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È Mahmood Ahmadinejad l’obiettivo della magistratura iraniana e dell’esecutivo presieduto da Hassan Rohani, che il ministero della Giustizia presieduto da Sadegh Amoli Larijani vorrebbe riuscire a incastrare dimostrando di essere il mandante – o almeno tra i principali fautori – dell’enorme scandalo finanziario emerso nel 2011 e che ha portato all’arresto di numerosi esponenti della finanza e dell’industria all’epoca della presidenza Ahmadinejad. In particolar modo, sono i nomi di Mahmood Reza Khavari (ex direttore della Bank Melli, fuggito in Canada) e Babak Zanjani (tycoon locale che costruì il suo impero attraverso acquisizioni pubbliche, poi arrestato nel 2013 e condannato a morte l’anno successivo) a permettere di stringere il cerchio intorno all’ex presidente, che teme oggi la possibilità di un’incriminazione o – peggio – di un mandato d’arresto. Non è peraltro solo il ministro della Giustizia ad accusare Ahmadinejad di essere coinvolto nell’enorme scandalo finanziario che, attraverso l’erogazione illecita di fondi pubblici ad imprenditori privati, seguita da altrettanto illecite cessioni di imprese pubbliche agli stessi imprenditori, ha determinato un danno per l’erario iraniano di quasi 2,8 miliardi di dollari. Il presidente Hassan Rohani lo scorso 10 dicembre aveva chiesto in Parlamento l’adozione di misure urgenti per impedire che quella che ha definito come una “mafia finanziaria”, capace di generare profitti illeciti per importi superiori al valore del Pil dello Stato, possa ancora godere di coperture politiche.
Anche la Guida Ali Khamenei, il 27 dicembre – curiosamente proprio il giorno prima della protesta a Mashad – aveva fatto un riferimento alquanto esplicito nel corso di un incontro pubblico a Teheran, sostenendo che «coloro che hanno avuto tutte le istituzioni e le risorse economiche del Paese sotto il proprio controllo, non hanno titolo per giocare il ruolo delle opposizioni, mentre dovrebbero essere piuttosto chiamati a rispondere delle proprie responsabilità». Un’accusa diretta e particolarmente circostanziata, che si inserisce nel quadro della crescente pressione del ministero della Giustizia nei confronti dell’ex presidente Ahmadinejad e dei suoi più stretti collaboratori.
Non stupisce, quindi, che le prime manifestazioni di protesta si siano sviluppate – con numeri ridottissimi di partecipanti, peraltro – proprio nelle città e nelle aree rurali dove più forte è la capacità degli ultraconservatori di consolidare il proprio potere. Molte proteste, non una rivoluzione. La dinamica di scontro tra l’esecutivo e alcuni gruppi espressione delle forze d’opposizione di area ultraconservatrice, e soprattutto l’organizzazione delle molte piccole manifestazioni strumentalmente organizzate nei feudi elettorali dell’ex presidente, si sono però gradualmente trasformate in un catalizzatore che ha fomentato la protesta in numerose altre aree del paese, portando nelle strade e nelle piazze un malcontento sopito da tempo, attraverso gruppi molto eterogenei tra loro per estrazione e posizione ideologica.
Scarsamente contrastate dalle forze di sicurezza, queste proteste hanno progressivamente preso la via della capitale, Teheran, dove nei primi giorni dell’anno si sono raccordate in un disordinato e confuso insieme di molteplici proteste e manifestazioni, spesso del tutto distinte tra loro. Trovano spazi comuni, quindi, i terremotati del recente sisma che lamentano i danni alle proprie case, costruite da consorzi edili riconducibili alla sfera della Sepah e risultati non conformi alle norme anti-sismiche, così come le migliaia di ingenui risparmiatori che hanno investito buona parte dei loro risparmi in tre società finanziarie (Samen Alhoja, Caspian Financials e Amal Financial Institution) che promettevano interessi del 20 per cento semestrali, e che hanno invece chiuso i battenti senza troppe cerimonie. E così molte altre istanze, che a Teheran si raccordano nella comune percezione dei grandi veri problemi dell’economia iraniana, afflitta dalla disoccupazione, dalla dilagante corruzione e dalla mala gestione di alcune importanti risorse economiche ed industriali del paese.
La crisi economica è una realtà, in Iran, su questo non c’è alcun dubbio. I giovani sono frustrati dalla mancanza di opportunità professionali, dalla scarsità di alloggi dove poter avviare un’esistenza autonoma, così come pesante è il clima generale imposto dall’embargo, che non fa mancare i beni di largo consumo, ma li rende sempre più costosi. La crisi non è tuttavia così allarmante come una parte della stampa internazionale cerca di veicolare, insinuando che il paese sia di fatto alla fame, e le proteste di questi giorni si inseriscono proprio in questo solco narrativo. La grande frustrazione comune di chi protesta per le strade è infatti riconducibile proprio alla disillusione di avere fortemente voluto e sostenuto le aperture di Rohani in direzione della comunità internazionale, per trovarsi invece presa in giro dalla stessa comunità internazionale, che a fronte del pieno rispetto dell’Iran delle disposizioni del Jcpoa, ha invece dovuto incassare l’indisponibilità del sistema bancario a sostenere gli investimenti nel Paese, lasciando in una sorta di limbo le migliaia di Memorandum Of Understanding siglati da centinaia di grandi industrie straniere.
A questa frustrazione si aggiunge la rabbia per la dilagante corruzione, che è tuttavia più radicata proprio in quella porzione del sistema economico dove prevale il peso ed il ruolo delle forze ultraconservatrici, trasformando quindi l’intera natura di queste proteste in un vero e proprio boomerang per lo stesso Ahmadinejad. Si tratta, in sintesi, di una dinamica di piazza del tutto autonoma ed acefala, senza alcuna cabina di regia politica e – almeno ad oggi – senza alcuna capacità di coordinamento sociale. In alcun modo – nonostante alcuni improvvidi paralleli della stampa – è individuabile una correlazione con le proteste del 2009, che furono completamente differenti per numeri, composizione sociale e motivazione.
Se una protesta acefala è facilmente contenibile dalle forze di sicurezza, non deve tuttavia nemmeno essere esageratamente diminuita nella sua portata, rappresentando in ogni modo la presenza di un reale disagio e di istanze che né l’esecutivo né le opposizioni si potranno permettere di ignorare.