Attualità
1 aprile, 2013

Caso Brigotti, un mistero di Stato

Da sette anni dubbi e silenzi sulla vicenda del carabiniere in missione trovato senza vita in un appartamento di Algeri. Un decesso su cui aleggia il sospetto dei servizi segreti e del business dell'energia

Ci sono inchieste che si infrangono contro il muro di gomma del silenzio e dell'indifferenza. Non ne parlano i giornali, non le televisioni. E l'unica soluzione, per le famiglie, spesso lasciate sole, è protestare, urlare il proprio dolore esponendo striscioni e chiedendo "verità", manifestare fuori dai tribunali. E' il caso della famiglia di Cristiano Brigotti, carabiniere di 30 anni trovato senza vita in un appartamento di Algeri il 12 dicembre del 2006. Insieme, parenti e amici, hanno protestato davanti al Tribunale penale di Roma, chiedendo quella scorta mediatica che fin troppo spesso è mancata su una vicenda non a caso semisconosciuta in Italia.

Il monossido di carbonio. La testa bagnata e il corpo asciutto, Cristiano Brigotti - in forza al reggimento Laives e già nella scorta dell'allora ambasciatore italiano in Algeria, Giovambattista Verderame - viene ritrovato nella vasca da bagno del suo appartamento di Algeri: sdraiato, nudo, la testa reclinata da un lato, le braccia lungo i fianchi, in una posizione inusuale, fin troppo ordinata, per un malore. Secondo l'autopsia effettuata alcuni giorni più tardi, la causa del decesso sarebbe avvelenamento da monossido di carbonio, il cosiddetto killer bianco: non ha odore, non lascia tracce. Ma ancor prima dei medici legali, è l'ambasciata italiana a parlare di avvelenamento - citando anche una presunta relazione amorosa del ragazzo con una giovane del luogo - e di "avvelenamento da gas bruciato" parla anche un rapporto stilato il giorno precedente l'autopsia dalla Sonelgaz, la compagnia che gestisce il gas e la corrente elettrica ad Algeri. Tra le prime azioni compiute durante il sopralluogo nell'appartamento, il sequestro del computer del carabiniere. In Italia la notizia non trapela su nessun organo di stampa, eppure è morto un nostro militare all'estero.

Quasi sette anni di indagini. Le indagini vengono affidate al magistrato Luca Palamara che procede per omicidio colposo, attribuendo la morte del giovane - in quel periodo ufficialmente in aspettativa in Algeria - a un malfunzionamento della caldaia. A quasi sette anni dalla morte del ragazzo, le indagini non sono ancora state chiuse.

I documenti riservati. Le stranezze, però, fin da subito non mancano. Nel computer del carabiniere - chiesto in prestito dai suoi colleghi con una banale scusa e su cui sono state fatte operazioni di masterizzazione per un giorno intero - vengono trovate carte riservate, come possono esserlo i piani di evacuazione di un'importante società italiana, con sede a Firenze, impegnata in alcuni progetti energetici in Algeria. La stessa società che, sempre nel 2006, consegnò a Cristiano Brigotti un diploma - mostrato all'Espresso dalla madre del ragazzo - per il "carabiniere più trendy", firmato dall'allora capo della Sicurezza dell'azienda in Algeria. "Ad Algeri - spiega Alessandra Brigotti, sorella del carabiniere - il caposcorta dell’ambasciatore ci ha chiesto in prestito il pc di Cristiano per salvare una fotografia. Le successive perizie da noi fatte eseguire, hanno dimostrato però che in quel frangente il computer venne utilizzato giorno e notte senza interruzione, per lo più riportando la cancellazione, la ricerca e numerose visualizzazioni di file. Differente è la consulenza informatica disposta dal pubblico ministero che non ha portato agli stessi risultati".

Impossibile estrarre il Dna. Dalla salma del ragazzo, intanto, una seconda autopsia effettuata diversi mesi dopo in Italia, non riesce a estrarre il Dna - caso più unico che raro - ma conferma che la morte è avvenuta con livelli di monossido di carbonio pari all'85%, come già dichiarato dal primo esame autoptico in Algeria. E il sospetto che aleggia sulla vicenda è che quello riconsegnato alla famiglia possa non essere il corpo di Cristiano Brigotti.

Domande senza risposta. "Se la causa è monossido di carbonio - si chiede la famiglia del ragazzo - come ha fatto il vicino di casa a dare l’allarme per aver sentito forte odore di gas, quando il monossido di carbonio è notoriamente inodore? Si può morire per inalazione di monossido di carbonio con una percentuale così alta o si muore inalando una percentuale più bassa e di conseguenza sarebbe impossibile trovare una percentuale dell'85% in un cadavere?" Domande rafforzate anche dalle fotografie dell'appartamento mostrate all'Espresso, dove sono evidenti le traforature nel muro che assicuravano una buona aerazione del luogo dove è stato ritrovato il cadavere. Secondo alcune testimonianze non confermate, inoltre, chi è entrato per primo nell'appartamento avrebbe rinvenuto alcuni stracci posti a chiudere le fessure delle finestre.

"Ora ci sono dentro fino al collo". E se ciò non bastasse, a sottolineare che qualcosa non possa essere chiaro come sembra, c'è anche una mail che il giovane carabiniere aveva inviato alla fidanzata qualche giorno prima di morire: «E' una cosa  che  se  potessi  tornare  indietro  non  rifarei  mai  più - scrive -  Ora ci sono dentro fino  al  collo  e  non  posso uscirne. Penso che sarà mia intenzione anticipare il mio rientro, e di molto. Non voglio che se ne parli al telefono e per questo ti chiedo di tenerti tutto per te e ti aggiornerò al più presto (quindi al mio rientro a Roma). Devo solo fare un po' di telefonate per accertarmi di non fare mosse sbagliate, anche se so già che il mio rientro in Italia non sarà suggellato dal punto  di  vista  lavorativo  da  encomi  ed  elogi. A dire il vero non so nemmeno quando ti invierò questa mail, forse mi dovrò prima informare. Va bè, tu stai  tranquilla!  Io così non ci voglio continuare a stare».  

Dopo la morte del carabiniere, inoltre, qualcuno vìola la sua casella di posta elettronica. Sposta file, cancella mail, manda segnali molto chiari alla famiglia che è possibile arrivare ovunque.

Lo Stato non risponde. Ad oggi, le indagini non hanno chiarito alcuni punti oscuri della vicenda: chi sia entrato per primo nell'appartamento del ragazzo, cosa ci facessero i piani di evacuazione di una delle maggiori società italiane impegnate nel settore dell'energia e perché ci si preoccupò subito del computer del carabiniere, ufficialmente in Algeria in aspettativa. A nulla è valsa anche l'interrogazione parlamentare avanzata dall'allora deputato Idv Paladini. Il sospetto, infatti, è che Cristiano Brigotti potesse essere stato arruolato dai Servizi Segreti italiani e impegnato in una qualche operazione cui forse all'ultimo si era rifiutato di partecipare. Lo Stato italiano non ha mai risposto.

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