Diritti, uguaglianza, progresso: questo era il credo di John Fitzgerald Kennedy. A cinquant'anni da quel colpo di fucile che lo uccise a Dallas, L'Espresso pubblica in un volume che ripercorre la storia dell'epoca, con gli articoli su di lui e la sua America dei nostri inviati e le riflessioni sull'eredità che ci ha lasciato

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Succede solo per i pazzi, i dittatori e i conquistatori che ci si chieda spesso come sarebbe cambiata la storia se... John Fitzgerald Kennedy non appartiene a nessuna delle tre categorie e possiamo misurare la sua eccezionalità dal fatto che pure con lui ci poniamo la stessa domanda, immaginando un mondo diverso se il suo volo nel cielo della politica, e sul più bello, non fosse stato spezzato dagli spari di Lee Harvey Oswald in una mattina di sole a Dallas, il 22 novembre del 1963, 50 anni fa.

Certo era il presidente degli Stati Uniti d’America, certo guidava la nazione più forte del mondo, ma era pur sempre un uomo profondamente figlio di una fra le più compiute democrazie occidentali, dunque conscio dei controlli e dei contrappesi del potere, dei limiti di una funzione decisiva ma non assoluta. Eppure alla sua figura abbiamo consegnato la responsabilità di racchiudere una possibile svolta epocale, di portarci in un mondo nuovo e migliore come coi personaggi soli al comando, capaci grazie alla loro forza di produrre una rivoluzione.

JFK aveva 46 anni quando fu ucciso. È l’età in cui, per i canoni gerontocratici in voga oggi almeno a casa nostra, si è ancora troppo giovani. Ci sono state però generazioni, anche da noi, in cui si aveva fretta: di dimostrare, di provarci, di osare, di prendersi delle responsabilità. In un verbo: di sognare. Il bostoniano cattolico alla Casa Bianca (una primizia) era riuscito a concentrare nel suo “onirismo pragmatico”, passi l’ossimoro, le speranze di una generazione, di qua e di là dall’Atlantico, che la catena evolutiva del sistema potesse fare un balzo in avanti. Ne abbiamo conosciuto, nel recente passato, un surrogato con Barack Obama (non a caso eletto dopo un oscuro periodo di sciagurate guerre repubblicane), il più vicino dei successori per postura, non però, non ancora almeno, per risultati. Ma l’originale resta tale.
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Un buon esercizio per misurarne la statura è il ripercorrere il periodo breve, ma quanto intenso, della sua azione. Si rimarrà stupefatti nel constatare quanti temi che lui aveva affrontato scontrandosi con quelli che definiremmo i poteri forti dell’epoca siano attuali e come si siano fatte, in qualche caso, capriole all’indietro, nel segno di una restaurazione che rende urgente, pur se sterile, quel quesito iniziale: come sarebbe stata la storia se JFK avesse potuto portare a compimento maturo il suo riformismo radicale?

In occasione dell’anniversario tondo della scomparsa, “l’Espresso” manda in edicola un libro, il cui cuore è la ripubblicazione degli articoli apparsi allora sul nostro settimanale. La contemporaneità, se da un lato sconta una presbiopia nei consuntivi, dall’altro aggiunge il valore della freschezza e dell’immediatezza. Restituisce il profumo di un’epoca e di quali fossero le urgenze, lo stato dell’arte delle riflessioni sul giusto e sull’utile “qui ed ora”. E già, soprattutto per chi non c’era (la maggioranza), suona inaspettato, e purtroppo insuperato, il dibattito che accompagnò la corsa alla nomination democratica e poi alla presidenza, su quanto un cattolico potesse degnamente esercitare la sua funzone di comandante in capo senza le interferenze della sua “seconda fedeltà” al potere spirituale e contemporaneamente quanto temporale della chiesa di Roma, nonostante sul trono di Pietro sedesse un illuminato come papa Giovanni XXIII.

Molti dei pezzi di Mauro Calamandrei, corrispondente da New York, dei commenti di Antonio Gambino, se si cambiassero i nome e le date, potrebbero essere stati scritti oggi per la sconcertante attualità riferita non tanto e non solo all’America, ma all’Italia dove i leader fanno ancora la gara dell’accreditamento in Vaticano, come se non ci fosse soluzione di continuità tra fede e ideologia, e dove pare ancora irrisolta la questione della laicità dello Stato. Che Kennedy, pur buon osservante se non sempre buon praticante, aveva risolto in modo netto e definitivo, impedendo che il suo credo diventasse un corpo contundente in mano all’avversario Nixon e ai protestanti.

Allora era assolutamente fisiologico che “l’Espresso” ospitasse un dibattito (e di quale livello!) su come avremmo dovuto fare nostro quel vento che spirava da Washington, per rompere un cordone ombelicale con la Santa Sede, a quasi un secolo da Porta Pia.

La religione però doveva essere, fu, solo il prodromo, il riscaldamento, perché quando JFK si insedia è su come governa che si sposta l’attenzione. La fallita invasione della Baia dei Porci a Cuba è l’occasione per mettere sotto accusa un apparato, la Cia, ancora pervasa da una dottrina imperialista che affonda le sue radici nella precedente aministrazione Eisenhower e che anche allora (come di recente con l’Iraq) era capace di costruire falsi dossier per un doppio gioco che portasse al suo scopo: la guerra.

Kennedy ne cambia i vertici, vuole la punizione esemplare per i tanti delusi (ce ne furono) che temettero fosse come gli altri. Ma le oscillazioni del suo pendolo erano sempre la spinta per il superamento di un limite: come fu chiaro per l’accordo con Kruscev sulle armi atomiche dopo che si rischiò la guerra nucleare e ancora col pretesto di Cuba.
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Sempre proseguendo con le analogie. Pur se non violenta come quella in corso, anche Kennedy dovette affrontare una crisi economica e i ribassi di Wall Street (rintracciata un’analisi di Eugenio Scalfari) e lo fece schierandosi dalla parte della gente come nell’epico scontro coi magnati dell’acciaio quando annullò l’aumento dei prezzi delle materie prime. Inaudito nella terra dell’assoluta libertà economica che però si scontrava, in quel caso, col bene comune, altro concetto prezioso che dovremmo tenere per caro. Resta scolpita una frase del presidente: «Mio padre mi ha sempre detto che gli uomini d’affari sono tutti figli di puttana. Io finora non ci avevo creduto. Ma devo ammettere che aveva ragione lui». Quante volte l’abbiamo pensato a proposito dei banchieri negli ormai sei anni di vacche magre cher hanno visto contrapposti Wall Street e Main Street, cioè l’uomo della strada?

La “Nuova Frontiera” di Kennedy era un’America dove doveva esserci spazio per tutti, dove si temperassero le disuguaglianze (lo slogan del fresco sindaco di New York Bill de Blasio), dove finissero le discriminazione di quelli che si definivano “negri”, dove la Casa Bianca diventava di vetro per accostarsi al comune sentire grazie al primo fenomeno globale di “pipolizzazione” che comprendeva l’intera famiglia del presidente, la bella Jacqueline aperta ai “beatniks” come il fratello Bob, il delfino designato e pure finito ammazzato. Un’America descritta in tre puntate in uno straordinario viaggio dello scrittore Guido Piovene.

Nel volume de “l’Espresso”, tocca a Furio Colombo, testimone privilegiato e amico di famiglia dei Kennedy, tirare le somme, in una ricca prefazione, di quegli anni davvero formidabili e della loro preziosa eredità. Lo storico Thurston Clarke e Jas Gawronski (intervistati da Antonio Carlucci e Denise Pardo) completano la gamma dei ricordi senza tacere dei fatti più controversi come le responsabilità (contestate) sul Vietnam e i rapporti con Marilyn, l’attrice simbolo. Tiziana Faraoni ha selezionato oltre 160 immagini dell’archivio Corbis. Sono la fotostoria di un presidente-icona che non ha avuto il tempo di finire il lavoro. E ci ricorda la necessità di completarlo.

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