Reato di tortura, pene alternative al carcere, depenalizzazione del consumo di droghe. Sono le norme chieste dalle associazioni per i diritti, che hanno raccolto oltre 20mila firme nelle piazze italiane. Perché la vera emergenza giustizia non sono le intercettazioni

Introdurre il reato di tortura. Favorire le pene alternative al carcere. Depenalizzare il consumo di stupefacenti. Tre proposte sensate, civili e necessarie, in un Paese condannato dalla Corte Europea dei Diritti Umani per il trattamento disumano dei suoi detenuti.

Proposte che non nascono dal Parlamento, dove la giustizia rientra soprattutto come il nodo che tiene in scacco il governo, tra intercettazioni, ineleggibilità e prescrizioni. Ma nelle piazze italiane, grazie alla raccolta firme organizzata da decine di associazioni per portare avanti tre leggi d'iniziativa popolare sulla tortura, il carcere e le droghe.

«Di fronte al silenzio della politica su temi così importanti, abbiamo deciso di muoverci da soli», racconta Valentina Ascione, responsabile della campagna 3leggi, «Abbiamo già raccolto più di 20 mila firme, ma dobbiamo arrivare a 50 entro fine luglio».

A sostenere la campagna ci sono singoli e movimenti di tutto il Paese, da Ascanio Celestini, che ha appena dedicato un video-messaggio all'iniziativa a gruppi che si occupano da tempo del problema, come l'associazione A Buon Diritto, il Gruppo Abele di Don Ciotti, Ristretti Orizzonti, Antigone, Arci e i Medici contro la tortura.

All'origine dell'iniziativa c'è un fatto noto: il sovraffollamento delle carceri. Dopo la condanna dell'Europa anche il Presidente Giorgio Napolitano non fa che ricordare al Parlamento l'urgenza di misure per ridare dignità ai detenuti. Per farlo però, ricordano i promotori, serve a poco parlare di indulto o amnistia: bisogna intervenire sulle cause.

«La bulimia del carcere ha una causa incontestabile: la legge sulle droghe e in particolare la versione ultra proibizionista della coppia Fini-Giovanardi», commenta Franco Corleone, coordinatore nazionale dei garanti dei detenuti: «Oggi nei penitenziari italiani più del 50 per cento dei detenuti sono consumatori o tossicodipendenti». Per questo l'iniziativa di legge popolare propone di depenalizzare il consumo di sostanze, abbassare le pene per la detenzione, impedire la carcerazione per i fatti di lieve entità e non criminalizzare la coltivazione domestica di canapa.

Insieme a questo però, bisogna cambiare anche la mentalità "carceraria" della giustizia italiana. In tema di pene servirebbe aumentare il ricorso alle misure alternative, soprattutto in attesa di giudizio, e istituire un Garante dei diritti dei detenuti, come chiedono le associazioni che propongono anche di introdurre una norma per cui: «Nessuno possa essere detenuto per esecuzione di una sentenza in un istituto che non abbia un posto letto regolare disponibile». Basta insomma con i turni per stare in piedi nella cella, i bagni divisi in sei persone, le finestre che non si possono aprire, i posti sfruttati tutti al doppio delle loro possibilità.

Per sostenere l'iniziativa si potrà andare il primo giugno di fronte a tutti i penitenziari italiani, dove saranno organizzati banchetti per raccogliere le firme necessarie a rendere questi buoni propositi delle leggi d'iniziativa popolare su cui il Parlamento sia costretto a votare. L'otto giugno le associazioni organizzeranno punti di raccolta anche nelle piazze, che torneranno il 26 giugno, in occasione della Giornata mondiale contro la tortura, a cui è dedicata la terza proposta della campagna.

«L'introduzione del reato di tortura è una cosa importantissima», sostiene Valerio Spigarelli, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane: «Serve a qualificare i rapporti tra lo Stato e il cittadino, in un quadro di tutela. Da troppo tempo siamo inadempienti rispetto alle convenzioni internazionali. E non avere questa legge è una macchia seria sul nostro ordinamento».

Una mancanza grave, come possono testimoniare i ragazzi pestati al G8 di Genova del 2001 che hanno visto i loro torturatori far carriera in polizia, o la madre di Federico Aldrovandi: «Fatti gravi come quelli di Bolzaneto (la caserma in cui più di ottanta persone, arrestate durante le manifestazioni o alla scuola Diaz di Genova vennero torturate e minacciate per giorni ndr) non sono poi così episodici nella storia italiana», continua Spigarelli: «E dimostrano che colmare questo vuoto non è una fissazione dei garantisti. Tutt'altro. Il reato di tortura serve ad affermare il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo».

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