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Attualità
novembre, 2020

Nove milioni di italiani sono rimasti senza medico di famiglia

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Nell'ultimo anno sono andati in pensione troppi dottori: i loro sostituti non ci sono e per formare nuove professionalità servono dieci anni. Un disastro annunciato

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Potenziare la medicina di comunità, coinvolgere i medici di famiglia, incentivare la telemedicina. Così l’infezione si può curare prima e meglio, senza intasare i pronto soccorso. Perché la guerra contro il Covid si vince sul territorio, non negli ospedali. Quante volte abbiamo sentito questa formula magica?

A trovarlo, un medico di famiglia. Nel corso del 2020 circa 9 milioni di italiani sono rimasti senza medico di base perché quello di fiducia è andato in pensione, perdendo la consuetudine e la conoscenza della storia clinica dei pazienti. E spesso trovarne un altro in grado di riassorbire le persone rimaste scoperte (fino a 1.500 pazienti per medico) può essere un’impresa: semplicemente i professionisti in grado di sostituirli non ci sono. I dipartimenti di cure primarie delle Asl fanno i salti mortali per assicurare la copertura degli assistiti in tempi rapidi. Ma quella della medicina generale è un’altra linea del fronte del sistema sanitario che si trova strutturalmente sguarnita al cospetto della pandemia, dopo quella della prevenzione e degli ospedali. Proprio mentre ai medici di base si vorrebbero affidare la gestione clinica a domicilio dei pazienti Covid, le campagne vaccinali di massa contro l’influenza, i test rapidi per la diagnosi dell’infezione da Sars-CoV-2.

Secondo le stime dell’Enpam, l’ente previdenziale dei medici e degli odontoiatri, entro la fine dell’anno più di 8.800 medici di famiglia potrebbero andare in pensione: 3.226 devono farlo per forza avendo raggiunto i 70 anni, età oltre la quale non è più possibile lavorare. Gli altri, tra i 68 e i 69 anni, potrebbero optare per il pensionamento ma anche scegliere di proseguire il lavoro fino all’età limite, nonostante i vantaggi economici siano trascurabili. E nei prossimi anni i pensionamenti aumenteranno: il picco è previsto per il 2023, con 10.639 medici in meno. Anche il trend degli ultimi tre anni non lascia tranquilli: l’ente previdenziale dei medici registra un un aumento del 148 per cento del pensionamento anticipato.

E la pandemia non aiuta.

«Questi numeri sono ottimistici. Un medico di medicina generale può decidere di andare in pensione anche prima, a partire dai 62 anni, riscattando la laurea e perdendo il 30 per cento della pensione», sostiene Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo. Nella provincia della città lombarda, 5.900 morti per Covid solo nel marzo scorso, l’agenzia regionale Ats conferma che entro la fine dell’anno andranno in pensione 107 medici di base su 600. È forse la realtà più eclatante a livello nazionale.

«Se sul territorio non c’è capacità ricettiva e restano scoperti più di 350 pazienti, l’Ats deve mandare un un incaricato provvisorio, che è un dottore molto penalizzato dal punto di vista economico e della progettualità. Il problema è che non è neanche facile trovarli», spiega Mirko Tassinari, segretario dei medici di famiglia a Bergamo: «Una volta erano medici in graduatoria in attesa di avere il loro ambulatorio, adesso invece bisogna ritenersi fortunati se si trova un neolaureato che non è riuscito a entrare nel corso di specialità, ha un anno vacante e si mette a disposizione per alcuni mesi».

D’altra parte per formare un medico di famiglia ci vogliono 10 anni, tre dei quali solo alla scuola di specializzazione gestita dalla Regione. Fino al 2018 le borse di studio per accedere alla specialità erano 900 all’anno, poi sono state raddoppiate fino a circa 2 mila. Non abbastanza. Quei medici oggi frequentano il corso e non saranno disponibili prima del 2021.

Nel paese di Sotto il Monte, nella Bergamasca, Ivan Carrara è un medico di famiglia cosiddetto “massimalista”, con una platea di 1500 assistiti. «Nei mesi di marzo e aprile ho avuto 180 casi di Covid con problemi respiratori importanti, che ho gestito quasi interamente a domicilio perché gli ospedali erano pieni», racconta il medico: «Otto di loro non ce l’hanno fatta. Quasi nessuno ha ricevuto il tampone, quindi non sono nemmeno rientrati nelle statistiche dell’epidemia. All’inizio siamo andati incontro al virus a mani nude, ci siamo ammalati tutti, anch’io, nonostante la mascherina Ffp3 che avevo acquistato quando ho aperto lo studio pensando che non l’avrei mai usata. Alcuni colleghi sono stati molto male e si sono spaventati, li capisco. Uno si è ammalato, ha portato il virus a casa e la moglie è morta».

Nell’elenco dei medici caduti nel corso dell’epidemia di Covid-19, tenuto dalla Federazione degli ordini dei medici FnomCeo e già arrivato a quota 183 vittime, 67 sono medici di base. Alcuni di loro, già in pensione, ultrasettantenni, erano tornati in servizio per dare una mano. «Perdere dei colleghi coetanei ha un impatto psicologico molto forte. Diversi mi hanno confidato di voler lasciare prima del tempo, io li capisco perché anche solo reggere i ritmi di lavoro durante la fase acuta dell’epidemia è impegnativo. Rischiano di ammalarsi e di portare il contagio ai famigliari. Sono preoccupati come e più di me per la seconda ondata», prosegue Carrara.
A Cremona e Mantova, altre province lombarde colpite duramente dal virus, per 46 medici di base che andranno in pensione entreranno solo due nuovi medici titolari: «Nessun paziente rimarrà scoperto», assicura l’Ats Val Padana, che dovrà nominare nuovi incaricati provvisori oltre ai 20 già attivi nella sola Cremona, che assistono quasi 25 mila persone.

La situazione comunque era nota da tempo. Già nel 2010 gli Ordini dei medici segnalavano che la generazione di medici di base entrati in servizio nei primi anni Ottanta avrebbe lasciato l’attività di assistenza in massa: «Esiste un ritardo nelle azioni intraprese, derivante dal tempo necessario alla formazione», ricordavano. Eventuali interventi per far fronte al picco dei pensionamenti, infatti, avrebbero avuto effetti solo dopo molto tempo. In tutti questi anni, i moniti e le richieste ai governi sono stati continui. L’ultimo richiamo il 1° giugno scorso, con la richiesta di ristrutturare la medicina di base prevedendo risorse e riforme già nel Decreto Rilancio. «La ricetta è semplice», assicura il presidente della FnomCeo, Filippo Anelli: «Potenziare la medicina del territorio, dotando i medici di medicina generale di tutti gli strumenti diagnostici, di monitoraggio e terapeutici necessari, e facendoli lavorare in équipe con gli infermieri».

Qualcosa di molto simile a quanto è successo a Bergamo, nel pieno della prima ondata, quando i medici di base travolti dai casi Covid si sono autorganizzati: «Abbiamo portato a casa dei pazienti i saturimetri e altri strumenti per permettere loro di misurare alcuni parametri, che poi venivano inseriti in un portale attraverso un’app o con una telefonata fatta a personale infermieristico. In caso di peggioramento ci avvisavano e potevamo chiedere il ricovero precoce», spiega Paola Pedrini, vicesegretario locale della Fimmg. Una sorta di telemedicina artigianale nata per necessità, in tempi di guerra, con i pazienti chiusi in casa con la fame d’aria. E siamo ancora lì.

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