Davvero l’Italia ha bisogno dell’Europa? ?E l’Europa, intesa come Unione europea, ?è davvero in grado di aiutare l’Italia? Questa nuova fase dei rapporti migratori tra Stati comincia nel 2013, anno in cui le conseguenze delle rivoluzioni arabe dalla Libia alla Siria e l’infiltrazione di movimenti terroristici in Africa e in Oriente, dal Mali alla Nigeria, dall’Iraq al Pakistan, ha innescato lo spostamento di milioni di persone.
Di fronte a ogni situazione di emergenza, il primo dovere però è non spaventarsi. Vedremo così, rispondendo alla prima domanda, che la situazione non è tanto disperata. Mentre la seconda lascia poche speranze: senza un piano Marshall, che impegni allo stesso tavolo Italia, Francia, Gran Bretagna e Ue con i governi e la società civile dei Paesi africani di provenienza degli immigrati economici, ogni soluzione intermedia è destinata ?a fallire (come puntualmente è accaduto dal 2004 a oggi).
Secondo l’Istat nel 2016 in Italia sono morte 608 mila persone e sono nati soltanto 474 mila bambini. E nel 2015 sono morti 648 mila residenti e sono venuti al mondo appena 486 mila neonati. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra un valore negativo di meno 134 mila abitanti nel 2016 e di meno 162 mila nel 2015, per un totale nei due anni di meno 296 mila persone.
Se affianchiamo questi dati al numero di stranieri sbarcati nel 2016 (181 mila) e nel 2015 (153 mila) per un totale di 334 mila persone, riportiamo la questione nei suoi termini: la cosiddetta “crisi migratoria” che da quattro anni sta surriscaldando gli argomenti per le campagne elettorali e consumando miliardi riguarda un saldo positivo di 38 mila nuovi residenti (se resteranno in Italia), 19 mila all’anno, cioè lo 0,03 per cento della popolazione nazionale. Uno Stato ?di 60 milioni di abitanti può dichiarare l’emergenza per cifre centesimali?
Se consideriamo l’invecchiamento della popolazione (il 22 per cento ha più di 65 anni) e la continua riduzione degli abitanti con cittadinanza italiana (55 milioni 551 mila con un saldo naturale tra morti e nascite di meno 189 mila italiani all’anno), è evidente che chi sbarca oggi parteciperà alla società dei prossimi 20-30 anni ?(a cominciare da produzione, lavoro, ?tasse, contributi previdenziali, consumi).
Il punto è proprio questo: come rendere ?i nuovi arrivati persone residenti attive, come formarli in tempi rapidi, come sostenere il loro inserimento nella società, come compensare la domanda di lavoro ?di profughi e immigrati economici con ?i nostri tassi di disoccupazione, come disincentivare le partenze lungo le rotte illegali, come rimpatriare quanti non accettano il patto di formazione offerto dallo Stato. La Germania sta lavorando ?su tutto questo. La Svezia è un modello ?di efficienza, tanto che a Vänersborg il principale campo profughi nazionale ?è un villaggio in un parco in riva a un lago, senza recinzione, né filo spinato, ?né polizia, né militari: e funziona. ?La cronaca giudiziaria ha più volte riferito quali siano invece i principi guida italiani. Di fronte al nostro fallimento etico, l’Europa non può fare nulla.
Reputazione e credibilità sono presupposti fondamentali per un governo che chiede aiuto. Dopo il vertice di Tallinn in Estonia ?è ormai è evidente che a Nord delle Alpi abbiano deciso di “esternalizzare” ?il problema scaricandolo sull’Italia, anche in cambio di finanziamenti, purché ?gli immigrati economici (non i profughi) restino in Italia: esattamente come noi stiamo tentando di fare con Libia, Tunisia ?e Niger.
Di fronte a questo scenario, minacciare di chiudere i porti non serve. Sarebbe più sincero richiamare severamente la responsabilità di Francia e Gran Bretagna nella destabilizzazione della Libia. E, soprattutto la Francia, nell’impoverimento delle ex colonie, regioni di partenza o di transito dell’emigrazione: ex colonie come ?il Niger dove Parigi tuttora estrae, pagando compensi irrisori, l’uranio che alimenta ?un terzo della potenza energetica francese.
Anche l’Italia ha comunque ?il suo carico di responsabilità se consideriamo il sostegno alla dittatura eritrea, causa della fuga di decine ?di migliaia di giovani. Potrebbe essere questo il primo passo per promuovere con Bruxelles un piano Marshall africano, che agisca come il famoso “European recovery plan” degli Stati Uniti. I governi europei stanno già spendendo miliardi di euro ?in missioni militari e di polizia a Sud del Sahara, ma senza risultati: dimenticando che soltanto la sicurezza economica può contrastare l’emigrazione o il reclutamento nelle formazioni terroristiche che hanno destabilizzato intere regioni.