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Attualità
maggio, 2021

«Il ddl Zan è solo il minimo sindacale: nessun altro passo indietro è accettabile»

Per quanto possiamo dirci uguali, finché continuerà a non essere così anche solo per qualcuno, allora non lo saremo davvero. Per questo esistono le leggi parlamentari

Sono quasi trent’anni che il nostro Paese chiede di prendere posizione e riconoscere formalmente l’esistenza e il peso dei fenomeni discriminatori nei confronti delle persone lgbt+ in quanto tali. L’invisibilizzazione delle identità è l’aspetto più strutturale della discriminazione: se fingi che una cosa non esista ed eviti di nominarla, questa avrà difficoltà a riconoscersi, legittimarsi e difendersi dall’emarginazione sociale. Si può dire quanto si vuole che la nostra Costituzione ci considera tutti e tutte libere e uguali, ma se nel corso della storia abbiamo sentito il bisogno di autodeterminarci nelle nostre identità e nelle nostre battaglie significa che evidentemente non è così semplice.

 

D’altronde sono molti i codici, spesso non scritti, a regolare la vita delle persone in società: la maggior parte di questi sono culturali. La nostra è una cultura ciseteropatriarcale costruita su modelli binari di uomini e donne molto specifici, che dà per scontato a priori l’essere eterosessuale e cisgender (non trans) di tutte le persone. Tutto quello che esce dai binari stride. Per quanto possiamo dirci uguali, finché continuerà a non essere così anche solo per qualcuno, allora non lo saremo davvero. Per questo esistono le leggi parlamentari: per dirci chi siamo e cosa ancora ci limita, per dotarci degli strumenti necessari ad assottigliare le differenze sociali, e dare a ogni persona armi personalizzate per giocare una partita alla pari: se la Costituzione rappresenta la mira, le norme sono le frecce che attraversano il presente. Dotarci di una legge che riconosca e condanni le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere significa attivare un processo soprattutto culturale, ma non solo, perché riconoscere il fenomeno significa anche poterlo osservare, studiare, far emergere i casi più al margine.

 

 

Se i Paesi europei senza tutele contro le discriminazioni sono quelli con meno casi rilevati di omotransfobia e misoginia non significa che siano meno omofobi e misogini, ma al contrario che sono semplicemente i più repressivi. L’unico modo per garantire pari diritti è mettere le persone nelle condizioni di poter denunciare: se per esempio accade, e accade, che un giovane o una giovane come me che si dichiara lgbt+ in famiglia possa essere cacciata di casa, lo Stato dovrebbe offrirgli strutture di accoglienza e servizi adeguati per permettergli di emanciparsi dal contesto di violenza. Dichiararci uguali quando non sono tutti e tutte d’accordo su cosa significhi è solo una truffa nei confronti di chi ancora viene discriminato in quanto «diverso». Sono molte le declinazioni della discriminazione e il disegno di legge in discussione è solo il minimo sindacale, frutto di già troppi compromessi al ribasso giocati sulla pelle delle persone che vivono fuori da quelle aule, da parte di una classe politica che non rappresenta minimamente la varietà di voci, più o meno ascoltate, del Paese.

 

Da destra a sinistra, non esistono veri interlocutori per le minoranze e questa non è affatto una legge perfetta, a partire dall’articolo 4. Di fronte abbiamo numerose altre battaglie, è già tardi: nessun altro passo indietro è accettabile e bisogna iniziare a correre insieme, perché in tanti e in tante abbiamo già il fiatone.

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