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Cultura
settembre, 2019

Viaggiatori di carta, a caccia della qualità

Nell'era dei social media siamo tutti storyteller in giro per il mondo. Ma realizzare un buon reportage è un'altra cosa. Decine di giornalisti e scrittori dialogheranno sui temi dell'informazione e della letteratura al Festival del giornalismo culturale, nelle Marche

È difficile immaginare la reazione di un giovane lettore, oggi, rispetto a quella di un coetaneo di trent’anni fa, di fronte al deserto mutevole e ai personaggi estremi che popolano “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Nell’era di Instagram, infatti, il concetto di esotico, mostruoso e pericolosamente attraente incarnato dal libro-simbolo della letteratura di viaggio tende a normalizzarsi nel flusso di testi e immagini.

Adesso la Patagonia è molto più vicina di un tempo perché siamo tutti fotografi, tutti potenziali reporter e spettatori dei reportage altrui. Una constatazione che solleva questioni importanti e urgenti, soprattutto per chi racconta di mestiere fatti lontani, reali o inventati, oppure vicini ma nascosti in un cono d’ombra. Ma riguarda anche i lettori, la costruzione del loro immaginario e, in parte, la formazione delle loro convinzioni. 

Questioni importanti, destinate ad animare il Festival del giornalismo culturale (dal 14 settembre al 6 ottobre nelle Marche), in cui decine di giornalisti e scrittori si confronteranno sui grandi temi evocati dalla parola chiave di questa edizione: “Il Viaggio. Attraversare il mondo con la cultura”. Il viaggio nel giornalismo, anzitutto, dal momento che la stampa nasce anche come strumento per ricevere informazioni da ogni luogo,  ma anche il viaggio nella cultura: nella letteratura, nella storia, nell’arte, nel cinema e nella musica.

«Oggi siamo tutti potenziali cronisti di viaggio, i post di un influencer possono essere più efficaci dei reportage di un grande inviato. Spetta a noi giornalisti, dunque, far comprendere ai lettori la qualità di una corrispondenza rispetto all’impatto superficiale e impressionistico di chi documenta i propri spostamenti», dice Giorgio Zanchini, giornalista e conduttore radiofonico della Rai, cofondatore e condirettore del festival insieme a Lella Mazzoli, alla guida dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo (Ifg) di Urbino. «C’è però il rischio di un inganno collettivo, perché non siamo più in grado di distinguere la qualità di un reportage di Alberto Moravia o Ryszard Kapuscinski rispetto ai commenti di un influencer che dell’Africa non sa nulla». 

Secondo Zanchini, il viaggio rappresenta da sempre uno dei cardini dell’informazione: nel mondo anglosassone le gazzette del Sei-Settecento fornivano informazioni utili alle imprese commerciali, poi le cronache da luoghi lontani sono diventate uno strumento di conoscenza per chi non si spostava. «I reportage di William Dalrymple e degli altri viaggiatori inglesi, in Italia la stagione d’oro dei grandi inviati e scrittori: Bernardo Valli, Stefano Malatesta, Giorgio Manganelli, Pier Paolo Pasolini riempivano le pagine culturali dei quotidiani. Queste riflessioni, durante il festival, ci permetteranno di parlare di storia del giornalismo».

Diversi elementi serviranno a scandagliare il tema centrale della manifestazione nelle sue declinazioni. L’incontro “Il viaggio dei libri e delle opere”, domenica 6 ottobre a Urbino, vedrà protagonisti Paolo Di Paolo, Marco Vigevani, Umberto Orsini, Costantino D’Orazio e Peter Aufreiter. Coglie l’occasione Di Paolo per ragionare intorno al concetto di autenticità del viaggio rispetto ai viaggi “presunti”. E prende spunto dal titolo di lavoro del libro di Antonio Tabucchi che uscì per Feltrinelli (2010) con il titolo “Viaggi e altri viaggi”, a cura dello scrittore romano.

«Per Tabucchi i viaggi presunti erano quelli fatti con l’immaginazione, alla Emilio Salgari per intenderci. Oggi invece i viaggi presunti sono i viaggi “fake”, realizzati con l’aiuto di Google Arts o dei social media, talmente prepotenti da schiacciare quelli veri», dice Di Paolo. Resta allora da capire cosa caratterizzi davvero la narrazione di un’esperienza genuina, anche se riportata con gli strumenti della letteratura, quale sia la chiave giusta. «Nessun luogo è interessante se non si mette in gioco il proprio corpo, una componente epidermica e sensoriale», prosegue lo scrittore. Non a caso in “Esperimento Marsiglia” (edizioni Edt) utilizza la chiave gastronomica per raccontare la città francese. Un esperimento culinario, appunto, un «melting pot gastrico» che in ventiquattro ore ha portato il suo stomaco ad accogliere - assimilare - pietanze diverse, dai sapori contraddittori, testando una serie di ristoranti etnici concentrati in poche centinaia di metri. «La domanda che mi sono posto è: come assimilare l’alterità nel quotidiano? In cucina saltano tanti pregiudizi, si attiva una curiosità che altrove non scatta», prosegue Di Paolo. Narrare una città, tra cento che si assomigliano sempre di più, significa trovare la porta adatta e le differenze, circoscrivere il campo d’indagine. «Non credo nella possibilità di raccontare la totalità. Nel movimento dal grande al piccolissimo - una strada, tre case, poi una sola - a volte riesci a trovare la zona dello stupore».

Una regola di buon giornalismo, valida anche per gli scrittori, consiste nel sovvertire stereotipi e opinioni precostituite, lasciandosi stupire giorno dopo giorno. Nel suo saggio “L’abisso di Eros” (Ponte alle Grazie), Matteo Nucci torna a Sparta e invita i lettori a fare altrettanto, superando i cliché sulla storica antagonista di Atene per scoprire un’altra città, «a calarsi nelle storie che si confondono col mito e sentir pulsare il sangue di una storia forse ancora più potente e del tutto dimenticata».

A una manciata di chilometri dal centro di Sparta, scrive Nucci, «potrete entrare in un altro tempo, il tempo in cui Menelao venne a regnare sulla città, sposando - invidiatissimo da tutti gli uomini - la donna più bella del suo tempo, la regina di Sparta, la figlia di Tindaro re amatissimo in città: Elena. Elena di Sparta. Non Elena di Troia, come la vulgata ha voluto che fosse ricordata. Allora scoprirete la grandezza di un’altra Sparta. La città dell’amore», sulla tomba di Elena e Menelao, trasformata in santuario dell’amore infinito, dove tra realtà e leggenda si dispiega la magia di Eros, «la divinità più potente che i Greci seppero immaginare».

Sabato 14 settembre, all’Abbadia di Fiastra vicino a Macerata, Nucci dialogherà con Sabina Minardi, responsabile delle pagine culturali dell’Espresso, sul tema “Il viaggio nell’antichità classica”, titolo che offre spunti interessanti, tra cui il dibattito sul confine tra verità e finzione, che Erodoto mescolava nelle sue ricostruzioni prima che Tucidide imponesse i canoni della storiografia moderna. Fin dove è lecito, in un saggio, inserire elementi inventati o estrapolati dal mito? «La questione viene risolta 2.500 anni fa da Platone, che distingue tra “falso nelle parole” e “falso nell’animo”», spiega Nucci, che poi sottolinea: «Quest’ultima espressione significa ignorare la verità,  non essere in grado di dire come stanno  le cose, mentre con la prima si intende la capacità di utilizzare parole inventate per produrre “il vero” nell’animo di chi legge o ascolta. Ecco, talvolta è necessario inventare, anche attraverso la narrazione giornalistica o saggistica, per arrivare al lettore».

La conoscenza della realtà, quella fatta di numeri e statistiche, per uno scrittore rappresenta un presupposto necessario, arricchito di sfumature e contraddizioni. Parte da qui Giuseppe Catozzella, che ha completato la sua “Trilogia dell’altro” suddivisa in tre movimenti universali: la guerra con “Il grande futuro”, il viaggio con “Non dirmi che hai paura” e l’approdo con “E tu splendi” (tutti editi da Feltrinelli), una storia di difficile integrazione fra un gruppo di migranti e un piccolo paesino del Sud Italia. «L’anno scorso, secondo l’Unhcr, più di 68 milioni di persone si sono spostate nel mondo, anche all’interno dello stesso Paese, da zone di guerra a zone di pace, da aree più povere ad aree più ricche», spiega Catozzella, i cui personaggi letterari si muovono sullo sfondo di questo fenomeno epocale.

Giovedì 3 ottobre lo scrittore sarà a Pesaro, dove parteciperà con la sua “orazione” al dibattito che intorno al tema “il coraggio di partire” vedrà coinvolti anche Francesca Mannocchi, Lella Mazzoli, Massimiliano Panarari, Massimiliano Valerii, Alessandro Zuccari. Nel suo ultimo romanzo che diventerà anche un film, Catozzella racconta il meccanismo del rifiuto, come si genera il razzismo in una piccola comunità. «Siamo un Paese fatto di storie di migrazioni, noi stessi siamo tornati a emigrare. Eppure come reagiamo di fronte all’arrivo in Italia di qualche migliaio di persone? Dovremmo immedesimarci, invece dimostriamo di essere l’opposto».

Torna il tema del viaggio, con le sue innumerevoli varianti, e permea il racconto giornalistico e letterario. «Chi l’ha detto che per raccontare la politica e l’economia non serve conoscere la letteratura, classica e contemporanea, il cinema, l’arte e la musica? Non è vero che la cultura rende più difficile la comprensione dei fenomeni, è esattamente il contrario», riflette Lella Mazzoli, che sottolinea la vocazione interdisciplinare del Festival del giornalismo culturale. «Ci rende orgogliosi l’idea di concludere il nostro viaggio nelle Marche al Palazzo Ducale di Urbino, dove il 3 ottobre si aprirà la grande mostra dedicata a Raffaello a 500 anni dalla morte».

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