etichettato in altri modi pittoreschi come "comunista" e "buonista") che a 84 anni suonati (e una lucidità non comune) lancia oggi l'allarme su Facebook: "Le Asl ci devono 400mila euro. E' incredibile! Gridate con me!". "Dalle regioni con cui siamo in convenzione per l'affidamento dei detenuti tossicodipendenti ci dicono che non hanno più soldi. Persino il ministero degli Interni ha fatto sapere di non essere più in grado di pagare neppure i 40 euro giornalieri per gli otto profughi libici che ospitiamo. Per loro il Viminale ha promesso un permesso di soggiorno per Natale. Poi, però che faranno? Andranno in mezzo a una strada?".
E' amareggiato e disperato, don Gallo che contattiamo mentre è in viaggio di ritorno da Roma dove ha partecipato ad un programma di RaiTre. Amareggiato perché non può più fare fronte alle numerose richieste che gli arrivano dalle carceri italiane. "Mi scrivono i familiari dei detenuti che si dicono disposti persino ad indebitarsi per poter entrare nelle nostre strutture. Io dico: che razza di servizio sociale è questo!".
401.036,49: questo è l'ammontare del credito che la Comunità non riesce ad esigere dalle amministrazioni. Si va dai 140mila euro della Asl genovese ai 44mila di quella astigiana, 43mila dal Consorzio solidale di Alessandria e via via le aziende ospedaliere di mezza Italia da quelle della Lombardia a quelle della Toscana fino a Foggia. Dovrebbero aspettare al massimo 90 giorni per i pagamenti. "E invece da alcune regioni aspettiamo inutilmente da un anno, un anno e mezzo. Dal Lazio dobbiamo ricevere 105mila euro - dice don Gallo - ma anche lì ci hanno risposto che, pur comprendendo le nostre ragioni, non c'è un euro". E quindi, inevitabili, sono cominciati i licenziamenti. "Di 40 operatori, compresi psicologi e assistenti sociali, ne stiamo mandando via a malincuore una decina - lamenta don Gallo - e degli oltre cento ospiti che normalmente accogliamo siamo dovuti scendere alla metà, una cinquantina". San Benedetto, che l'8 dicembre prossimo festeggerà i 42 anni di attività, ha sempre rappresentato un'anomalia di fronte agli standard "proibizionisti" della maggior parte delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti.
Innanzitutto, perché non ospita solo quelli: ragazze di strada, transessuali, persone con disagio psichico, profughi hanno trovato posto fianco a fianco nelle loro "cascine", come le chiamano. Ma anche per l'impegno politico del fondatore da sempre in prima linea contro le disuguaglianze sociali e a favore di un approccio "antiproibizionista" rispetto alle sostanze stupefacenti. Regolate da una legge, secondo don Gallo, causa primaria di questa drammatica situazione.
"Purtroppo ci portiamo appresso ancora la legge Fini-Giovanardi. E' grazie a quella legge che le carceri scoppiano fino a contenere un numero di detenuti stipati per il 140% in più dei posti disponibili". Non esiste neppure più un'interlocutore sulle tossicodipendenze, dopo che Giovanardi ha dovuto lasciare baracca e burattini insieme a tutto il governo Berlusconi. Al suo posto è rimasto il professor Serpelloni a capo del Dipartimento Politiche Antidroga. "Proibizionista" di ferro ma senza la copertura politica che il sottosegretariato di Giovanardi poteva garantire. Intanto, però, a bussare alla porta della Comunità San Benedetto continuano ancora in tanti e ormai l'eroina non ha più l'esclusiva. "Abbiamo accolto due minori dipendenti dal video-poker. Della dipendenza dall'alcool, poi, non ne parliamo". E' disperato don Gallo. "Non riesco più a sopportare questo cinismo verso i giovani, di cui ultimamente si fa un gran parlare". Che fare? "Stiamo raccogliendo le firme per fronteggiare questa situazione. Con noi c'è il Gruppo Abele e tante piccole comunità che non ce la fanno più. Ormai tutto questo somiglia sempre più a un'alluvione", conclude don Gallo evocando una calamità che la città conosce troppo bene.