Su Rai Tre è tornato l’appuntamento con le piccoli grandi storie di ordinario ottimismo. Una serie di note buone in un Paese generalmente stonato

La nota più aliena di Pierfrancesco Diliberto detto Pif è la sua voce. Un tono infantile, vagamente stridulo, a tratti stralunato neanche fosse un tratto somatico, siciliano sì ma a modo suo, immediatamente riconoscibile in una televisione che tende ad affastellare suoni generalmente tutti uguali. Pif invece no, passa ogni sera su Rai Tre col ritorno del suo “Caro Marziano” e la visione distratta perde la sua vaghezza catturando un’attenzione curiosa, che si tiene stretta per le inedite corde dell’ottimismo.

Perché le sue cartoline all’extraterrestre che cade sulla Terra distillano gocce che raccontano un Paese apparentemente nascosto, una serie di note buone che sbucano da una sinfonia generalmente stonata, personaggi per cui tifare, sparpagliando qua e là tratti di entusiasmo e briciole di commozione.

Regista, scrittore, conduttore radiofonico, doppiatore di pinguini e portatore sano di incazzature a fin di bene, Pif si concede anche fisicamente, indossa caschetti, gattona nelle grotte, guarda aerei casalinghi, abbraccia, domanda, si appassiona alle storie che mostra e regala con generosità, si muove con gli auricolari col filo, contro le diavolerie moderne, e la telecamera a spalla, perché che quel conta, fa strano solo a dirlo, è più il contenuto della forma.

Così se ne va in giro a catturare piccole pietre preziose e a restituirle, con fare semplice, come in un sano baratto di sentimenti.

Nelle piccole grandi storie in quindici minuti, c’è il piccolo Genny, che a soli undici anni ha creato una comunità energetica rinnovabile e solidale in un quartiere di Napoli. Ci sono gli studenti che vanno a scuola di pace, c’è Gherardo Brami, che si prende cura di quaranta uccelli, ci sono i ragazzi che giocano a Basket Integrato tutti insieme, maschi e femmine, disabili e normodotati. E c’è anche Piero Nava, il gigante col passamontagna, testimone oculare dell’omicidio Livatino, che per rendere giustizia al magistrato ucciso dalla mafia ha rinunciato al suo nome, al suo lavoro, alla sua famiglia, e che non ha mai rimpianto neppure per un secondo di averlo fatto.

Alla fine, puntata dopo puntata, fa capolino un sospetto che rischia di diventare certezza, ovvero che il vero marziano a cui si rivolge il programma non sia il Kunt del racconto di Flaiano, che vorrebbe tornare su Marte sempre che gli albergatori romani non gli abbiano pignorato l’aeronave. Ma che al contrario siano proprio loro, i protagonisti dei buoni esempi, che, come alieni piovuti dal Pianeta rosso, cercano di trovare il giusto spazio qua e là, tra indifferenze e cinismi terrestri. Praticamente, un po’ come Pif.

 

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DA GUARDARE MA ANCHE NO

Va avanti da dodici anni, stesse dinamiche, i grembiuli, i test, la balconata, le esterne, le baruffe tra giudici, le pacche sulle spalle, gli sguardi truci, le lacrime, le eliminazioni, i mestoli dei concorrenti e così via. Eppure l’effetto comfort food che regala “Masterchef” (Sky) è sempre garantito. Altro che torta al cioccolato.

 

Ennesima lezione di stile nel pacatissimo studio di Paolo Del Debbio “Dritto e rovescio”. Un senatore di Forza Italia urla a più non posso: «Tu non sei povero, non fare il povero, si vede che non sei povero!». Mai sbagliare un outfit in un talk show di Rete 4, che altrimenti si capisce subito che stai mentendo.

 

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