William Foster, detto Bill, ha la camicia bianca e i pantaloni scuri. Dal taschino della camicia gli spunta una fila di penne e, ovviamente, è scura anche l’inseparabile valigetta. Porta gli occhiali, la cravatta e i capelli corti corti, freschi di barbiere. William Foster, detto Bill, è il simbolo stesso dell’Uomo Qualunque: non lo noteresti nemmeno se ti capitasse d’incrociarlo nel Sahara, durante ?i Campionati Mondiali di Solitudine.
Un po’ Fantozzi, un po’ Mister Bean. Peccato che William Foster, detto Bill, abbia un leggero problemino con il controllo della rabbia: chi ha visto “Un giorno di ordinaria follia” lo sa benissimo, chi non l’ha visto farebbe meglio a colmare la lacuna. Non tanto per gustarsi un Michael Douglas da standing ovation, quanto per riconoscere tempestivamente tutti i Bill che vivono tra noi.
Gli psicopatici della porta accanto. In particolare, la specie più subdola e pericolosa: quelli che abbaiano contro le voci automatiche! Quelli che perdono l’orientamento sulle rotonde e insultano la “signorina” del navigatore. Quelli che pagano il pedaggio e insultano la “signorina” del casello. Quelli che comprano le sigarette e insultano la “signorina” del distributore. Insomma: quelli. A riprova del fatto, caro Asimov e caro Calindri, che il logorio della vita moderna ci sta davvero anestetizzando ogni pudore.