È quasi un assioma. L'illegalità produce crimine. Ma ora uno studio dimostra ancora volta il suo contro-bilanciamento: ovvero la legalità, il crimine, lo riduce. E di parecchio. È quello che spiega una ricerca di Paolo Pinotti dell'università Bocconi di Milano, appena pubblicata sull'American Economic Review. Analizzando il tasso di criminalità di oltre 100mila stranieri prima e dopo il decreto flussi del 2007, Pinotti mostra infatti come l'incidenza si dimezzi l'anno successivo, per chi è stato accettato e messo in regola, mentre resti invariata fra chi è rimasto “clandestino”.
La regolarizzazione, cioè, allontana subito dalla delinquenza. E non solo. «L'accesso al mercato del lavoro legale è sufficiente a innescare il cambiamento, anche se l'immigrato legalizzato non ha ancora un lavoro», spiega Pinotti: «perché l’analisi delle domande suggerisce che molte possano essere fraudolente». Il riferimento è alla gran quantità di richieste presentate per la categoria “badanti” da un connazionale. Come più volte raccontato anche sui media, si trattava spesso di escamotage a pagamento per far ottenere un documento (un 37enne di Pavia è stato condannato per questo proprio ieri). Pratiche che non corrispondevano cioè a un'offerta reale di impiego. Eppure, è in queste categorie che l'effetto dell'essere “a posto”, per allontanarsi dalle economie illegali, si fa sentire, a seguire le conclusioni di Pinotti.
Conclusioni che, come ricorda lo stesso autore, si riallacciano a quelle già presentate insieme a Giovanni Mastrobuoni in un paper che ha vinto un premio prestigioso l'anno scorso. E in cui gli studiosi analizzavano due fenomeni incrociati: l'indulto del 2006, con il quale erano usciti dal carcere 22mila detenuti, di cui 10mila stranieri. E l'allargamento della Ue nel gennaio 2007, che ha dato status di cittadini comunitari a rumeni e bulgari, inclusi quanti erano appena usciti dal carcere. Bene: «L'anno successivo il loro tasso di recidiva è risultato la metà di quello di altri stranieri paragonabili, rilasciati dopo lo stesso indulto».
«In entrambi i casi», spiega Pinotti: «la caduta del tasso di criminalità è dovuto ai reati economici, mentre i crimini violenti non vengono influenzati. Ciò suggerisce che la legalizzazione abbassi gli incentivi a commettere crimini che sono sostituti imperfetti di attività economiche legali».
«Se è lo stato illegale, e non lo status di immigrato, a innalzare i tassi di criminalità», continua l'autore: «dobbiamo concludere che le quote sono troppo basse. Secondo le opinioni politiche di ciascuno si potrebbero preferire quote più elevate o una politica di immigrazione più severa e applicata con rigore, ma lo status quo non è comunque efficace».
L'ultimo decreto flussi, in Italia, risale a febbraio scorso. Metteva in palio 30mila posizioni per regolarizzare stranieri attraverso permessi di lavoro, stagionali e non stagionali. Nel 2007, anno di riferimento dello studio di Paolo Pinotti, le posizioni disponibili erano circa 170mila. Le domande presentate: 610mila, in linea con le stime sul numero di stranieri illegali allora presenti sul territorio. Le quote, i “click day”, le regolarizzazioni sul lavoro, non sono più da tempo il canale d'integrazione sostanziale per chi arriva nel nostro paese.
La maggior parte dei nuovi arrivati passa piuttosto dalla richiesta d'asilo, col doppio paradosso di attendere un anno in centri d'accoglienza per poi vedersi respingere la domanda nel 60 per cento dei casi. Come scriveva Fabrizio Gatti sull'ultimo numero, questi ex richiedenti “diniegati” diventano così «persone ridotte a vivere nelle baracche, nelle fabbriche abbandonate, a lavorare in nero: le commissioni territoriali hanno prodotto in quattro anni 120.318 immigrati dichiarati irregolari che, almeno sulla carta, dovrebbero essere trattenuti e rimpatriati grazie alle nuove strutture di detenzione». Se gli strumenti sono cambiati, non cambia però il principio dimostrato dalla ricerca. Che è solo dando accesso al mercato del lavoro legale e in regola che si riduce la criminalità.