Può un romanzo storico ambientato tra il 1657 e il 1659 essere di stretta attualità? E aiutarci a capire radici e possibili conseguenze di uno dei fenomeni più importanti per la geopolitica mondiale, cioè il nazionalismo galoppante del premier indiano Narendra Modi? Succede con “Dietro le colonne” (La Lepre) secondo romanzo di Navid Carucci, scrittore italiano di origini iraniane che agli antichi regni islamici d’India ha dedicato, due anni fa, “La luce di Akbar”.
Il fatto è che il periodo raccontato da questa seconda opera, che mette in scena i discendenti dei personaggi del primo romanzo, è il periodo che, indebolendo il legame tra musulmani e indù, prepara la colonizzazione inglese. Al centro del romanzo c’è una donna, “Jahanara, la principessa moghul che poteva cambiare il mondo”, come la definisce il sottotitolo: se fosse riuscita a continuare il progetto di dialogo e di apertura iniziato da suo nonno, la storia dell’India e del mondo intero sarebbe stata diversa. Come l’autore spiega in questa intervista.
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Dopo aver attaccato la memoria della dominazione inglese, il nazionalismo di Modi si fa sempre più aggressivo verso la memoria dell’islam. Ne ha scritto di recente Sanya Dhingra su New Lines Magazine, e il suo articolo mi ha fatto pensare a “Dietro le colonne”: in che modo gli eventi storici che fanno da sfondo al suo romanzo preparano la conquista inglese dell’India?
«Il nazionalismo di Modi prende molte forme, da un legittimo orgoglio per il patrimonio culturale linguistico e artistico dell'india a un tentativo di eliminare dalle istituzioni e dal linguaggio quotidiano e politico tutto ciò che è inglese o che rimanda al retaggio inglese. E questo è comprensibile nell’ambito di una riaffermazione globale dell’identità dei popoli colonizzati. Il problema nasce però nel momento in cui Modi vuole anche deislamizzare l'India. In questo caso non sta realmente muovendosi su un territorio di decolonizzazione ma anzi sta cadendo in una trappola colonialista: perché riprende proprio l’argomento che hanno utilizzato gli inglesi a suo tempo per dividere l'impero moghul, mettendo gli indù e i musulmani gli uni contro gli altri in modo da poterli conquistare».
Seminare zizzania religiosa è una tattica bellica comune e purtroppo ancora efficace...
«Gli inglesi hanno praticato scientemente il “divide et impera” sul piano religioso, con una contrapposizione che ha portato fino alla drammatica spartizione dell’India dal Pakistan e dal Bangladesh. Il mio romanzo parla proprio degli albori della rottura del patto di fiducia tra indù e musulmani che nei decenni precedenti, soprattutto nel periodo di Akbar, potevano mantenere le loro identità culturali, erano quasi indipendenti e si rispettavano gli uni con gli altri. Per fare un esempio, sotto Akbar indù e musulmani cavalcavano insieme in battaglia, sotto lo stesso vessillo: nel periodo di “Dietro alle colonne” invece ogni contingente cavalca con le proprie insegne e i plotoni si guardano in cagnesco. Racconto proprio questa fase di declino dei loro rapporti, un declino nel quale poi si insinuano appunto gli inglesi».
Il romanzo è legato al precedente da alcuni personaggi ma anche da un tema che corre sottotraccia: il rapporto tra le religioni, che oscilla tra tentativi di comprensione e spinte allo scontro più violento. “La luce di Akbar” parlava di un sovrano musulmano che rispettava ebrei e cristiani. Come si arriva al cambiamento raccontato in questo secondo romanzo?
«In queste pagine si compie la traiettoria del “Sogno di Akbar” e si racconta l’inizio della crisi del suo progetto. Dopo una malattia dell'imperatore Shah Jahan, nipote di Akbar, esplode una contesa tra i suoi quattro figli maschi, e la contesa verte anche su temi religiosi. Il primogenito Dara Shikoh è il portatore dei valori di Akbar: propone addirittura una visione sincretistica che unisce induismo e islam. Gli altri però si oppongono. Soprattutto il terzogenito, Aurangzeb, è convinto che solo il puro islam possa salvare l’Indostan. Spesso nel romanzo si parla di ripulire la "dar al islam", cioè la casa dell’islam, dai topi: una frase che oggi in India si potrebbe sentire risuonare al contrario, rispetto all'espulsione dei musulmani. Solo che non sono topi, sono persone; e non rosicchiano le fondamenta dell'impero ma le rinsaldano: di questo Akbar era convinto, lui diceva che l'incontro tra le religioni rinforza lo Stato».
La paura del confronto con le altre religioni non è certo un problema solo dell'India del Seicento...
«Non bisogna aver paura di perdere la propria religione prendendo il buono che c'è nelle altre. Anche il Buddha usava l'immagine del gioiello tenuto con mano chiusa o con mano aperta: solo chi ha paura di perdere la fede, diceva, tiene il gioiello stretto nella mano. Chi invece è convinto e saldo nella propria fede può tranquillamente tenere il palmo aperto e confrontare il suo gioiello con tutti gli altri. Questo era lo spirito di Akbar: credeva che in tal modo si portasse pace al popolo e sicurezza all'impero e di fatto lo ha dimostrato. Chi invece la contrapposizione, il radicalismo, quello che oggi chiameremmo il fondamentalismo di Aurengzeb ha messo i musulmani contro gli indù e di fatto ha spianato la strada alla futura conquista inglese. Come ho scritto nel romanzo, gli inglesi a quel punto passeggiano attraverso l’Indostan diviso come Mosè attraverso le acque del Mar Rosso».
Come in ogni romanzo storico riuscito, il lettore non capisce quanto ci sia di vero e quanto di invenzione. Chiederlo all’autore è come chiedere a un prestigiatore di rivelare i propri trucchi. Ma la mia domanda è: dove ha trovato le informazioni per ricostruire quell’epoca? Intendo non tanto la “grande” storia e gli intrighi di corte ma i dettagli di vita quotidiana, come i profumi e le abitudini della vita nell’appartamento delle donne…
«”Dietro le colonne” è il romanzo di Jahanara, la principessa primogenita di Shah Jahan, ed è tutto ambientato all'interno di quello che gli occidentali chiamano harem e le residenti invece chiamavano palazzo. L’intero punto di vista del romanzo, anche gli scontri tra i fratelli di cui parlavo prima o i grandi eventi bellici di questi anni, passa attraverso la prospettiva di queste donne che si informano con tutti i mezzi che possiedono e cercano di influire per quanto possano sugli eventi. Dal punto di vista romanzesco, questo ha posto la sfida di raccontare il palazzo e le persone che lo abitano, le dinamiche, le attività: perché se ne sa veramente molto molto poco. Erano luoghi sacri, di clausura, dove non erano ammessi cronisti o pittori».
E allora dove ha trovato le informazioni?
«Tutto ciò che sappiamo è di seconda mano e in particolare spesso proviene da cronache occidentali che deformavano la visione del palazzo attraverso quello che poi sarebbe stato definito l'orientalismo. Nasce così l'idea erotizzata di questo spazio femminile: i vapori dello hammam, i rapporti con gli uomini, con i sultani in Turchia o quelli tra le donne stesse… Io ho cercato di ricostruire per quanto possibile attraverso le scarse fonti dirette, diari e simili, o indirette, e attraverso testi soprattutto di alcune storiche che recentemente hanno tentato di penetrare questo chiaroscuro del palazzo, per ricostruire una vita quotidiana credibile storicamente e affidabile».
E che idea se ne è fatta?
«L'immagine che me ne sono fatto è più simile a quella dei bassi di Napoli che alla raffigurazione appunto avvolta da vapori che se ne è data finora nei film e nella letteratura. Comunque, nonostante tutte le fonti che sono riuscito a recuperare, è stato davvero complesso entrare all'interno delle dinamiche, dei movimenti, dei passi, degli sguardi di queste donne che vivevano nel palazzo. Ed è stato risolutivo per me un viaggio in India che ho compiuto proprio per sbloccare queste difficoltà. Potendo finalmente camminare proprio nei quartieri femminili del Forte Rosso di Agra, dove si svolge la maggior parte di questo romanzo, ho iniziato davvero a vederle muoversi, a vederle passare da un luogo all'altro, affacciarsi da questa o da quella finestra. Questo mi ha aiutato moltissimo a recuperare tutti i dettagli delle loro giornate, della loro vita, delle relazioni tra sorelle o con la corte e le ancelle. Il palazzo era un'enorme città nella città che si muoveva come un battito di un secondo cuore all'interno della città imperiale».
E a proposito di donne, il loro potere nell’India dei moghul è in netto contrasto con l’idea di sottomissione che si ha generalmente delle donne nella cultura islamica. Ci spiega questa apparente contraddizione?
«Un nodo cruciale del romanzo è il modo in cui le donne sono viste o si fanno vedere. Come dicevo prima, il modo in cui sono viste è fortemente distorto dalla visione maschile che le racconta: tutto l'orientalismo occidentale ne ha dato una raffigurazione lasciva, eroticamente carica, mentre le cronache coeve tendevano a escluderle del tutto. I loro nomi propri venivano eliminati dalle cronache ufficiali e si potevano soltanto utilizzare dei nomi d'arte. Già ai tempi di Akbar è iniziato questo relegarle a figure di secondo piano per non contendere la luminosità del sovrano. Naturalmente questo eclissare le donne sul piano ufficiale non significava che loro non volessero invece essere attive, proattive, determinanti in altri modi visibili. Jahanara per esempio scrive il proprio nome con l'inchiostro e con il marmo: compone trattati mistici e realizza grandi costruzioni, dalla moschea di Agra a un intero quartiere di Nuova Delhi. Le donne insomma si danno molto da fare per utilizzare in ogni modo la loro influenza anche per dirigere indirettamente gli eventi».
Ma ci riescono?
«Il potere maschile, che è quello incarnato appunto dall'imperatore e nel mio romanzo dai quattro fratelli in lotta, è un potere quasi sempre aggressivo. Le donne di successo, allora come oggi devono aderire a quel modello maschile. Jahanara invece cerca una via diversa, una via femminile al potere, anche se è costretta a interpretarlo da dietro le mura. E interpretarlo tra l'altro è un verbo significativo, perché c'è uno spettacolo teatrale che attraversa tutto il romanzo, che fonde Shakespeare con la mitologia indiana è dà modo a Jahanara di interpretare in vari modi questa via femminile al potere. Il suo tentativo di trovare questa nuova via e il suo esempio in realtà sono importanti per le donne di oggi ma prima di tutto per le sue contemporanee - le donne del suo entourage e le sue nipoti che devono affrontare poi un Islam misogino e repressivo. Lei le prepara a questa resistenza rimanendo invisibile, sì, ma non silenziosa».
In che modo le sue origini iraniane sono state importanti per la stesura di questo romanzo?
«Sicuramente i racconti di mia madre e di mio zio, e la poesia e la letteratura persiane sono state fondamentali nella scelta di raccontare questi eventi, e di ambientare un romanzo in questa India che era persianofona, intrisa di cultura persiana. L’amore per la lingua e per la letteratura, e le radici intrecciate religiose e filosofiche che legano l'India e la Persia, e che sono poi alla base delle religioni e della filosofia occidentali, sono parte essenziale sia della spinta a scrivere che della sostanza di questo romanzo. Ma direi che soprattutto quello che è importante è la pluralità della visione, dei punti di vista che ogni persona bilingue ha in dote fin dalla nascita. All’origine dei miei libri c’è prima di tutto l’amore per questi mondi diversi e il desiderio di raccontarli mettendoli in comunicazione tra loro, così come dentro di me sono in comunicazione da sempre».
E in base alla sua esperienza, l'Italia di oggi ha realizzato il rispetto tra le religioni che Akbar cercava di costruire nel suo regno?
«Da tempo ho l'impressione che ci sia una radicalizzazione della cultura in particolar modo relativa al tema religioso. Lo abbiamo visto nelle guerre del Golfo, dopo l’undici settembre e con il terrorismo. Abbiamo assistito a moderne crociate da un lato e dall'altro: il tema religioso è sempre potente e divisivo poiché è indimostrabile, ognuno può rimanere sulle proprie posizioni, dalla propria parte della barricata. In Italia nelle scuole pubbliche continua ad essere appeso il solo crocifisso, non la stella di David o la mezzaluna islamica, né la ruota buddista o indù. Quando parliamo di islam continuiamo a utilizzare abitualmente il “noi” e il “loro”. Anzi l'Italia si muove sempre di più verso l'americanizzazione, non solo sul piano sanitario con la privatizzazione e sul piano scolastico con i quiz e i crediti, ma anche in generale con una cultura della polarizzazione, della paura. Anche la decolonizzazione del rapporto con l'altro è difficile: Igiaba Scego ha parlato tante volte del rapporto dell’Italia con le ex-colonie, anche nel recente “Cassandra a Mogadiscio”, insomma non è che ci sia attualmente un grande clima di incontro… E poi la storia si ripete: se posso raccontare una cosa che mi è successa durante quel viaggio in India di cui parlavo prima…»
Certo, che cosa è successo?
«Sono stato nel Kashmir, ho parlato con alcune persone e mi sono reso conto che la politica di Modi nel Kashmir somiglia molto a quella fascista in Alto Adige: anche qui è stato tolto lo statuto di regione speciale, è stato proibito l’uso del kashmiro come lingua ufficiale. Si cerca di “indizzare” la popolazione kashmira proprio come Mussolini voleva italianizzare le popolazioni dell'alto Adige. Io però spero che nel suo progetto di ritorno all’India antica, a prima dell'arrivo degli islamici e degli inglesi, Modi non potrà non rendersi conto che quella civiltà originaria che lui vuole restaurare era una civiltà di filosofi e di maestri, com'era la coeva Cina, l’altra grande potenza emergente. Quindi spero che al di là di tutti i temi divisivi che vengono in superficie si torni all'apertura religiosa e filosofica che caratterizzava le culture antiche, la dravidica in India, che era tra le più pacifiste di sempre, e il taoismo in Cina con la sua assoluta apertura. E lo stesso vale erp il buddismo, l'altra grande religione che è sorta in India ma poi si è diffusa in tutto l’Estremo Oriente».