Matteo Salvini e la superficie della menzogna

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Sulla nostra inchiesta il leader della Lega ha oscurato, omesso, occultato, mentito. Dimostrando così tutta la sua debolezza. Che ora è soprattutto politica

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Matteo Salvini ha occultato, omesso, oscurato. La pena del contrappasso, per il leader sempre connesso. Matteo Salvini ha mentito: sul ruolo ricoperto dal suo compagno di viaggio in terra di Russia Gianluca Savoini, sulla sua presenza immancabile a fianco del capo, sulle attività dell’associazione Lombardia Russia nella geopolitica, chiamiamola così, e nell’economia del partito che fu di Umberto Bossi e che ora è del Capitano che-tremare-il-mondo-fa (non più). L’uomo che si presenta come il paladino della sicurezza nazionale è finito in un gioco più grande di lui. Il sovranista è a sovranità limitata. L’uomo dei selfie è intrappolato nella cortina di ferro, dove non si vede nulla. Questa è l’unica conclusione possibile, almeno fino al momento in cui scrivo, del lungo e paziente lavoro di ricerca che L’Espresso ha cominciato più di un anno fa, con la sua redazione e con i suoi reporter, Giovanni Tizian e Stefano Vergine.
Esclusivo
La trattativa Lega-Russia: ecco le carte segrete
18/7/2019

Al Viminale siede uno sprovveduto o un bugiardo, o entrambe le cose, uno sbruffoncello, come disse lui di Carola Rackete. I nuovi documenti che pubblichiamo in questo numero dimostrano che la trattativa tra Savoini e i russi, con il codazzo di faccendieri, intermediari, avvocati, brasseur d’affaires, è proseguita per mesi dopo l’incontro all’hotel Metropol di Mosca del 18 ottobre 2018 da cui tutto è cominciato, si è fermata - le carte arrivano qui - all’inizio di febbraio, a ridosso della nostra pubblicazione delle prime rivelazioni, quando alle elezioni europee mancavano ormai meno di quattro mesi. Cosa è successo dopo non spetta a noi dirlo.

Per mestiere cerchiamo di raccontare gli arcana, gli angoli bui, gli affari riservati e sporchi della politica. La procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulla base di quanto avevamo ricostruito: ha preso sul serio quello che in molti in Italia hanno preferito sottovalutare, minimizzare, confondere con un pettegolezzo giornalistico, come ha fatto in modo sciagurato e sfortunato la seconda carica dello Stato.

Opinione
Matteo Salvini, è arrivato il momento di rispondere alle nostre domande
1/3/2019
Si era comportata in modo diverso molta stampa internazionale, nonostante il silenzio di gran parte di quella italiana. E il tacere imbarazzato del ministro dell’Interno sulle nostre domande, quelle che gli aveva posto Lirio Abbate già il 3 marzo (I buchi neri di Salvini, L’Espresso numero 10: a che titolo parla Savoini, perché si muove nelle delegazioni se non ha incarichi ufficiali, chi ha visto Salvini durante la sua visita a Mosca il 17 ottobre), tradiva un’ansia e una strategia dell’occultamento. Un atteggiamento che dice molto, ancora una volta, dei meccanismi del potere, della sua attitudine alla bugia, «la tranquilla superficie della menzogna», come la chiamava l’anti-sovietico Vaclav Havel, il commediografo dissidente cecoslovacco diventato presidente dopo il 1989, in “Il potere dei senza potere”: «Mentre per sua natura la vita tende al pluralismo, alla varietà dei colori, a organizzarsi e costituirsi in modo indipendente, tende a realizzare la propria libertà, il sistema post-totalitario esige monolitismo, uniformità, disciplina». Quella che si vorrebbe introdurre in Italia, come già si è fatto in Russia. Un addomesticamento del dissenso, un conformismo che, a differenza del passato, convive con le forme della democrazia, il voto, le istituzioni di controllo, l’esistenza di un’opposizione. Svuotate però, dall’idea che a comandare sia uno solo, zar Putin in Russia, Donald Trump in Usa, Salvini in Italia.

I leader del passato erano invisibili, ma sempre onnipotenti. Quelli attuali, con cui dobbiamo fare i conti, sono onnivisibili, ma talvolta impotenti. Si affollano sul palcoscenico mediatico promettendo svolte e cambiamenti epocali, conquistano gli applausi del pubblico, ma non riescono a nascondere che le vere decisioni vengono prese nel dietro le quinte e che le loro prestazioni sono povere recite familiari. Leader onnivisibili coltivatori della bulimia dell’apparire. Pronti però a spegnere all’improvviso le luci quando si tratta di rispondere, rendere conto, replicare, che si tratti delle richieste di un giornale o del Parlamento.

In “Spin control”, pubblicato negli Usa nel 1992, il professor John Antony Maltese raccontava la nascita e la crescita del White House Office of Comunications della Casa Bianca, fondato nel 1969 da Richard Nixon. Con Herb Klein alla guida, e come portavoce Ron Ziegler, soprannominato zigzags o ziggies. Il primo ad aprire un ufficio comunicazione della Casa Bianca era stato un presidente che odiava i giornalisti. «La stampa non è un nemico, è il nemico», usava predicare Nixon. Aveva spostato le conferenze alle nove di sera, in diretta televisiva, non voleva parlare con i giornalisti, ma con il pubblico: «Questa volta sono stato determinato a raccontare la mia versione direttamente alla gente piuttosto che farla trasmettere da un resoconto di stampa». Se hai la stampa ostile, devi imparare a scavalcarla. La devi usare, non fartene usare.

Nixon finì malissimo, costretto a dimettersi dopo un’inchiesta giornalistica del Washington Post durata più di due anni: il caso Watergate. Ma ha fatto scuola. E oggi i suoi successori, alla Casa Bianca e altrove, possono contare su due armi formidabili che all’epoca il presidente degli Stati Uniti non poteva possedere. La tecnologia che permette di fare in modo compiuto quello che trenta o quaranta anni fa era soltanto una cattiva intenzione: fare a meno dei giornali, dei giornalisti, delle inchieste e delle domande, eccitare la propria tifoseria, costruirsi una realtà parallela con i propri social. La seconda arma del potere è il precipitare della credibilità del giornalismo e della stampa che agevola chi vuole trasformare un fatto in una opinione, una inchiesta ben documentata in un mistero in cui tutto si confonde, con l’opinione pubblica che esce frastornata e disorientata. E via con i sospetti, i dubbi, le battutine.

Siamo in un paese in cui l’inizio dell’inchiesta sul Watergate avrebbe portato gli altri giornali a indagare sulla fonte del Post, Gola profonda, piuttosto che sugli uomini di Nixon. In questi giorni ci è toccato assistere a lezioni di giornalismo impartite da chi ha pubblicato, per oltre un anno, sulla prima pagina del Giornale berlusconiano, le rivelazioni di un certo Igor Marini, il supertestimone del caso Telekom Serbia, ex attore, stuntman, conte (presunto), che aveva rivelato l’entità di una super-tangente, 800 miliardi di lire, e i nomi dei destinatari: i conti all’estero cifrati Ranocchio (Lamberto Dini, all’epoca ministro degli Esteri), Cicogna (Piero Fassino, sottosegretario agli Esteri e poi segretario dei Ds) e Mortadella, il soprannome di Romano Prodi. Finché l’ora della verità, sia pure in ritardo, arrivò davvero e nel 2011 Igor Marini fu condannato a dieci anni per associazione a delinquere e calunnia.

Tutto questo ci spinge a essere prudenti e garantisti nei confronti di tutti, anche di Salvini. Finora non una riga delle nostre inchieste è stata smentita e nessuna querela è arrivata. Mentre le conseguenze politiche dell’affaire sono sotto gli occhi di tutti. La più evidente è l’isolamento dell’Italia. Nell’Unione europea la Lega è stato l’unico partito di governo a non essere stato coinvolto nella scelta della nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Né Trump né Putin si fidano di Salvini: un capolavoro. Se ha un senso il programma esposto da Savoini a Mosca con l’ardore del partito fratello, «la Lega si batterà per una nuova Europa vicina alla Russia», va aggiunto che la vecchia Europa divisa su tutto si è unita su un solo punto: ricacciare Salvini e il suo partito tra i freaks, con Marine Le Pen che però non è al governo e non lo sarà mai, mentre il Capitano aspirava a costruire un’egemonia politica in grado di durare decenni. E invece c’è «una miseria da stra-paese», scrive Massimo Cacciari che però «palesa qualcosa di tremendamente serio. Il sovranismo, nelle condizioni geopolitiche attuali, produce per logica necessità la subordinazione quando non sottomissione a questo o quell’Impero».

Nella maggioranza e nel governo hanno ripreso quota e peso, dopo il rovescio elettorale del 26 maggio, il premier Giuseppe Conte e il suo vice Luigi Di Maio. Conte ha come scavalcato a sinistra il Pd e l’opposizione, quando ha accusato il capo leghista di «scorrettezza istituzionale» e dopo un anno ha finalmente trovato una ragione sociale per se stesso: riportare Salvini alla sua dimensione di vice, di numero due.

Il Movimento 5 Stelle si è dimostrato in Europa più abile di Salvini nel presentarsi come indispensabile per il voto positivo su von der Leyen, ed è tutto dire. Il Capitano è rimasto senza nulla in mano, accaldato e offeso. Il contratto del governo del cambiamento M5S-Lega non c’è più, è stato stracciato in mille pezzi. Alle sue spalle spunta un altro contratto, che era spostato sull’asse tra Salvini e Putin. La crisi di governo, che Salvini agitava fino a due settimane fa contro deputati e senatori impauriti, ora è diventata un’arma puntata contro di lui e non sono più scontate le elezioni anticipate in caso di rottura della maggioranza gialloverde. Non è soltanto l’annusarsi a distanza tra M5S e Pd, con qualche votazione in comune. È il venir meno, per il leader leghista, della condizione privilegiata di cui ha finora goduto, la invulnerabilità, e di una strategia, far durare la legislatura sulle spalle dei 5 Stelle. Salvini, già tentennante e incerto sul voto anticipato, è stato ricacciato al punto di partenza. Dopo un anno di sondaggi e di elezioni europee e regionali trionfali, non è diventato uno dei leader della nuova Europa e si ritrova di nuovo confinato nel bar di Guerre stellari dei sovranisti. Ma in politica un mancato passo in avanti diventa un passo indietro. I colloqui dell’hotel Metropol, con tutto quello che è seguito, fotografano il ministro nel momento amaro in cui le ambizioni falliscono.

Salvini non è il capo della Nuova Europa amica di Putin, Salvini non è il capo della nuova Italia, Salvini è più semplicemente il capo di Gianluca Savoini, com’è stato per anni. E questa semplice verità, che il caso Lega Russia ci restituisce, vale sicuramente una richiesta di dimissioni per il ministro ma anche una condanna, per carità, tutta politica. Per il Capitano che ha occultato, omesso, oscurato, mentito. E che non sa rispondere alle domande di quello strumento mite e determinato di ricerca della verità e di orientamento dell’opinione pubblica che si chiama giornalismo.

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