Attualità
16 dicembre, 2013

Il radicale Lucio Bertè espulso da Roma 'Persona pericolosa' per tre cartelli 

L'assurda vicenda del dirigente radicale. Un sit-in pacifico a San Pietro contro la costruzione di un parcheggio a Milano gli costa il foglio di via e il divieto di rientrare nella Capitale per due anni

'Persona pericolosa per la sicurezza pubblica': così è considerato il radicale Lucio Berté, reo di aver manifestato da solo, con un cartello, davanti a piazza San Pietro per salvare il cimitero paleocristiano di sant'Ambrogio. La polizia lo ferma, lo denuncia, lo rispedisce a Milano e gli vieta di tornare a Roma per i prossimi due anni.

Quando comincia questa storia?
E’ una storia che inizia da lontano, nel 2000, quando a Milano la Giunta Albertini varò il piano urbano dei parcheggi indicando una serie di zone, tra le quali alcuni punti del centro storico fino a quel momento considerati “intoccabili”. Uno di quei luoghi era Piazza Sant’Ambrogio.

Accanto alla basilica?
Esattamente, ma il punto non era la basilica. Il parcheggio interrato avrebbe sostituito una zona di valore storico e simbolico inestimabile: un’area cimiteriale risalente al paganesimo, poi divenuta un cimitero paleocristiano, adiacente alla basilica, che Sant’Ambrogio costruì in quel punto proprio perché vi erano sepolti i cristiani martirizzati dalle persecuzioni romane.

E come fu possibile che un parcheggio venisse progettato proprio in quella zona?
Si trattò di un concorso di elementi. Non ultimo dei quali la possibilità dei sindaci di agire liberamente, in deroga alle leggi ordinarie, sulla base dei poteri commissariali conferiti loro dalla legge sulla Protezione Civile modificata dal governo Berlusconi. Il sindaco Albertini ebbe i pieni poteri dal Presidente Berlusconi e dal Ministro degli Interni Maroni.

Lei denunciò la vicenda?
Si trattava di tutelare un bene protetto dalla Convenzione UNESCO sui bei immateriali del 2003: quel parcheggio avrebbe danneggiato in modo irreparabile non solo un sito di enorme valore storico, civile e religioso, ma soprattutto un patrimonio dell’umanità insostituibile in termini di memoria. Le sovrintendenze, progressivamente indebolite da quella che si può considerare una vera e propria strategia, finalizzata a consentire interventi di speculazione immobiliare nei centri storici di tutta Italia, anche in quel caso si comportarono come Ponzio Pilato rinunciando ai loro poteri e dichiarando che il parcheggio veniva imposto loro dalla volontà politica. All’inizio del 2006 spedirono i documenti a Roma, al Ministero dei Beni Culturali: il Ministro Rocco Buttiglione demandò la decisione al comitato tecnico-scientifico, che convocò una commissione di “saggi” nominati dal Sindaco Moratti apposta per convalidare quella scelta, senza alcuna veste giudiziaria.

Come tentò di opporsi a quella decisione?
Annunciai la mia iniziativa al Parlamento Europeo nel 2008, durante un convegno sulla libertà religiosa, la confermai in una mozione nel Congresso di Radicali Italiani nello stesso anno, la portai avanti sia a livello comunale che regionale e andai vicinissimo a vincerla nel 2009, quando in Consiglio Regionale i voti favorevoli prevalsero, ma un’astensione fece mancare il quorum. Nel 2010 i lavori iniziarono.

Da allora nient’altro?
Come no. Nel 2012 abbiamo ottenuto due delibere unanimi, prima in Consiglio Comunale e poi in Consiglio Regionale, purtroppo senza alcun effetto concreto. Attualmente altre due delibere sono all’ordine del giorno in Comune e alla Regione, in attesa di votazione nelle prossime settimane.

Così si arriva allo scorso 5 dicembre.
Sì. Io arrivo a Roma per manifestare davanti a San Pietro. Lo faccio proprio per l’indifferenza della Curia milanese, che non si è mai minimamente opposta alla costruzione del parcheggio anche se le istituzioni politiche locali dimostravano di essere interessate ai valori che essa avrebbe dovuto difendere. Spero di portare la vicenda all’attenzione di Papa Francesco, il papa che vuole rimettere al centro la Chiesa delle origini, la Chiesa dei martiri, in contrapposizione alla Chiesa degli affari.

In modo non violento?
Assolutamente. In digiuno da quella mattina (un digiuno tuttora in corso), espongo tre cartelli da appendere al collo con le scritte “No parking against christian martyrs”, “I martiri hanno scritto l’editto di Milano”, “Cimitero dei martiri cristiani: un luogo per pregare, meditare, riflettere in religioso silenzio” e un ombrello con la scritta “Radicali per Sant’Ambrogio”.

Davanti alla basilica?
In via della Conciliazione, come mi viene indicato dalla Polizia Municipale, che mi chiede se ho avvisato la questura. Rispondo di no, ma telefono subito a mia figlia, che manda immediatamente il fax. La notte dormo all’addiaccio, insieme ai senzatetto.

Tutto tranquillo, insomma.
Fino a quel momento sì. Poi, il giorno dopo, mentre prendo il cappuccino del mattino, mi rubano l’ombrello. E allora lo sostituisco con un altro cartello, recante la stessa scritta, che attacco con lo scotch su una delle transenne di via della Conciliazione.

E qua iniziano i guai…
Sì, perché il giorno dopo la Polizia mi chiede di rimuoverlo. Dice che i cartelli al collo posso portarli, ma quello attaccato devo toglierlo. Io mi rifiuto, spiegando che quello è il mio unico segno di riconoscimento. E a quel punto loro lo tolgono, mi perquisiscono e mi portano al commissariato.

Addirittura?
Là mi sequestrano anche gli altri cartelli, quelli che portavo al collo. Mi fanno un verbale di elezione di domicilio, e io nomino un avvocato. Sono denunciato per violazione dell’art. 650 del Codice Penale.

Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità? Per due cartelli?
Incredibile, no? Eppure è proprio così. Dopodiché mi lasciano andare. Io faccio un salto al partito, preparo un altro cartello e il giorno dopo, col cartello al collo, sono di nuovo in piazza.

Cosa che in teoria si può fare, no?
In teoria sì. Al punto che io stesso segnalo la mia presenza ai Carabinieri, i quali non hanno nulla da ridire, così come la Polizia Municipale. Poi, però, arriva di nuovo la Polizia, che chiama il comando, mi toglie il cartello e mi porta di nuovo al commissariato. Altra elezione di domicilio, di nuovo l’articolo 650. Io chiedo di rendere delle dichiarazioni spontanee e ricostruisco tutta la vicenda fin dall’inizio: poi chiedo di essere accompagnato all’Ufficio di Gabinetto del Questore, con cui avevo parlato telefonicamente il giorno prima, per chiarire definitivamente la faccenda.

E loro ce la portano?
Certo che sì. Però mi portano al reparto anticrimine.

Al reparto anticrimine? E' uno scherzo?
Per niente. E il bello è che là, prima ancora di leggere i verbali e le mie dichiarazioni, hanno già pronto il foglio di via, nel quale risulto come uno che a Roma non ha né un’abitazione né un lavoro, e avendo già dei “precedenti” per una disobbedienza civile sulle droghe, rispetto alla quale è stato pronunciato il non luogo a procedere perché il fatto non sussisteva, evidentemente mi trovo a Roma per commettere dei delitti, e quindi sono considerato testualmente “persona pericolosa per la sicurezza pubblica”.

Quindi ti rispediscono a Milano?
Nel termine di un giorno. Appena arrivato assolvo all’obbligo di presentarmi alla Polizia. E non potrò mettere piede a Roma per i prossimi due anni.

Tutto questo per aver esposto tre cartelli?
E un ombrello. Che mi è stato anche rubato.

L'edicola

Ipnocrazia - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 4 aprile, è disponibile in edicola e in app