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Ivan Krastev afferma che la crisi del coronavirus rafforzerà il nazionalismo in Europa. Non sembra una previsione avventata. Le grandi crisi degli ultimi due secoli hanno avuto questo effetto: quella del 1929 e, ovviamente, anche quella del 2008, l’unica nel nostro secolo paragonabile per dimensioni a quella precedente.
La ragione del fenomeno è palese. Una crisi profonda genera paura, e il nazionalismo si presenta come l’antidoto ideale contro la paura quando offre, di fronte all’incertezza, il rifugio di una comunità legata da vincoli di sangue. Il problema è che questo rifugio, oltre a essere irrazionale e illusorio, non ci protegge da alcunché o ci protegge assai peggio del rifugio razionale dell’essere cittadini che è costruito sui vincoli della legge. Ne è prova evidente il fatto che in Europa ogni rafforzamento del nazionalismo ha scatenato conflitti ancora peggiori di quelli che lo avevano generato.
È accaduto con la crisi del 1929 che sfociò nella Seconda guerra mondiale. Non è avvenuto con un impatto pieno dopo quella del 2008 perché, sebbene la Ue non sia quella che alcuni di noi vorrebbero che fosse - uno stato federale - essa ha tuttavia rallentato la rinascita del nazionalismo, proprio il fine per cui è stata fondata. Sarà in grado di continuare a farlo?
Se la crisi del coronavirus assumerà una dimensione economica simile a quella del 2008, come teme Christine Lagarde, la presidentessa della Bce, sarà la Ue in grado di resistere a due crisi consecutive di tale calibro, considerando che la prima è stata a un passo dal travolgere l’euro? È questa adesso, a mio avviso, la domanda da un milione di dollari, perché di una cosa possiamo essere certi: i grandi problemi di oggi sono transnazionali, come l’attuale crisi insegna ancora una volta, mentre per risolverli disponiamo quasi esclusivamente di strumenti nazionali. Ciò equivale più o meno a tentare di aprire una cassaforte a testate. A peggiorare le cose, c’è l’uso deprimente che i politici fanno dei pochi strumenti transnazionali a disposizione, come ha dimostrato ancora una volta la reazione lenta, titubante, ingenerosa, insoddisfacente e timida della Ue alla pandemia. Inoltre, da quando essa è scoppiata, sento dire spesso che le crisi peggiori tirano fuori il meglio di noi. Ecco un’altra dimostrazione di ottimismo infondato. Almeno, questa è la conclusione che ho tratto dalla crisi del 2008, e soprattutto dalla crisi catalana, che è stata essenzialmente una sua conseguenza. Di fatto, pensando a quest’ultima, continua a venirmi in mente la frase di George Orwell: «Dove sono le brave persone quando accadono cose brutte?».
È naturalmente una domanda retorica: Orwell, che aveva combattuto in guerra, sapeva che quando accadono cose brutte, le brave persone restano, con pochissime eccezioni, nascoste o silenziose, quando non fanno addirittura cose brutte. Quest’ultima non è un’affermazione ottimistica, ma ciononostante mi auguro che, per una volta, dimostreremo che è falsa.
Walter Benjamin scrisse che la felicità consiste nel vivere senza paura. In questi giorni, da quando è scoppiata la pandemia, per l’Europa vivere senza paura non è possibile (almeno senza paura per la vita di molte persone). E non dovrebbe farlo: il coraggio non consiste nel non avere paura - ciò è temerità - ma nel controllarla, fare ciò che deve essere fatto e andare avanti. Ora come ora è di questo che si tratta.
Traduzione di Marina Parada