Attualità
5 febbraio, 2015

Diritti civili, che fine ha fatto la legge promessa da Matteo Renzi?

Anche il neopresidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso d’insediamento ha accennato alle libertà sociali. Mentre il governo continua a spostare in avanti la norma sulle unioni civili e i sindaci ingaggiano battaglie con le Prefetture. Milano e Roma unite.  A Verona Flavio Tosi apre al riconoscimento. Ma Salvini stoppa: "Le priorità sono altre"

«Garantire la Costituzione significa garantire la libertà. Libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva».
 
È bastata questa mezza frase del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur retorica e un po' vaga, a riaccendere le speranze di chi da tempo attende che finalmente il nostro Paese entri nell’era moderna, riconoscendo pieni diritti anche alle famiglie omosessuali.

Se a questo aggiungiamo che il premier Matteo Renzi, seduto nello studio di Bruno Vespa, ha detto che la legge sulle unioni civili «ci sarà, e ci sarà dopo le riforme costituzionali, dopo il secondo passaggio, quindi adesso, nelle prossime settimane», ecco che il riflettore può riaccendersi definitivamente, dopo che lo stesso premier aveva spento la luce, annuncio dopo annuncio, facendo slittare il cronoprogramma.

la testimonianza
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In ballo ci riconoscimenti concreti: la possibilità di prendere il cognome del coniuge, ereditarne i beni anche in assenza di testamento e, in caso di malattia, prendersi carico dell'assistenza sanitaria.
 
Ora Renzi assicura che qualcosa si farà e l’intenzione è ribadita dai parlamentari più fedeli, ma a palazzo Chigi, a quanto risulta all’Espresso, sul tema regna la confusione più assoluta.
 
Il governo non avrebbe ancora neanche deciso se ricorrere o meno a un decreto. Non è esclusa l’opzione, anche se la senatrice Monica Cirinnà,  relatrice del testo sulle unioni civili che sta completando l’iter in commissione giustizia, ha inteso le parole del presidente del Consiglio come una conferma della via parlamentare: «La strada è quella, dalle parole di Renzi mi pare sia arrivata una conferma».
 
Cirinnà smentisce quanto scritto dal Fatto Quotidiano, secondo cui Maria Elena Boschi le avrebbe detto di prendere tempo e «di vedere come si mette con Alfano».
 
«Io ho incontrato la Boschi in Transatlantico, e semplicemente abbiamo confermato il calendario, quello che stiamo seguendo in commissione». Ecco. Il problema è però che il calendario nelle stanze del Parlamento non è breve né certo.
 
Due settimane serviranno per finire le audizioni: giovedì 5 e 12 febbraio, «perché Carlo Giovanardi ci ha chiesto di convocare tutti i movimenti per la vita, anche i più improbabili».
 
Poi si vota il testo base e si apre la finestra per presentare gli emendamenti. Quanto tempo per questo passaggio? «Per una legge così, non meno di venti giorni, un mese», spiega ancora Cirinnà.
 
Poi gli emendamenti vanno illustrati e discussi. E qui c’è il primo possibile intoppo: «Non escludo che sempre Giovanardi presenti 10 mila emendamenti». Con un unico fine: ostruzionismo. Perdere altro tempo.
 
«Comunque dovremmo farcela per la fine di marzo, come già annunciato» assicura la senatrice democratica, che però segnala il secondo possibile imbuto: «Una volta inviata all’aula, la legge va calendarizzata, e lì la riunione dei capigruppo deve sbrigarsi, perché il rischio è di finire come con la legge sul divorzio breve che è pronta ma è ferma da settimane».
 
La via del decreto sarebbe più rapida, è certo. Ma sarebbe necessaria la mediazione non facile con il partito di Angelino Alfano, il Nuovo centrodestra che, con le parole di Gaetano Quagliariello, prova a riprendere forza dopo la batosta dell’elezione di Mattarella, su questo come su altre questioni in agenda: «Su alcuni temi si deve mediare, non possono mica pensare che siamo ostaggi».
 
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In parlamento dalle fila democratiche si dicono convinti che in caso di chiusura degli alleati di governo si possano cercare maggioranza variabili. Non sarebbe d’altronde la prima volta del premier, dopo quella sulle riforme, quella per il governo e quella per l’elezione del presidente della Repubblica. Non è però una via sicura, certo, e nessuno si azzarda a porre una possibile data di definitiva approvazione:«Quello che è certo» continua Cirinnà, «è che quando si impegna Renzi i testi procedono sempre». 

Se si fa notare a Monica Cirinnà che con l’iter parlamentare si rischia di arrivare magari a un primo voto e ai primi titoli dei giornali, e di fermarsi però lì, lei si dice sicura che così non sarà. Bisogna fidarsi: «Alle primarie eravamo tutti sul modello tedesco delle civil parteneship e l’unico che diceva una cosa diversa era Pippo Civati che però diceva addirittura di più, e voleva i matrimoni. Il Pd sarà unito e, così come sarà per lo Ius soli, è certo che si porterà a casa il risultato definitivo».
 
Nel mentre però, Renzi lo stanno aspettando anche i tanti sindaci che stanno anticipando il dibattito parlamentare, scontrandosi proprio con le prefetture e con il ministro dell’Interno e capo di Ncd Angelino Alfano.
 
Lì, l’incertezza, si fa sentire, e il fronte non è certo compatto. Dopo l’entusiasmo e la scelta di abbracciare la disobbedienza civile in nome dei diritti per le coppie gay, qualcuno sta cominciando a frenare.
 
A Roma e Milano, ad esempio, Ignazio Marino e Giuliano Pisapia vanno avanti sfidando il divieto, ma altri primi cittadini illustri come Dario Nardella a Firenze e Piero Fassino a Torino, hanno deciso di non trascrivere i matrimoni omosessuali celebrati all'estero nel registro dell'anagrafe comunale ma di trascriverli solo negli archivi.

In pratica, in elenchi separati, senza l'efficacia giuridica dei registri. È un escamotage per non incorrere nella censura del prefetto, tenuto a far rispettare la circolare di Alfano o di qualche giudice. È un modo per per evitare guai, insomma, in attesa che il parlamento si decida ad offrire un quadro normativo certo.
 
Il rischio è di finire come a Grosseto e Livorno dove alle porte del Comune hanno bussato gli ufficiali della Prefettura per annullare gli atti.

«In Comune è venuto un funzionario della prefettura» conferma la vicesindaco livornese Stella Sorgente, «e ha annullato l’annotazione». E la giunta grillina non può che cercare di tenere il punto: «La Prefettura deve applicare le direttive del Governo ma noi faremo la nostra battaglia politica».

O come Giuliano Pisapia che avendo effettuato le trascrizioni ad ottobre, e non avendo rispettato la richiesta del prefetto di cancellarle, una paio di settimane fa aveva detto pubblicamente di essere indagato.

Poi la Procura ha chiarito: iscrivere un matrimonio tra persone dello stesso sesso non è reato, e quindi è stata chiesta l’archiviazione dell’indagine, in cui si ipotizza l’abuso d’ufficio a carico di ignoti. Ma non è certo un passaggio semplice da sostenere, politicamente.

Bisogna avere voglia, come il sindaco milanese, di continuare a fare appello al premier Matteo Renzi invitandolo a fare una «tirata d’orecchie al ministro Alfano, per far cancellare quella circolare blasfema da un punto di vista giuridico».

Unito nella battaglia il primo cittadino di Roma Ignazio Marino che ha aperto il Campidoglio alle coppie gay, apponendo la sua firma sotto sedici atti di matrimonio omosessuali, celebrati all’estero (a ottobre), ma registrati in Comune, con tanto di cerimonia di gruppo. Il dialogo a distanza con il premier è proseguito anche con l’approvazione in consiglio comunale del registro delle unioni civili.

C’è poi Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, che ha annunciato che anche la sua città avrà un registro per le coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali che siano. Il provvedimento consentirà, tra l’altro, di accedere alle informazioni sanitarie sul convivente, ma non sarà riconosciuto l’ingresso nelle graduatorie per le abitazioni popolari. Piccoli passi anche nel mondo più conservatore del Carroccio. Anche se Matteo Salvini stoppa l'iniziativa. In visita all'Aquila, il segretario della Lega Nord taglia corto: "Penso che le emergenze per i sindaci siano abbassare le tasse e aprire scuole, asili ed ospedali. Non è una cosa che mi appassiona"

«Il valore dell'atto è più simbolico che reale» fanno notare dal Pd cittadino a chi, anche nello stesso partito, fa una certa resistenza e vorrebbe evitare lo scontro frontale con le prefetture, il Viminale e soprattutto con il governo. «Noi dobbiamo fare la legge», spiegano però ancora, da Roma, ai vertici del partito, «il resto è iniziativa politica e culturale di singoli sindaci per testimoniare l'impegno in una “battaglia” per arrivare all'adozione di una legge che ormai è matura». Matura ma ancora lontana.
 

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