«Lo Stato si è estinto», titolava quarant’anni fa una delle storiche false prime pagine del “Male”, il settimanale satirico diretto dal grande Vincino. La notizia era largamente sopravvalutata, ieri come oggi, ma nell’estate dei crolli, dei funerali degli applausi e della rabbia, delle concessionarie che si sono affittate quote di asfalto e di calcestruzzo, molti utili e poche manutenzioni, tanto privato e scarso servizio al pubblico, quel che è venuto giù assieme al ponte Morandi è un altro pezzo di fiducia nelle istituzioni, in quello che è di tutti, in ciò che per uso comune chiamiamo Stato.
Establishment, si dice, per definire la classe dirigente diffusa di un Paese: le alte cariche, il governo, i parlamentari, i presidenti di regione e i sindaci, e poi i prefetti, la rete diplomatica, i vertici delle forze dell’ordine e della sicurezza, l’alta magistratura. E ancora: l’imprenditoria, i banchieri, gli amministratori delle società partecipate, le concessionarie, i direttori di giornale... Dici establishment e pensi a qualcosa di stabilito, di solido, di duraturo: le grandi famiglie e i grandi interessi. Qualcosa che confina con la sicurezza: in inglese il verbo “to establish” significa anche stabilire, ciò che durerà a lungo. Nel tragico, luttuoso agosto 2018, di fronte a 43 morti, l’establishment italiano è riuscito a capovolgersi nell’immaginario nazionale e europeo nell’opposto: qualcosa che non mantiene, non stabilisce, non stabilizza. Anzi: un senso di insicurezza, di assenza di protezione da parte di coloro cui ti sei affidato, si è insinuato in tutte le famiglie italiane. L’insicurezza di un movimento, di uno spostamento, del passaggio da un capo all’altro di un ponte, quel che più di ogni altra cosa dovrebbe essere garantito.
Sono state le autostrade in Italia, accanto alle antenne della Rai, il vero veicolo dell’identità nazionale nel secondo Dopoguerra. Le autostrade costruite e gestite dallo Stato, con i caselli e gli autogrill, le corsie, le gallerie, gli svincoli, i viadotti, i ponti. L’incontro tra società e Stato, tra popolo e istituzioni, sempre rinviato e mancato, era avvenuto infine così, con quel patto che aveva retto l’impresa della motorizzazione italiana, il motore del miracolo economico degli anni Cinquanta-Sessanta: allo Stato la proprietà delle autostrade; all’imprenditoria privata - prima di tutto la Fiat - la vendita delle automobili; all’ente pubblico, l’Eni, le pompe di benzina, la Supercortemaggiore, «la potente benzina italiana», e gli autogrill, inventati da Enrico Mattei. La rete autostradale era stata terminata in tempi record: i 755 chilometri dell’autostrada del Sole in otto anni, dall’apertura del cantiere a San Donato Milanese (Metanopoli, il quartier generale dell’Eni, ancora oggi), con il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, nelle foto sull’attenti e in equilibrio precario su una scaletta a scoprire un cippo affacciato sul nulla, all’inaugurazione del tratto finale il 4 ottobre 1964, con il presidente del Consiglio Aldo Moro, che Pier Paolo Pasolini aveva visto in televisione considerandola una svolta epocale: «Qualcosa di fondamentale è dunque successo alle radici del linguaggio politico ufficiale... nel significativo momento dell’inaugurazione dell’autostrada del Sole: significativo in quanto tale “infrastruttura” è certo un momento tipico e nuovo dell’unificazione linguistica». Una frattura negativa per Pasolini, critico dello sviluppo e della mutazione antropologica degli italiani. Ma certo le autostrade non erano soltanto un nastro di asfalto, o un progetto industriale: per quella classe dirigente, per l’establishment dell’epoca, erano state un grande progetto politico, di unificazione politica e linguistica, l’abbattimento fisico di quella distanza tra Nord e Sud del Paese che cento anni di unità statuale non erano riusciti a scalfire. In mezzo, c’erano stati scontri di piazza, aperture a sinistra e tentativi di svolte autoritarie. Genova città medaglia d’Oro della Resistenza, nel luglio 1960, era insorta per bloccare il congresso del Movimento sociale e l’ipotesi di governo di destra guidato dal presidente del Consiglio Fernando Tambroni che si reggeva in Parlamento sui voti dei nostalgici fascisti. Tambroni cadde e l’Italia cambiò direzione, verso il centro-sinistra.
Tutto questo era venuto giù, da tempo. Ma oggi tocca ancora una volta a Genova testimoniare il cambio di fase. Il crollo del ponte Morandi, nell’estate che era cominciata con l’improvvisa scomparsa di Sergio Marchionne, ci ha restituito l’immagine di uno Stato senza progetto, senza neppure la possibilità di esercitare il potere e il diritto di controllo sulle sue strade. La società concessionaria Autostrade per l’Italia, fondata dall’Iri statale e di proprietà Atlantia della famiglia Benetton, si è distinta per mancanza di responsabilità nei confronti del pubblico, i cittadini comuni che pagano un pedaggio, che non dovevano morire perché stavano transitando su un ponte. Responsabilità, s’intende, parola che rimanda alle liberaldemocrazie, alle regole del mercato e della concorrenza, ai diritti dei cittadini e dei consumatori, e non colpa, termine che trascina in una sfera diversa, quella della ricerca di un colpevole contro cui accanirsi, un capro espiatorio da punire con un processo sommario, o addirittura senza processo. Responsabilità ci voleva, ci vuole, in termini etici e civili, e responsabilità non si è vista.
L’establishment, nel complesso, è venuto meno, e da tempo, al suo compito di rappresentanza delle istituzioni democratiche e delle regole del gioco. Lo ha avvertito come un dramma personale, e con una sofferenza evidente, il presidente Sergio Mattarella, chiamato a portare ancora una volta sulle sue spalle un’idea di Stato e di Repubblica partecipe, presente, autorevole, dignitosa, eppure sempre meno condivisa dagli altri protagonisti della vita pubblica. Era lì, Mattarella, come due anni fa nella palestra di Ascoli, di fronte alle bare delle 35 vittime di Arquata, dopo la scossa di terremoto della notte del 24 agosto 2016. C’era sempre Mattarella, con i suoi capelli bianchi, il suo pudore, la sua umanità, in modo anti-retorico, anche a Genova una settimana fa. Era lì, a tenere insieme le ragioni del vivere comune in un contesto sempre più sfasciato, ridotto come il ponte Morandi, un pezzo di qua e un pezzo di là. Con le famiglie che hanno detto di no ai funerali di Stato e quelle che hanno detto sì, ci crediamo ancora, in queste istituzioni, in questa giustizia, nonostante tutto. Con i volontari, i vigili del fuoco, la protezione civile, le persone che scavano con le mani, il mondo della solidarietà da una parte. E gli speculatori, i predoni, gli sciacalli dall’altra. Chi si prende cura sentendolo come un suo dovere e chi aveva il dovere di prendersi cura e non l’ha fatto. In mezzo, c’è il vuoto.
Nella faglia di un terremoto come nel nulla che collega un pezzo di ponte all’altro, uno spettacolo inverosimile, perché un ponte viene costruito per unire, non per dividere, tantomeno per uccidere. Si abbattano i muri, si costruiscano i ponti, si diceva un tempo, ma quel ponte spezzato è oggi un altro muro che si alza, che allarga la sfiducia, il disgusto, la rabbia, la disperazione.
In quel vuoto si è inserito politicamente il governo Salvini-Di Maio, la maggioranza gialloverde o gialloblu che regge il Paese da tre mesi. Il ponte tra cittadini e istituzioni si era già frantumato da tempo, il risultato elettorale del 4 marzo non è la causa ma l’effetto, così come lo sono gli applausi ai funerali per i diarchi del nuovo potere Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la fila per farsi un selfie con il vice-premier della Lega nel momento più solenne e doloroso, il bambino che urla al vice-premier del Movimento 5 Stelle un proposito truculento di vendetta, subito rilanciato a uso della stampa e dei social. Il crollo si presenta come un’occasione, da utilizzare cinicamente, nella babele delle punizioni che si sono via via invocate nei giorni successivi alla strage: la revoca della concessione, la multa, il risarcimento da quadruplicare, no, da quintuplicare, come ha genericamente dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La nazionalizzazione delle strade che non risponde a una visione industriale e neppure a un’idea di unità nazionale, come era negli anni Cinquanta-Sessanta, ma all’esigenza di sostituire al vecchio establishment una nuova razza padrona. Un nuovo partito-Stato che non si identifica con una maggioranza di governo e con un governo pro tempore, ma pretende di rappresentare il tutto: tutta la società, tutti i cittadini, tutto il popolo. E chi resta fuori, o chi si oppone, finisce per diventare un nemico del popolo.
«La caratteristica dei nuovi populismi non è l’ostilità nei confronti delle élites, ma del pluralismo», ha scritto il politologo Ivan Krastev in “After Europe” (University of Pennsylvania Press, 2017). «I successi elettorali dei partiti populisti trasformano la democrazia da strumento di inclusione a strumento di esclusione, sono una rivolta contro quelle che vengono percepite come minoranze privilegiate: le élites e i migranti, né le une né gli altri sono “come noi”. E la separazione dei poteri non è la strada per controllare il potere, ma la via per le élites per impedire che siano mantenute le promesse elettorali. Ciò che caratterizza i populisti è la costante attività per smantellare il sistema di pesi e contrappesi, i checks and balances, e per portare le istituzioni indipendenti (i tribunali, le banche centrali, i media, le organizzazioni della società civile) sotto il loro controllo».
Una rivolta in nome del popolo contro il pluralismo. Che travolge, principalmente, l’opposizione, culturale, civile, politica. Resteranno a lungo i fischi e le grida che hanno accolto all’ingresso dei funerali di Genova il segretario del Pd Maurizio Martina e l’ex ministro Roberta Pinotti, genovese e residente nel quartiere di Sampierdarena toccato dalla strage. Ricordiamoli a futura memoria i nomi di quest’uomo e questa donna che hanno sentito il bisogno di esserci, di mettere in gioco se stessi, a differenza di tanti altri, compresi i leader che si percepiscono come principeschi e medicei cui forse quei fischi erano destinati. Fischi e rabbia che testimoniano la solitudine degli oppositori e le macerie in cui si trovano a muoversi. Se non fosse un paragone di dubbio gusto, si potrebbe concludere che il Pd ha reagito alla sconfitta del 4 marzo come la Società Autostrade ha fatto di fronte alla catastrofe del ponte Morandi: in ritardo, male, con la rimozione del disastro, con l’auto-assoluzione da ogni responsabilità, senza riconoscere le cause che arrivano da lontano, con altezzosità, con gli strateghi della comunicazione tronfi nelle lobby relazionali che invece nel momento di crisi non sanno come muoversi, al punto che anche la sconfitta sembrava come il crollo del ponte: una fatalità, senza colpevoli e senza responsabili. Invece non è una fatalità: è l’effetto di anni di incuria politica. Di distacco dal popolo. «Dobbiamo ripartire da quei fischi», ha detto Martina (Repubblica, 22 agosto). Roberta Pinotti ha fatto di più: «Come è possibile che abbiamo creato tanta disillusione in un popolo che doveva sentirsi salvaguardato da noi?», si è chiesta in tv a “In Onda” (21 agosto). «Una parte del popolo ci vede come nemici e lontani».
Mai è stato così profondo il distacco del gruppo dirigente del Pd e un pezzo di suo ex elettorato. Il popolo, già. Che in questo momento, in Italia e nel resto di Europa, vuol dire tante cose: alcune ambigue, scivolose. Il popolo in cui si annidano sentimenti di distruzione, di lacerazione della convivenza, di chiusura nei confronti degli altri, il popolo per cui migranti e élites sono la stessa cosa. Il popolo, però, che non va abbandonato nelle mani dei populisti, di chi lo usa per costruire il suo potere indiviso. Quanta responsabilità hanno nei confronti di questa frattura dal popolo quei capi politici narcisisti, vanesi, dediti al culto di se stessi e del nulla che abbiamo visto all’opera negli ultimi anni, quanta distanza, quanto disprezzo per le ragioni degli altri, quanta incapacità di capire e quanta mancanza di volontà di comprendere! Un filosofo francese del Novecento, il cattolico Jacques Maritain, aveva scritto nel 1937 un articolo intitolato “Esistere con il popolo”, nel mezzo del trionfo in Europa del nazismo e del fascismo, regimi che rivendicavano il rapporto privilegiato con la nazione e con il popolo: «“Esistere con” è una categoria etica. Non significa che voglia vivere fisicamente con un essere e allo stesso suo modo, e nemmeno che ami un essere nel senso di volergli bene. Significa, invece, che lo amo nel senso di fare unità con lui, di portare il suo peso, di vivere in convivenza morale con lui, di sentire con lui e di soffrire con lui».
Il contrario di chi manipola il popolo, lo strumentalizza per il proprio potere. E ricostruire una politica che non solo ascolta il popolo, o lo usa a suo piacimento, ma vive con il popolo, esiste con il popolo, è il passo minimo per ricucire la frattura. Per rifare un ponte.