Ciò detto, ho divorato in poche ore l’ultimo romanzo dello scrittore inglese: “Nel guscio” (Einaudi, traduzione di Susanna Basso, pp. 173, € 18). Dirò subito che il testo mi è parso una sfida bizzarra e a suo modo geniale (a se stesso, oltre che al lettore).
Si tratta infatti di un lungo monologo pieno di sense of humour, di riflessioni sui nostri tempi scalcinati, sull’arte, il vino (molto vino) e la politica, pronunciato da un feto nel ventre materno. Il quale, come un moderno ed estremo Amleto, assiste impotente benché del tutto consapevole alle trame omicide fortemente etiliche della madre Trudy e del suo amante, lo zio Claude, ai danni di un padre forse debole, forse mediocre, o forse soltanto innamorato - John Cairncross, poeta di non eccelse doti ma generoso e perciò votato a perire.
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Il piccolo e onnisciente nascituro segue lo svolgersi del piano assassino con un misto di orrore e ansiosa partecipazione: bene o male, si sente comunque parte del corpo e dell’anima materni, che a ogni modo lui ama di un amore precedente a ogni caduta di gusto psicoanalitica. Fino al punto, nella scena finale, di decidersi a intervenire senza mezzi termini nel cuore della tragedia, guadagnandosi (letteralmente) con le proprie mani un ingresso in scena in lieve anticipo sui tempi stabiliti dalla natura, ma di certo memorabile.
Lo dirò con semplicità: “Nel guscio” non appartiene alla produzione migliore di McEwan. A tratti, la trovata del feto parlante (o meglio, “meditante”) rischia di scivolare nella comicità involontaria. Tuttavia, non si può essere sedotti dalla superba, estrema maestria con cui l’autore orchestra un romanzo colto, insolito e di gradevole lettura, là dove altri, dotati di talento ordinario, avrebbero fallito dopo un balbettio di poche righe.