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Cultura
dicembre, 2010

Revival: torna l'olografia

Dopo il cinema 3d, ora si riscopre anche questa tecnica nata negli anni Sessanta. Che grazie a Internet si trasforma in "telepresenza" in movimento. Con effetti potenzialmente incredibili

Nel film "Ritorno al Futuro II" l'ologramma tridimensionale dello squalo di Jaws 19 si avventa sui passanti che hanno avuto la malaugurata idea di fermarsi nei pressi del suo cartellone pubblicitario, fingendo di volerli divorare. In "Io, Robot" l'immagine olografica della vittima di un omicidio offre dei suggerimenti per la soluzione del suo assassinio a un poliziotto (Will Smith) usando delle capsule temporali. Ogni volta che le indagini si insabbiano, l'ologramma della vittima emerge da una di queste capsule e lievitando come se fosse un ectoplasma, offre suggerimenti che aiuteranno Smith a riprendere l'indagine. La scena di "Guerre Stellari" in cui il robot R2D2 trasmette l'ologramma della principessa Leia che implora Luke Skywalker d'aiutarla a sfuggire alle truppe imperiali è diventata una delle immagini più famose della storia del cinema. Insomma, ogni film che voglia incrementare il suo tasso di futuribilità non deve far altro che ricorrere allo stratagemma della comunicazione olografica tridimensionale, sempre affascinante e popolare.

Inventata nel 1947 dal fisico angloungherese Gábor Dénes (la scoperta nel 1971 gli valse il Nobel per la fisica) l'olografia è probabilmente tra le tecnologie più favoleggiate dei nostri tempi. Nell'immaginario collettivo s'è cristallizzata l'idea che la loro realizzazione marcherebbe il superamento di pietre miliari nel percorso dell'umanità verso l'affrancamento dalla schiavitù della materia e dalle restrizioni imposte dalle leggi della fisica.

Ma al di là delle sue versioni cinematografiche, negli ultimi quarant'anni l'olografia ha fatto registrare progressi sostanziali, tanto che s'ipotizza che entro i prossimi anni la comunicazione olografica diventerà una realtà diffusa come quella della comunicazione con i telefonini: ad esempio, per rendere molto più coinvolgente la presenza a distanza nelle videoconferenze, ma anche a scopi ludici e ricreativi. Ad esempio, lo scorso novembre un gruppo di ricercatori dell'Università dell'Arizona ha creato un sistema per la proiezione di immagini tridimensionali visibili ad occhio nudo. L'immagine (seppur monocromatica), è a colori e si auto-aggiorna ogni due secondi. Una scansione questa troppo lenta per poter competere con quella di un video o con la velocità cinematica di "Avatar", ma insomma, è un inizio. I ricercatori l'hanno battezzata Telepresenza Tridimensionale e troverebbe applicazioni immediate (dai sette ai dieci anni secondo i suoi creatori), in medicina, pubblicità, intrattenimento e telefonia.

Il prestigioso settimanale scientifico "Nature" la ritiene così rivoluzionaria che ha deciso di farne la storia di copertina. E da allora il Dipartimento di Scienze Ottiche dell'Università dell'Arizona, a Tucson, è diventato uno dei luoghi più gettonati per chi vuole sapere come si evolverà questo settore nei prossimi anni, come spiega a "L'espresso" Pierre-Alexandre Blanche, il coordinatore del gruppo di ricerca dell'Arizona. Belga, un PhD in fisica conseguito al Centro Spaziale di Liegi, una trentina di pubblicazioni scientifiche al suo attivo, Blanche è un'autorità internazionale nel campo dei polimeri fotosensibili e oggi capeggia il gruppo di ricerca di Olomatica Aggiornabile dell'Università di Tucson.

"Al momento", spiega, "siamo gli unici ad aver realizzato una buona parallasse, tutto qui". Il che significa? "Che l'immagine viene ricreata da più punti di vista contemporaneamente, così se uno ci gira intorno, o muove la testa dall'alto in basso o da destra a sinistra, vede l'immagine da una prospettiva diversa, il che la rende più accurata e più stabile". Continua Blanche: "Non so se ha mai visto quei televisori che sostengono di poter mostrare le immagini 3D senza l'ausilio degli occhialini: bene, se fa attenzione scopre che se sposta la testa da un lato all'altro l'immagine si dissolve, perché quelle immagini mancano di parallasse. Un po' come quando la luna si specchia a perpendicolo nell'acqua".

Che cosa ci sia di così rivoluzionario in questa scoperta è presto detto: "Adesso possiamo trasmettere un'immagine tridimensionale da qualsiasi posto del mondo a un altro. E questa immagine non è fissa, si auto-aggiorna ogni due secondi. Sebbene il lasso di tempo che corre tra un fotogramma e l'altro sia notevole, il cambiamento crea comunque l'impressione che l'immagine si stia muovendo. In futuro dovremmo riuscire a velocizzare il passaggio da un fotogramma all'altro, e a questo punto le potenzialità diventerebbero straordinarie".

Tra gli scenari, quello che potrebbe consentire di riprendere un evento che avviene fisicamente in un luogo e di "ricrearlo" per via olografica in un altro luogo, in dimensioni reali. I giapponesi, ad esempio, sognano di applicare questa scoperta alle partite di calcio: si gioca in uno stadio, ma gli ologrammi dei calciatori si vedono come se fossero veri anche in infiniti altri stadi, e gli spettatori dagli spalti non percepirebbero nemmeno che quelli in campo non sono giocatori in carne e ossa.

In realtà, per ora, telepresenze di questo livello commerciabili a livello di massa non ce n'è ancora. Perché? Spiega Blanche: "Vede, la scoperta delle qualità fotorifrattive dei polimeri fu fatta nel 1991. Noi ci saltammo immediatamente sopra perché avevamo dei team di chimici e di ingegneri esperti nel settore delle scienze ottiche. Insomma eravamo preparati. I loro sforzi produssero un materiale che aveva delle buone capacità rifrattive, ma era un prototipo, una curiosità. Adesso lo abbiamo perfezionato, il livello di risposta è migliorato, ma siamo ancora lontani dalla commercializzazione. Certo, riusciamo ad aggiornare l'immagine ma c'è bisogno di velocizzarla e di ingrandirla. Il nostro display è di 12 pollici, ne stiamo progettando uno di 17, ma si tratta sempre di prove di laboratorio. Dal punto di vista della velocità dell'immagine però siamo ottimisti: nel 2008 ci volevano quattro minuti per cambiare un'immagine e adesso, come dicevo, ci impieghiamo due secondi".

Il che rende questo tipo di tecnologia poco "sexy", per adesso, per i videogiochi e la telefonia mobile, restringendone le applicazioni alle apparecchiature mediche e ospedaliere: "Un video normale va a 30 fotogrammi al secondo, noi siamo ancora sessanta volte più lenti", scherza Blanche, "e poi il sistema di trasmissione, con tutte le camera e i laser di cui ha bisogno, non è del tipo che si può mettere in garage. Nel campo della salute, invece, si usano sistemi di rappresentazione digitale nei quali è più importante l'accuratezza dell'immagine che la velocità con la quale viene trasmessa. A tempo debito poi riusciremo a miniaturizzarlo abbastanza da poterlo utilizzare anche a livello dei consumatori: se manteniamo i ritmi attuali ce la potremmo cavare in una decina d'anni. A meno che non intervenga una innovazione che cambia il gioco, un po' come accadde con il genoma umano che un paio d'anni prima della sua conclusione non aveva nemmeno superato l'1 per cento, poi arrivò una nuova tecnica per la sequenzializzazione del Dna e percorse il restante 99 per cento in un paio d'anni. Nel nostro caso il break-through dovrebbero avvenire sia sul versante dei display sia su quello dei laser".

In ogni caso, il viaggio verso la telepresenza tridimensionale è partito e le possibilità di sviluppo sono immense, anche dal punto di vista sociale (si è visto con Internet quanto sia potente il motore "social"): non è così lontano il giorno in cui, invece di chiacchierare in chat o su Facebook con i nostri amici in giro per il mondo, potremo stare tutti assieme attorno allo stesso tavolo, a cena, anche se ci troviamo uno a Milano, uno a New York, uno a Tokyo e uno a Capetown. E non faremo nemmeno più caso se i nostri amici attorno al tavolo sono in carne e ossa o in riproduzione olografica.

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