Lo spreco dell'Italia che non sa volersi bene è riassunto qui: a Napoli, quartiere Fuorigrotta. Edilizia popolare. Gente in lotta con la crisi e i cascami di un degrado storico. «Ecco 'o schifo», avverte un ragazzino in bicicletta. Ufficialmente è il palazzetto dello sport costruito nei primi anni Sessanta. Ci hanno giocato la Coppa delle coppe di basket. Si sono presi a pugni nomi illustri della boxe. Ha combattuto in A1 la Com Cavi di pallavolo. «Ora è un cadavere che vorremmo resuscitare», dice Giovanni La Magna, assistente regionale di Wwf Campania. Una sfida in salita, passata attraverso il fallimento del Comune che ha abbattuto parte della struttura, arrendendosi infine alla carenza di denaro. «Rimangono due tribune inagibili e una cornice di sterpaglie e rifiuti», mostra La Magna. L'obiettivo sarebbe quello «di restituire al quartiere lo storico palazzetto, sostituito senza poesia da un prefabbricato». Oppure di cambiare destinazione d'uso: «Tutto», è la posizione di La Magna, «ma non l'abbandono».
Non sono, per una volta, parole vuote. È uno dei passaggi dell'iniziativa che il Wwf Italia ha chiamato "RiutilizziAmo l'Italia". Da giugno a novembre 2012, si è chiesto agli italiani di segnalare aree e strutture degradate o dismesse, proponendo concrete ipotesi di recupero. «L'idea deriva dalla desolazione per l'energia grigia sprecata dentro le opere inutilizzate», illustra il direttore generale del Wwf Adriano Paolella. «Ma anche dalla volontà di recuperare zone devastate dalla miopia degli interessi economici».
Sufficiente, come stimolo etico-estetico, per scatenare in pochi mesi oltre cinquecento segnalazioni. Un cimitero di disastri che parte dal Friuli Venezia Giulia e arriva in Sicilia. Una catena dolente (analizzata per conto del Wwf da venticinque esperti e professori universitari) in cui s'inciampa di continuo; anche solo arrivando a Cagliari e affacciandosi sulla centralissima spiaggia del Poetto. Davanti c'è un rudere che mortifica buonsenso e paesaggio. È l'ex Ospedale Marino. «Ci passo ogni giorno andando all'università», dice Enrica Mancini che lo ha suggerito al Wwf, «ma non riesco ad abituarmi al degrado». «Pensare», spiega il presidente di Wwf Sardegna Antonello Secci, «che il palazzo è stato realizzato negli anni Trenta dall'illustre architetto Ubaldo Badas per ospitare una colonia Dux». Dopodiché è diventato struttura sanitaria, e quindi un pachiderma vuoto a pochi passi dal mare. «Vero è», precisa Secci, «che è in moto un piano di riqualificazione pubblica, grazie al quale dovrebbe sorgere un centro riabilitativo con tanto di area benessere». Però finora non è partito nulla, «e allora noi proponiamo una soluzione alternativa: lo sviluppo di un centro naturalistico connesso al parco del Molentargius, in sintonia con la vocazione turistica del luogo».
Un'ipotesi che dovrà confrontarsi con le linee delle istituzioni locali e il complessivo quadro sanitario. Ma che s'incastra al millimetro con lo spirito della campagna Wwf: quello che Bernardino Romano, docente di Pianificazione territoriale all'università de L'Aquila, cataloga come «il superamento del doppio sprofondo italiano». L'incrocio suicida tra «incapacità gestionali, spontaneismo progettuale e ignavia dei politici che hanno finto di non vedere». La versione teorica di quanto confermato, regione dopo regione, dalla trentina di casi limite che il Wwf ha selezionato tra i cinquecento ricevuti. Malinconico, ad esempio, è il panorama offerto in provincia di Reggio Calabria dall'ex area industriale delle Saline Joniche. Già percorrendo la statale 106, svettano in cielo i 175 metri della ciminiera dell'impianto, aperto quarant'anni fa per sole 48 ore. E altrettanto mesto, da vicino, è l'impatto con il dedalo dei capannoni e silos svuotati.
Grazie allo slancio di "RiutilizziAmo l'Italia", anticipa Paolella, «vorremmo riaprire l'intera area alla comunità e realizzare un osservatorio di flora e fauna». Per vocazione ambientale, certo, ma anche per«cancellare il ricordo collettivo di tale obbrobrio». Un principio trasferibile ovunque, in Italia. Basta scorrere l'elenco di "RiutilizziAmo", per tracciare la mappa degli scempi e delle occasioni perdute. Abitate dalle parti di Udine? Allora forse conoscete la malastoria della ferrovia tra Udine e Majano, avviata a inizio Novecento e mai entrata in servizio. Un tracciato su cui il Wwf, nel segmento tra via Santa Margherita del Gruagno e la provinciale 49 Osovana, spera di costruire un sentiero ciclopedonale attrezzato con informazioni geologiche. In Toscana invece, accanto alla stazione ferroviaria di Orbetello, giace quello che resta della Sitoco, ditta di concimi chimici che "RiutilizziAmo" «vorrebbe trasformare in area a vocazione cantieristica», riferisce Andrea Filpa, docente di Urbanistica all'università Roma Tre. «Un assaggio», continua il professore (che è membro del comitato scientifico Wwf), «delle segnalazioni inviateci dagli italiani per rimediare ai guasti del passato». Suicida, d'altronde, «è stata al Nord la dismissione industriale gestita senza regia lungimirante. E altrettanto atroce, per il Sud, «si è rivelata la confluenza tra inettitudini gestionali, investimenti sbagliati e interessi criminali».
Non può sorprendere, dunque, se dalla provincia di Pescara gli abruzzesi hanno segnalato al Wwf il caso dello stabilimento elettrochimico di Bussi sul Tirino, fradicio di scorie chimiche fino alla falda profonda (tant'è che in "RiutilizziAmo" si ipotizza di trasformarlo in un centro di ricerca ambientale). Scendendo per la Penisola, si incrocia poi nel ragusano il progetto di convertire in auditorium l'antica fornace Penna, bruciata a Sampieri novant'anni fa e da allora inutilizzata. Ma la vicenda che più colpisce, al termine di questo viaggio, è forse quella inviata al Wwf da Sabrina Rocca, membro del comitato spontaneo che si batte per l'ex lazzaretto di Trapani. «È un edificio simbolo della città», ricorda, «ma il Comune sta provando a venderlo per 11 milioni di euro». Strategia opposta, va da sé, a quella di "RiutilizziAmo": «Perché non inserire nell'anfiteatro del lazzaretto attività artigianali?», ribattono Wwf e comitato spontaneo. «Perché non promuovere, per la splendida piazza interna, esibizioni musicali e teatrali?».
Domande lecite. Anzi sacrosante. Ma figlie di un altro enorme punto interrogativo: perché in Italia non si recuperano le tante strutture esistenti, al posto di alimentare un consumo del suolo pubblico che viaggia al ritmo di 75 ettari giornalieri? «Diciamo così», sorride amaro Paolella: «Il potere e l'incapacità, in questo Paese, hanno a lungo calpestato la bellezza. Ora la parola chiave è: reinventiamola». Non impilando altri errori su errori, ma «valorizzando terreni e opere devastati dalla mediocrità umana».