Crisi economica e immobilismo non colpiscono più solo gli italiani ma anche gli stranieri che erano venuti a cercare fortuna nel nostro Paese. E così chi può se ne va altrove. O torna al proprio paese d'origine. La ricerca della Fondazione Leone Moressa

In 32mila, con le valigie in mano, tutti stranieri, fuggiti dall'Italia a causa della crisi e di un Paese sempre più immobile. A scattare la fotografia di un'immigrazione che guarda sempre meno al nostro Paese come a un luogo in cui restare è la Fondazione Leone Moressa che certifica come nel 2011 le cancellazioni dall'anagrafe degli stranieri siano aumentate a fronte di un numero di iscrizioni inferiore rispetto al 2010. E mentre la politica continua a parlare di "Salva Italia" o "Cresci Italia", nel quotidiano la situazione lavorativa di quella fascia da sempre avvertita come più debole - gli stranieri, appunto - invia preoccupanti segnali di una condizione tale per cui è impossibile restare nel nostro Paese.

Ma nessuno conta gli irregolari
Dall'Italia, spiegano dalla Fondazione, si va via per mancanza di opportunità e spesso la nuova meta non è la patria da cui si era partiti ma un altro Paese, in grado di accogliere e garantire un futuro più dignitoso. E non si tratta solo di opportunità ma anche di qualità del lavoro. E se le cifre ufficiali parlano di 32mila stranieri che hanno lasciato il nostro Paese, alcuni operatori Caritas a mezzabocca fanno capire che gli immigrati in fuga potrebbero essere molti di più, con numeri a più zeri: "in queste stime non sono ricompresi gli stranieri senza permesso di soggiorno, fascia ancor meno tutelata di quanti possono invece permettersi di richiedere la cancellazione dalle anagrafi ufficiali".

La metà sono europei
Nel dettaglio, i ricercatori hanno rilevato come oltre la meta? degli stranieri che lasciano l'Italia per cercare fortuna altrove o al proprio paese di origine siano europei. Il 17,7% ha origini asiatiche, mentre il 12,2% è africano.

"Piu? di 19mila cancellazioni - spiegano dalla Fondazione Moressa - sono state richieste da soggetti provenienti da Paesi europei, di cui oltre un terzo rumeno. Tra gli asiatici che lasciano l'Italia, il 30,2% e? costituito da cinesi e il 19,1% da indiani. Tra gli americani invece, sono soprattutto i brasiliani (21,5%) a tentare altre strade fuori dall'Italia. In generale, sembrano lasciare l'Italia quelle popolazioni provenienti da paesi in via di sviluppo, per cui si puo? ipotizzare una propensione al rientro nel paese di origine oltre che allo spostamento verso altri paesi terzi".

La disoccupazione che non s'arresta
Per capire le motivazioni di tanti abbandoni, una vera e propria fuga, basta riconsiderare i dati relativi alla disoccupazione tra gli stranieri che dal 2008 - quando è scoppiata la crisi internazionale - al 2011 è praticamente raddoppiata, con un incremento di oltre 148 mila unita? (+ 91,8%) - costringendo compromessi lavorativi sempre più al ribasso - mentre quello degli italiani e? aumentato di 267 mila unita?. "Tra il 2008 e il 2011 - sottolineano ancora dalla Fondazione Moressa - il tasso di disoccupazione degli stranieri e? cresciuto di 3,6 punti percentuali, passando dall'8,5% al 12,1%, mentre nello stesso periodo il tasso di disoccupazione degli italiani e? passato dal 6,6% all'8,0%".

Una condizione di fragilità
"E' importante sottolineare - puntualizzano i ricercatori commentando il loro studio - che il tasso di disoccupazione e? il rapporto tra il numero di disoccupati e le forze lavoro (che includono occupati e persone in cerca di lavoro), quindi non tiene conto dei diversi tassi di attivita? delle due popolazioni. I dati sembrano, infatti, confermare che anche in periodo di crisi, a causa della maggiore debolezza delle reti familiari e amicali di supporto e del vincolo tra la regolarita? del soggiorno e il possesso di un impiego, gli stranieri hanno minori probabilita? rispetto agli italiani di passare all'inattivita?. Di conseguenza si tratta di una popolazione che presenta una maggiore fragilita? rispetto a quella italiana di fronte alla crisi. Questa fragilita? e la presenza di alternative migliori altrove possono essere indubbiamente i due fattori di spinta all'abbandono dell'Italia".

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