La Procura di Palermo vuole fare luce sui "buchi neri" della detenzione di Bernardo Provenzano nel carcere di Parma. Un'indagine è stata aperta sui giorni trascorsi senza che sul capo di Cosa Nostra, sottoposto al regime del "carcere duro", vi fosse una vigilanza continua come avrebbe imposto il suo lignaggio criminale e come accade per tanti altri mafiosi finiti al "41 bis".
Un caso, quello della mancata sorveglianza costante sul boss mafioso, scoppiato dopo l'episodio avvenuto il 10 maggio del 2012. Quella sera Provenzano venne scoperto dagli agenti penitenziari del carcere parmense mentre armeggiava con un sacchetto che conteneva un frutto, e fin dal primo momento si parlò di tentato suicidio.
Da allora, la Procura di Palermo, con i sostituti Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, ha avviato un'indagine per capire cosa sia accaduto a Provenzano, che pareva fosse disposto ad "aprirsi" con la magistratura e a raccontare i suoi segreti che fanno paura a tanti. E così anche il giudice per le indagini preliminari, Piergiorgio Morosini (il gip che ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati del "processo sulla trattativa Stato-mafia", tra i quali c'è anche Provenzano) ha iniziato a porre domande alla direzione del carcere di Parma. Scoprendo che dal tentato suicidio di Provenzano (appunto il 10 maggio 2012) all'inizio dei lavori per installare una videosorveglianza costante dentro la cella del superboss, di tempo ne è passato. Per l'esattezza i lavori risultano iniziati il 18 febbraio 2013, cioè otto mesi e qualche giorno dopo.
Una lettera spedita dal carcere di Parma agli uffici giudiziari di Palermo ha infatti fissato i tempi che sono stati necessari perché la sorveglianza sul capomafia diventasse continua. Procura e gip di Palermo hanno scoperto che solo il 5 marzo 2013 sono iniziate le videoriprese all'interno della cella. Tra l'altro, anche su input dei legali di Provenzano (i familiari temono per le condizioni di salute del boss, il video in cui egli accenna al fatto di aver preso botte è stato trasmesso giorni fa dal programma tv di Michele Santoro, "Servizio pubblico"), si è scoperto che per un lungo periodo le registrazioni video venivano cancellate ogni mese per asseriti motivi di 'spending review', perché gli stessi supporti venivano utilizzati più volte per memorizzare ulteriori riprese.
I pm di Palermo, Di Matteo e Tartaglia, hanno invece disposto che le registrazioni debbano restare conservate negli archivi del carcere di Parma per almeno sei mesi. Così da rendere costante la videosorveglianza su Provenzano, che pochi giorni fa è stato di nuovo ricoverato in un reparto sanitario per detenuti per l'aggravarsi delle condizioni di salute.