Il dato è fenomenale ma in alcuni sondaggi, in seconda posizione dopo Matteo Renzi, arriva lei che non è al governo, non ha incarichi che la mettano in luce, non ha raggiunto con il suo partito nemmeno il quorum per salire a Strasburgo. Eppure quel che resta della destra è Giorgia Meloni, forse non consigliabile come partner per una cena a Windsor ma che nelle classifiche sul gradimento dei leader dà una pista imprevedibile a Beppe Grillo o a Silvio Berlusconi e certo non conta che sia l’unica donna, anche se di questi tempi vanno per fortuna assai di moda.
Evoluzione scientifica dell’essere femminile con attributi, il sogno di Assunta Almirante dopo che i delfini del suo amato Giorgio l’hanno profondamente delusa, Meloni, presidente di Fratelli d’Italia-An, ex ministro della Gioventù del quarto governo Berlusconi, estremista verbale provvista quando serve di un’efficace dote di parolacce, è lei a ricordarlo rassicurante, è riuscita a costruire e comunicare l’iconografia di politica verace e dura, senza tacco ma di punta, il bullismo romano al servizio del cittadino, della comunità che è una delle sue parole chiave.
Da colonna affidabile della compagnia di giro assoldata per i talk show non delude mai. Quando le capita cerca di sbranare Maria Elena Boschi (a “Ballarò”). Se può sguaina un linguaggio in cagnesco per stendere la quieta Alessandra Moretti (a “Piazzapulita”). Antesignana della gioventù pre-renziana, è stata la più giovane deputata, e poi la più giovane vice presidente della Camera, passando come una salamandra dal fuoco della destra riformatrice di Gianfranco Fini al conservatorismo berlusconiano.
Ora che ha 37 anni, i suoi record generazionali sono stati ultra sorpassati e i talk show mostrano l’età, ha infilato le scarpette da jogging e si è messa a correre, metaforicamente per l’Italia, realmente per il suo partito non proprio in un momento storico smagliante. Guido Crosetto, uno dei tre co fondatori di Fratelli d’Italia, ha appena abbandonato il suo ruolo di coordinatore nazionale accettando la presidenza Aiad, la federazione nazionale delle aziende aerospaziali, in collaborazione con il ministro della Difesa Roberta Pinotti. A Meloni rimane invece la zavorra di Ignazio La Russa.
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Intanto, si diceva, si è messa a correre, e per l’immagine ibernata post-diaspora della destra almeno è un messaggio atletico, un altro modo più contemporaneo di mostrare i muscoli, sempre che ci siano. La prima volta è stata il 4 ottobre ed era una provocazione a Renzi che aveva promesso il pellegrinaggio a piedi sul Monte Senario se lo Stato non avesse pagato entro il 21 settembre i debiti della P.A. alle imprese. Il premier ha fatto orecchie da mercante e così è andata lei per sottolineare il mancato impegno.
Tre giorni dopo, ha macinato una scarpinata di quasi nove chilometri per la “Staffetta per la legalità-Corri per Napoli sicura” fatti d’un fiato, giusto il tempo per qualche staffilata a Luigi De Magistris. Mediaticamente vispa come poche, a fine corsa si mette in posa circondata da nerboruti di provata fede nera, come il suo fedelissimo Fabio Rampelli capogruppo del partito, gran signore delle tessere dei camerati romani, ideali per creare un contrasto con il suo viso senza trucco, la coda di cavallo da sedicenne, il tentativo di un effetto angelico, tra l’altro a lei caro dato che colleziona angeli e ne ha più di trecento.
Guai a dirlo a Gianfranco Fini, che la piazzò, nello sconcerto generale, sulla poltrona che volevano tutti, quella da vicepresidente di Montecitorio. Quando si consumò lo strappo con Berlusconi lei non ci pensò due volte ad abbandonare l’ex leader di An. Meloni, racconta ancora adesso Fini, è stato il più doloroso dei voltafaccia.
È stata la prima a credere nella metafisica della rottamazione. Senza urlarlo né crearci una reputazione, schierandosi però dalla parte giusta. Poco dopo l’insediamento del governo Monti, sotto Palazzo Grazioli a inneggiare contro l’Europa di Angela Merkel arrivò una frotta di ragazzi capeggiati da lei, allora presidente della Giovane Italia, movimento politico giovanile del Pdl. Annagrazia Calabria che la affiancava come coordinatrice nazionale si stupì visto che il governo Monti, personificazione dei poteri europei, avrebbe avuto i voti Pdl. Meloni la esortò a lasciar perdere «Che ce frega, ai giovani piace fare casino», fu il sunto della risposta. Nel 2011 ha scritto il libro «Noi crediamo, viaggio nella meglio gioventù d’Italia», il suo ramo commerciale è quello, il target giovane, ci ha costruito sopra la carriera.
A 15 anni entra al Fronte della Gioventù, però fonda il coordinamento studentesco “Gli antenati” (reminescenze di «Wilma dammi la clava», dove la parola clou è clava?), a 21 diventa consigliere An della provincia di Roma, a 23 dirigente nazionale di Azione Giovani (Ag), e nel 2004 a 27 viene eletta presidente di Ag con la lista “Figli d’Italia”. Per forza che nel 2012, lasciando il Pdl, crea “Fratelli d’Italia”, la consecutio della fissazione familiar-generazionale ci sta tutta. Tanto che appena nominata ministro delle Politiche giovanili, la prima preoccupazione è stata di cambiare il nome («Non mi piaceva, ricordava politiche assistenzialiste come se i giovani fossero statali…») in ministero della Gioventù. Anche al duce sarebbe piaciuto di più.
Nata alla Camilluccia, quartiere del ricco generone della Capitale, ma cresciuta alla Garbatella, borgata a misura d’uomo di Roma, Meloni interpreta una destra popolana e popolare, offrendo il modello di politica genuina e soprattutto anti-casta. Ma tanto appare “caciarona” e alla mano in pubblico, tanto nella vita privata assume un’aria riservata, a volte scostante e pure con un filino di puzza sotto al naso.
È contraria all’aborto, non si è ancora sposata e ha dichiarato giorni fa, ospite a “La vita in diretta” che il suo uomo ideale «è un tipo coraggioso e con il cervello come il mio». Su prole e bambini non si è ancora pronunciata ma a sentire Fiorello «Giorgia è una brava tata». Ne parla con cognizione di causa perché è stata la baby sitter di Olivia, la figlia di sua moglie Susanna Biondo. «Con lei», ha confermato Meloni che per mantenersi agli studi lavorava anche alla mitica discoteca Piper, «giocavamo con Lego e non con le Barbie perché le detesto». E su questo non ci potevano essere dubbi.
Nell’ultimo sondaggio Ipr per il Tg3, non si classifica subito dopo Renzi come in altri rilevamenti, ma è interessante notare che se i leader perdono quota, lei guadagna in fiducia tre punti in più rispetto a settembre. Alla fine la sua modalità di donna di destra pugnace, aggressiva pronta a mordere, un eloquio a base di patria, tricolore, popolo sovrano, fuoco e fiamme ha sgominato la femminilità politica berlusconiana.
Non ha la spocchia da Crudelia di Daniela Santanchè, non ha la l’approccio cerbiattesco di Mara Carfagna, né i dentini acuminati di Beatrice Lorenzin e soprattutto come Marine Le Pen, con tutte le proporzioni dei risultati elettorali delle due, non ha un leader come capo. Il capo del partito è lei e quando si parla di riunificazione del centrodestra Meloni ha voce in capitolo. Lo ha gridato bene a Atreju, l’incontro giovanile che si inventò nel 1998, ora diventato la festa ufficiale di Fratelli d’Italia, che bisogna fare i conti con lei. Che ben prima della “Generazione Telemaco” di Renzi, si era inventata la “Generazione Atreju”. Non proprio quella di La Russa e degli amiconi ultra neri che le garantiscono i voti ma in fondo anche Marine Le Pen ha gli stessi problemi ed è andata avanti come un treno.