Cercateli nelle polveri degli archivi e delle biblioteche, dispersi nelle province a raccogliere testimonianze o nei magazzini dei vecchi musei a respirare la polvere delle collezioni dimenticate. I più interessanti e seriosi artisti italiani, classe anni Settanta, lavorano così. Schedando e ricostruendo brandelli di storia, neanche fossero dottorandi alla Normale. La messa in scena, la forma simbolica, la foto, il video, il dipinto, la scultura o la performance arrivano dopo (insieme a tanti premi pubblici e privati). Prima di tutto c'è la Storia, maiuscola ma recente. Quella storia non tanto studiata quanto ascoltata da ricordi di nonni e genitori che nelle loro menti è diventata un'opera corale, dove ognuno aggiunge, plasma e racconta l'affresco di un'Italia dagli anni di piombo a noi. Ecco chi sono e cosa fanno i protagonisti di una generazione che ricorda con rabbia.
Goldiechiari. "Continueremo a lavorare insieme finché legge non ci separi!", dichiararono queste due giovani, intelligenti colte (e pure belle) artiste nate l'una (Sara Goldschmied) nel 1975, l'altra (Eleonora Chiari) nel 1971. Una coppia di ferro decisa a non abbandonare quella linea di lavoro basata sull'esplosivo connubio di storia patria e ironia, anche se già agli esordi (2006) finirono nei guai per aver mescolato in quel di Bolzano l'inno nazionale ai rumori e agli scarichi di un bagno. Così non si fa, disse il pretore, che forse non conosceva Duchamp. Ma loro hanno continuato a fare. Tutte opere belle: dal video di una simil Carmen Miranda che canta "Chica Chica Boom" nella discarica di Guidonia, alle "guerrilla girls" con passamontagna rosa e arancio fatti fare all'uncinetto dalle nonne, fino alle marce solitarie nei campi di papaveri trascinando lo striscione "La religione è l'oppio dei popoli". Poi l'opera più forte e sconcertante: gli alberi con date e luoghi delle stragi italiane, incise sul giardinetto quasi fossero fuggevoli memorie di amori da giardinetto. E li hanno anche piantati, quegli alberi, con le loro cortecce incise dal coltellino: Italicus, piazza Fontana, stazione di Bologna. Piantati nei giardini e accanto a musei, tra arte e storia: così, per non dimenticare.
Francesco Arena. Il suo sito si apre con l'immagine del fango di un cantiere. La sua carriera con un lavoro su Pinelli che ha toccato l'animo di chi la morte accidentale dell'anarchico se la ricorda bene. Lui invece non può ricordarsela. È nato nove anni dopo il fatto: nel 1978 a Torre Santa Susanna, Brindisi. Eppure al ferroviere Pinelli ha dedicato più di un lavoro. C'è la stanza dove ogni oggetto è tagliato a 92 centimetri, quelli della ringhiera da cui cadde l'anarchico. C'è una scala di metallo, pesantissima, di 19 metri e 45 centimetri: l'altezza da cui precipitò il medesimo. Ci sono 18 mila 900 metri di lastre di ardesia ammucchiate nella stanza di una galleria: ovvero la lunghezza ottenuta ricalcolando tutti i tragitti che Pinelli fece il 12 dicembre 1969 ("Suo ultimo giorno da uomo libero", parole dell'artista). Da Pinelli si passa a Moro, di cui Arena ha ricostruito con tavole di legno la cella dalle misure precise al millimetro: "3,24 mq" (titolo dell'opera). E ora altri calcoli, altri simboli raccontano i covi milanesi delle Br in via Montenevoso a Milano o la lapide con tutti gli 82 nomi delle vittime della strage di Bologna, incisi uno sull'altro fino bucare la lastra di marmo. "Se proprio mi chiedete una definizione", dice, "chiamatele "sculture informate". Oggetti che racchiudono un'informazione e insieme un punto di vista sulla storia. È il mio modo di dire la verità".
Rossella Biscotti. "Nemo propheta in patria". Scappata ad Amsterdam e Rotterdam, città pronte ad accogliere non solo i giovani corpi degli artisti europei ma anche tutte le loro stravaganti idee, Rossella (Molfetta, 1978) non ha fatto che vincere premi su premi, ogni qual volta è tornata in Italia per rivisitarne a modo suo storia e cronaca. Ed eccola riesumare gigantesche teste di Mussolini e Vittorio Emanuele III nascoste nelle cantine di un museo dell'Eur, e trascinarle su un camion scoperto per tutta Roma. Oppure dedicare alla memoria degli anarchici un'installazione ("Gli anarchici non archiviano") con cui vince il premio Michelangelo. Fino alla molto personale "ricostruzione" - sonora e scultorea - dell'aula bunker dove si è svolto il processo del 7 aprile con cui ha conquistato il massimo premio "Italia Arte contemporanea" al MaXXI. E anche qui la tavolozza è fatta di ricerca, scavo e schedatura, più ascolto di ore e ore di registrazioni e interviste alle famiglie. Perché, ci spiega: "Il passaggio alla storia orale è più impreciso, più personale, e permette una lettura generazionale. È un tentativo di andare a rovistare nei "buchi" della memoria per mostrare quel che ancora non è scritto ". Vedi l'ultimo progetto per il premio Furla, che ancora una volta torna ai tempi del terrore con conversazioni sugli anni Settanta con chi imbracciò la lotta armata. A chi l'accusa di apologia risponde dura e decisa come sa esser lei: "Non creo nessun monumento al passato. Porto tutto nella mia contemporaneità e nella storia. E cerco un coinvolgimento di me stessa".
Marzia Migliora. "Forse sono io che sbaglio, ma continuo a dire che siamo tutti in pericolo": Pier Paolo Pasolini dixit nel 1975, poco prima di essere assassinato. Marzia, che all'epoca aveva tre anni, ora rende omaggio al poeta e ha riscritto le sue parole in caratteri di acciaio sui muri del Castello di Rivoli. Ora è pronta a un ulteriore salto nel tempo, con un'opera per il passante ferroviario a Torino dove le frasi delle lettere dei partigiani condannati alla fucilazione ("Cari genitori, mia adorata, vi abbraccio...") sono immortalate in forma di marmoree panchine. Monumento contemporaneo alla Resistenza e insieme luogo di accoglienza e riflessione: "Io lavoro sul tempo per riportare a oggi ciò che è successo ieri, per cercare di condividere il passato recente. Gramsci diceva che la storia insegna ma non fa scolari. Rimarcare un'esperienza di vent'anni fa, però, può riuscire a farla risuonare dentro di noi".
Matteo Rubbi. Il più giovane, classe 1980, vincitore del premio Furla che tra poco gli verrà consegnato con tutti gli onori durante la 54ma Biennale di Venezia. A convincere i giurati sono le sue azioni scultoree come la ricostruzione dello scafo della nave del Bounty dentro alla Gamec di Bergamo, rifatto tutto con materiali di riciclo, weekend dopo weekend, con il coinvolgimento dell'intera cittadinanza. O un'opera magnetica fin dal titolo "Appare il futuro terribilmente vicino" (Fondazione Sandretto, 2010) in cui Rubbi distribuisce in luoghi pubblici di Torino copie della "Stampa" del 6 maggio 1961, anno in cui inaugurò l'Esposizione internazionale del lavoro. "Una data simbolica che segnò la maggior migrazione di manodopera a Torino, e che mi ha suscitato domande e illuminato su cose che vedo oggi", racconta. Di quel momento celebrativo, è rimasta una sola impronta: le rovine della monorotaia Alweg costruita per l'Expo e caduta in disuso subito dopo. "Un intero quartiere di Torino doveva trasformarsi radicalmente per approdare al futuro. Era un'utopia, come Brasilia. Girando nel quartiere, non ho avuto la sensazione di fare un salto nel tempo, ma ho ricostruito un rapporto attivo con la memoria. Il rapporto con la storia si costruisce guardando indietro, cercando di decifrare le tracce nel presente, accostando le celebrazioni ai suoi fantasmi... L'incidenza politica che dovrebbe avere l'arte non ha mai un riferimento netto. Io cerco altre logiche di osservazione che possano stimolare lo spettatore". Ed ecco che "per la sua capacità di interagire con lo spettatore e per il suo progetto di esplorazione dell'Italia minore tramite la stampa locale, nello spirito dei "viaggi in Italia" di Pasolini e di Ghirri e Celati", il giovane Rubbi ha vinto non solo il premio Furla, ma il consenso di una giuria presieduta dal grande Christian Boltanski.
Gianluca e Massimiliano De Serio. Se per un soffio non avesse prevalso il kafkiano processo del 7 aprile visto da Rossella Biscotti, il nostro Turner Prize 2010 (quello del MaXXI) sarebbe sicuramente arrivato nelle mani dei gemelli piemontesi e diversi (uno più alto e uno più basso) nati il 15 dicembre 1978, e dal 1999 uniti da identica passione e ragione di vita: il film d'arte e politica che narra storie di ieri e di oggi, di ingiustizie e omissioni. Del resto "Stanze" era di sicuro l'opera più amata dal pubblico, per la meraviglia delle inquadrature, la solida struttura del film, la sovrapposizione temporale tra i nostri giorni e quelli della Resistenza. Tutto girato nella caserma La Marmora di via Asti, dove un tempo furono torturati i partigiani e dove con una cantilena arcaica gli attuali clandestini di Torino raccontano gli orrori della Guardia Repubblicana e il processo che li amnistiò. Cinquantotto minuti di un piccolo capolavoro.
Marinella Senatore. Lei più che un'artista è una casa di produzione che individuato un progetto - film, video, foto - coinvolge nella realizzazione attori non professionisti, abitanti di un quartiere, commercianti, amici e parenti, improvvisati scenografi e brandelli di vita come sceneggiatura. Poi divulga il tutto attraverso giornalini, volantini, porta a porta e naturalmente Internet. Così nascono film sulla storia e memoria collettiva, che sembrano puzzle. Ed ecco il musical "Jammin'Drama Project", costruito tutto ad Harlem, o "Nui Simu" che coinvolge 25 minatori in pensione di Enna, o il lungometraggio fatto a Cuenca, in Spagna, da ben 900 cittadini: "L'artista è un mediatore fra la memoria e il pubblico", dice lei. O il bardo che ci indica la storia presente o appena passata, che i libri devono ancora finire di scrivere, diciamo noi.
ha collaborato Arianna Di Genova