«Era stato eletto per contrastare la crisi della fede e la secolarizzazione. Non ce l'ha fatta. E, in più, si è trovato coinvolto in una lotta sanguinosa tra cardinali. Ecco perché ha lasciato, altro che motivi di salute». Parla Giuseppe Di Leo, vaticanista eterodosso

Non molti lo sanno, ma anche i Radicali - cioè il partito più laico e secondo alcuni 'anticlericale' del Paese - hanno un vaticanista di riferimento. E' a Giuseppe Di Leo, giornalista: curatore di una trasmissione sulle cose di Oltre Tevere su di Radio Radicale, ma anche esperto di Vaticano per diverse testate, dalla rivista 'Nuova Storia Contemporanea' a 'Il Foglio'.

Di Leo, iniziamo col quadro d'insieme: secondo lei qual è il bilancio del pontificato di Benedetto XVI?
«Io sarei prudente a fare un bilancio in questa fase. Quel che è certo è che fino all'altro giuorno avremmo espresso la valutazione di un pontificato non d'impatto: non riformatore come quello di Giovanni XXIII, né particolarmente innovativo sul piano della comunicazione e dei viaggi come quello di Giovanni Paolo II».

Da lunedì, invece, cosa cambia?
«Da lunedì cambia tutto. La decisione di uscire di scena prima della morte, cioè di aprire un Conclave a papa vivente, getta su Benedetto XVI la luce di uno dei pontificati più rivoluzionari della storia della Chiesa moderna e contemporanea».

Perché rivoluzionario?
«Anzitutto perché l'idea che il Papa rinunci al suo ruolo da vivo mette in discussione la funzione stessa del Conclave. Se non altro perché nella storia moderna il Conclave ha sempre scelto il papa tra i cardinali che vi partecipavano, senza mai eleggere un 'esterno'».

E secondo lei qualcosa lascia presagire che stavolta andrà diversamente?
«Non posso dirlo con certezza, però mi domando: è possibile pensare che dopo un gesto del genere il Conclave torni a ripiegarsi su se stesso? E se la rinuncia di Ratzinger fosse proprio il tentativo di fare in modo che la Chiesa trovi nuova forza fuori da se stessa, al di fuori delle 'cricche' dei poteri cardinalizi?»

E' un'ipotesi suggestiva...
«Ma non del tutto nuova. Nei tanti momenti di crisi che ha dovuto affrontare nel corso della sua storia bimillenaria la Chiesa ha sistematicamente cercato di risolvere le sue difficoltà rivolgendosi ad ambienti fuori da quei poteri. Penso agli ordini monastici, ad esempio. Dopo la caduta dell'impero romano e l'avvento della barbarie è San Benedetto a fondare un ordine con lo scopo di preservare non soltanto la cultura cristiana, ma anche quelle pagane, cioè romana e greca».

Da Benedetto a Benedetto, si direbbe.
«Esattamente. Tenga conto che al momento della sua elezione Ratzinger non si ispirò soltanto a Benedetto XV, il papa dell'opposizione alla prima guerra mondiale, ma anche e forse soprattutto proprio a San Benedetto, nella sua concezione monastica della Chiesa che considera gli ordini religiosi fondamentali».

Quindi, tornando al Conclave?
«Tornando al Conclave, nell'ipotesi assai probabile che non si trovi un accordo su un nome italiano, a causa delle controversie che dividono i cardinali, né su un nome europeo, perché non c'è all'orizzonte una personalità che possa mettere tutti d'accordo, e neanche su un nome extraeuropeo perché considerato inopportuno, la scelta di Benedetto XVI potrebbe indurre il Conclave a cercare un nome al di fuori di sé».

Si tratta di un bilancio che cambia completamente negli ultimi giorni, quindi.
«Certamente. Ma un bilancio che nonostante questa scelta rivoluzionaria rimane fallimentare. Chiariamo il quadro: questo Papa non viene eletto per battere il comunismo. Quell'operazione fu compiuta sul piano teologico da lui stesso, quando da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede distrusse la Teologia della Liberazione sudamericana, che combinava cattolicesimo e marxismo, e sul piano politico da Giovanni Paolo II insieme a Reagan».

Quella fu effettivamente una vittoria.
«Sì, ma una vittoria del passato. Il problema che Benedetto XVI doveva affrontare dopo la sua elezione era un altro: la crisi della fede e l'attacco della secolarizzazione al cristianesimo».

Problema che Ratzinger non è riuscito ad affrontare?
«Direi proprio di no, se consideriamo ad esempio che la Francia, figlia prediletta di Santa Romana Chiesa, ha approvato in questi giorni la legge sul matrimonio gay nonostante le manifestazioni di protesta dei cattolici. La Francia rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso, la cartina di tornasole da cui si capisce in modo incontrovertibile che la Chiesa sta perdendo questa battaglia. E questo per limitarci ai problemi esterni».

Perché, ce ne sono anche all'interno?
«Ve ne sono di importantissimi. Benedetto XVI ha fallito anche nel cercare di dirimere i contrasti tra i cardinali: sia in relazione alle questioni interne della Curia, con lo scontro tra il Segretario di Stato Bertone e il Cardinale Decano Sodano, sia sulle problematiche della politica italiana, segnate dal conflitto tra lo stesso Bertone e la Cei guidata da Bagnasco. Per non dire delle controversie sulla gestione dell'Istituto Toniolo, e quindi sull'università cattolica, che hanno visto protagonisti Bertone e l'ex arcivescovo di Milano Tettemanzi con uno scambio epistolare durissimo che ha coinvolto anche la persona del Papa».

Quindi, di fronte al fallimento esterno e interno, arrivano le dimissioni.
«'Dimissioni', per la verità, è un termine improprio. Le dimissioni si rassegnano nella mani di un superiore: ma siccome il Papa non ha superiori, è più corretto parlare di 'rinuncia'».

Qualcuno parla che questa rinuncia potrebbe essere dettata dalle condizioni di salute del papa.
«Le condizioni di salute potrebbero al limite essere una concausa, ma non certo la causa principale».

Comunque sia, è una rinuncia che avrà delle conseguenze importanti?
«Importantissime. Perché la rinuncia di Ratzinger, diritto canonico alla mano, annulla e azzera tutti gli incarichi in corso, eccezion fatta per il Camerlengo e il Decano del Collegio Cardinalizio».

Un messaggio forte, quindi.
«Fortissimo, senza alcun dubbio».

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