Siete seduti alla scrivania a rimuginare su un problema di lavoro, quando a un tratto sentite una vibrazione sulla schiena: è un messaggio di Lumoback, una cintura per il monitoraggio del portamento. Ogni volta che assumete per troppo tempo una posizione scorretta vi avvisa in modo discreto. Collegata a una app sullo smartphone, non solo tiene traccia dei vostri miglioramenti progressivi nello stare eretti, ma vi mostra sullo schermo la postura erronea che stavate tenendo. Un gadget ultramirato da 149 dollari che è solo uno dei tanti strumenti oggi a disposizione per misurare e migliorare la propria forma fisica o il più generale stato di benessere.
Più astratto, ma non privo di scientificità, il sito TrackYourHappiness.org, che punta a tenere sott’occhio la vostra felicità, per capire quando e perché siete più o meno soddisfatti e appagati. Non c’è bisogno di strumenti fisici in questo caso: basta compilare on line un questionario anonimo di dieci minuti e rispondere alle domande giornaliere che arriveranno sulla mail o via sms, le quali cercano di capire cosa state facendo e quanto siete felici in quel preciso momento. Dopo un tot di misurazioni di questo tipo, TrackYourHappiness, che è un progetto realizzato dall’università di Harvard, vi fornisce un rapporto circostanziato sulla variazione dei vostri livelli di felicità nel corso del tempo e le possibili cause.
Si tratta di due recenti esempi di quello che gli americani chiamano Quantified Self, un movimento eterogeneo che cerca di accrescere l’autoconsapevolezza sul proprio stile di vita e quindi il benessere individuale attraverso la misurazione delle attività quotidiane. Il “conosci te stesso” del tempio di Apollo a Delfi riveduto nell’era delle tecnologie indossabili.Del resto anche Benjamin Franklin teneva traccia su un diario delle 13 virtù per avvicinarsi alla perfezione morale: «Ho scoperto in me molte mancanze», scriveva il politico americano, «ma ho avuto la soddisfazione di vederle diminuire». Insomma, se l’automonitoraggio funzionava già secoli fa perché oggi, con l’ubiquità di Internet e la moltiplicazione dei sensori, non dovrebbe essere efficace per quello del corpo?
[[ge:rep-locali:espresso:285114193]]I primi a crederci sono gli sportivi. Che non hanno aspettato la diffusione degli orologi smart e dei Google Glass per sfruttare le potenzialità di autovalutazione delle tecnologie indossabili. Corridori, ciclisti, patiti della palestra e del walking contano ormai su un esercito di gadget sempre più sofisticati, il cui obiettivo principale è di fare da coach, da allenatore. In alcuni casi l’approccio è ancora abbastanza tradizionale: Pear Mobile ad esempio è un tracker che fornisce via audio indicazioni su come migliorare l’allenamento in tempo reale, monitorando il battito cardiaco e una serie di parametri inseriti all’inizio che permettono di personalizzare i consigli.
Altre volte invece si ricercano soluzioni più fantasiose, arrivando a inventarsi giochi e mondi alternativi, come ha fatto Striiv. Il suo pedometro intelligente è un apparecchietto che si mette in tasca o pinzato su una maglia e registra tutta l’attività fisica del suo utente: scalini, passi, calorie bruciate. Ma diversamente da altri gadget simili, Striiv restituisce dei feedback in tempo reale al suo utilizzatore e lo incoraggia con una serie di giochi. In uno di questi, MyLand, l’utente può popolare un’isola virtuale con animali e creature mitologiche: per aggiungere elementi deve accumulare dei punti con l’attività fisica. Un’altra app di Striiv sollecita l’anima sociale permettendo di fare donazioni a progetti di difesa dell’ambiente o di popolazioni in difficoltà attraverso i crediti guadagnati camminando.
La tendenza è nata ovviamente in America, a partire dalla salutista West Coast, ma vari segnali mostrano un terreno fertile anche in Italia. Poco tempo fa è sbarcata da noi MyFitnessPal, una serie di servizi fruibili via Web e app che aiutano a controllare il regime dietetico quotidiano, abbinandolo all’esercizio fisico. Il principio è quello del diario personale, anche se integrato con un database di 3 milioni di prodotti alimentari, incluse marche italiane. «Monetizziamo attraverso la pubblicità», spiega a “l’Espresso” Jakob Jønck, a capo delle operazioni internazionali di MyFitnessPal, che nel mondo conta su 40 milioni di iscritti. «Non diffondiamo i dati degli utenti ma li analizziamo a livello aggregato per individuare tendenze. Sappiamo che finora i nostri iscritti hanno perso globalmente 50 milioni di chili».
Secondo una recente indagine su un campione di 1.500 persone, l’interesse verso le pratiche di Quantified Self è piuttosto alto: il 61 per cento degli intervistati fra i 25 e i 44 anni reputa molto importante l’archiviazione delle informazioni sul benessere fisico. «Le app che funzionano di più sono quelle che non richiedono troppo lavoro da parte dell’utente, come obbligarlo a inserire pasti e calorie», commenta Luca Gastaldi, ricercatore dell’Osservatorio ICT in Sanità del Politecnico di Milano, che ha collaborato all’indagine. «Sono premiate le soluzioni semplici e poco costose: gli apparecchi che funzioneranno di più saranno quelli che permetteranno di tracciare i miglioramenti e fare leva su dinamiche ludiche e competitive. Penso per esempio alla possibilità di “sfidare” amici o utenti che si trovano dall’altra parte dell’oceano».
C’è chi ha obiettivi più ambiziosi però. E chi punta a una visione quasi olistica. Come Up, il braccialetto prodotto dalla californiana Jawbone che oltre a controllare il movimento giornaliero, inviando degli avvisi all’utente che sta troppo fermo, analizza anche la durata e qualità del sonno. Mentre a fare un salto ulteriore, in direzione del settore sanitario vero e proprio, ci provano startup come l’italiana Empatica. Nata dal PoliHub, l’incubatore del Politecnico di Milano, ma con una sede a San Francisco, questa azienda di otto persone produce un bracciale che misura la frequenza e variabilità cardiache, la conducibilità della pelle, la temperatura superficiale e ambientale, e i movimenti. Attraverso degli algoritmi sono quindi misurati lo stress quotidiano, le calorie consumate, la qualità del sonno, e lo stato emotivo delle persone. Siamo nel campo del cosiddetto “affective computing”, l’uso di macchine per riconoscere ed elaborare emozioni umane. «Al momento i nostri braccialetti sono rivolti soprattutto ad atenei, ospedali e aziende: sono utilizzati dalle università più famose nel campo medico, dal Mit di Boston al Giappone per le ricerche più varie, su diabete, nutrizione, stress, ipertensione, dolore cronico, autismo, epilessia», spiega Matteo Lai, il Ceo di Empatica, classe 1982. «Ma abbiamo in programma di portare la tecnologia anche ai consumatori».
Finora ad essere interessate sono soprattutto le aziende con un capitale umano molto prezioso, la cui sopravvivenza è legata alla qualità di vita e alla performance dei propri dipendenti, settori come il trading o società hi-tech. In questo quadro i braccialetti di monitoraggio sono visti come una specie di welfare aziendale aggiornato all’era delle tecnologie indossabili.
La prossima ondata comunque si intravede già: sarà spinta da quei servizi, come quelli proposti dalla startup inglese Tictrac, che vogliono unificare i diversi flussi di dati e farli dialogare tra loro, per restituire all’utente un’immagine unificata dei diversi monitoraggi. Evitando così che dati singoli, non intrecciati tra loro, possano fornire all’utente informazioni parziali o addittura sbagliate.