Tutti concordano: è tempo di una pausa. Tempo di interrogarsi sul senso del fare design. Di cercare nuovi linguaggi, diverse strategie produttive, nuove estetiche e un altro funzionalismo, legato più alla sostenibilità sociale che all'ergonomia. Mai come quest'anno il Salone del Mobile di Milano, la più importante fiera del design al mondo, sarà un'occasione per riflettere. Sulla crisi, naturalmente, ma non solo. Al di là dei numeri, c'è voglia di ragionare sul ruolo oggi del designer. Che in un sistema dove tutto sembra possibile è il divo assoluto di un nuovo star system, e al tempo stesso il medium pronto a traghettare verso un diverso concetto di abitare. Tutte le strade sembrano aperte: l'appassionato o il curioso che avranno voglia di fare surf tra le onde della settimana del design potranno cercare ciò che fa per loro. Insieme a tanti spunti che vanno ben oltre il paesaggio domestico prossimo venturo, visto che coinvolgono, tra riflessioni sul "fare" e sul valore delle cose, una buona quota di filosofia. Nel senso più nobile del termine. Dalla crisi della virtù alla virtù della crisi: forse è questo il nuovo scenario, basta cercarlo tra le migliaia di prodotti. Ovunque ci sono giovani che inventano cose nuove a partire da suggestioni open source, o che riescono a realizzare i loro progetti facendo fund raising in Rete. E nuovi modelli di comunità, da quella virtuale (ma più tangibile che mai) a quella che condivide fisicamente spazi di lavoro e di vita. E poi ci sono i maestri, ancora capaci delle visioni che hanno fatto grande il design. Mentre emergono nuove forme, altri protagonisti e diverse passioni. Una cosa è certa: il futuro sarà interessante.
Bianco di Cina
I manici leggeri come foglie sembrano volare via, gli equilibri sono meravigliosamente instabili, i decori eterei come trine, il bianco abbagliante e lucido. La mostra "Lighter than White", in Triennale, è un'esperienza sensoriale. Che questa collezione di porcellane sia più leggera di quanto il colore bianco possa promettere è evidente al primo sguardo. L'estetica del nuovo minimalismo cinese è tutta qui, in un melange di ironia, tradizione, ricerca, eleganza. L'autore è Heinrich Wang, un presente da artista e designer, un passato eclettico da regista e fotografo vissuto tra Taiwan e Detroit. E un'opera, "Four Season", acquisita dal Victoria and Albert Museum. La prima made in China. E un'azienda di porcellana tutta sua, NewChi, nata nel 2003. Forse per riflettere sui limiti fisici del materiale con la mission di superarli. Spesso ci riesce, attraverso una nuova idea di forma, assolutamente imprevedibile.
Qual è il suo segreto?
"Anni di ricerca. E poi un trucco alchemico: uso impasti che permettono di creare oggetti resistenti ma di un bianco abbagliante, traslucido".
Perché il tutto bianco?
"Amo la porcellana purissima, senza la distrazione introdotta dal colore. Il bianco è il colore di Lao Tzu, il padre del Taoismo".
Qual è la sua idea di forma?
"Quella che riesce a stimolare i sensi, dalla vista al tatto".
C'è una tradizione ceramica che la ispira più di altre?
"La ceramica Ting. Colori, forme e soggetti semplici, dall'estetica minimalista, che raccontano l'eleganza e la dignità del pensiero antico, il suo senso per la bellezza e per la natura".
Perché un poeta ha creato un'azienda?
"Ho cercato ovunque, in Giappone, Cina, Thailandia, Germania, ma nessuno era in grado di realizzare ciò che disegnavo. Quindi ho creato NewChi. E ho reso possibile l'impossibile".
Si sente più artista, artigiano o imprenditore?
"L'unica cosa che conta è riuscire a trasformare un'idea in qualcosa di concreto. Ma se devo scegliere, mi sento più artigiano".
Il suo lavoro più amato?
""Boundless Mind", esprime il concetto buddista di leggerezza. Del corpo e dello spirito".
Progetti per il futuro?
"Dare a un numero sempre più ampio di persone la possibilità di toccare e usare ciò che creo".
Aprirà una sala da tè?
"Chissà, potrebbe essere un'idea".