
E' l'energia il settore in cui questa latente guerra civile tra gli Stati Membri erode di più gli sforzi comunitari, lasciando così che gli esportatori di energia, come la Russia, possanno permettersi di mettere in scacco un’Europa dove la media delle importazioni energetiche è del 55 per cento, con punte dell’85 per cento per paesi come l’Italia. Accordi individuali con gli esportatori, politiche di finanziamento a danno degli altri Stati Membri e perfino il sabotaggio dei progetti europei rendono una politica energetica comunitaria un’utopia perseguita dalla Commissione, in un campo di battaglia dove Francia e Germania in primis perseguono i propri interessi a spese degli altri.

Nella geopolitica dell’energia europea i punti di forza stanno nell’unità e nella diversificazione. Maggiore compattezza significa più potere contrattuale nei confronti dei grossi partner (Russia, Medio Oriente), uno sviluppo di infrastrutture europee e non nazionali in grado di ampliare l’offerta e un mercato liberalizzato che riduca il potere dei grandi monopolisti.
Questa è l’idea della Commissione, da attuarsi con il Terzo Pacchetto per l’Energia, lo strumento per la liberalizzazione dei mercati, i gasdotti sotto l’egida europea come il Nabucco e la TAP e i finanziamenti alle rinnovabili.
Peccato che gli Stati Membri sembrino avere tutt’altre intenzioni.
Parliamo di infrastrutture e relazioni diplomatiche. Le importazioni di gas danno alla Russia una leva importante nei confronti dell’Europa almeno da dieci anni. L’ex cancelliere tedesco Schröder firmò per la costruzione del Nord Stream, un gasdotto inaugurato nel 2011 e che collega direttamente Russia e Germania, ignorando la Polonia (e molti altri) che si trovano nel mezzo. Un fatto tanto apprezzato dal ministro degli esteri polacco Sikorski, da definirlo “il gasdotto Molotov-Ribbentropp”. Gli interessi tedeschi nel Nord Stream erano così importanti che Schröder, finita il suo incarico politico alla guida del Paese, divenne chairman del comitato degli Azionisti. Di certo non una prova di imparzialità.
Nel Mediterraneo, Eni e Gazprom, insieme al monopolista francese dell’energia elettrica EDF e alla tedesca Wintershall hanno realizzato il South Stream, facendo fallire così nel 2013 l’europeo Nabucco, che doveva collegare Iran, Egitto e Mar Caspio all’Europa, senza passare per la Russia.
Non dimentichiamo poi gli Stati Membri filo russi, come la Bulgaria, che all’avvertimento della Commissione del giugno 2014 di sospendere la costruzione del South Stream perché contro la legge europea, dichiara semplicemente che proseguirà i lavori come previsto. In altre parole, ignora esplicitamente le istituzioni europee. Nel frattempo il miliardario Gennady Timchenko, in cima alla lista degli individui sottoposti a sanzioni in seguito alla crisi di Crimea del 2014, si muove liberamente per l’UE come proprietario del 63% del consorzio russo Stroytransgaz che sta costruendo su suolo europeo il gasdotto. Così come lui molti altri oligarchi vicini a Putin.

La guerra dell’Europa all’Europa sul fronte energetico non si ferma alla politica estera, ma è altrettanto forte nella politica interna, dove la Germania usa liberamente le politiche europee sulle energie rinnovabili a proprio vantaggio. Non per caso il pacchetto 20-20-20, cioè l’ultimo piano climatico-energetico per l’UE, metteva l’accento sulle energie rinnovabili più che sull’efficienza energetica (dove l’Italia è forte). Era nell’interesse della Germania sponsorizzare le proprie aziende leader nel mondo per la produzione di pale eoliche (Nordex, Repower, Fuhrländer ed Enercon) e pannelli solari (SolarWorld, Q-Cells e Conergy). Come risultato, un terzo delle pale eoliche e metà dei pannelli solari tedeschi installati sono state prodotti da imprese tedesche in Germania. Nel resto dell’Europa però, Italia compresa, l’80% del mercato per i pannelli solari nel 2011 era occupato dalla Cina, con un valore a crescere negli anni successivi.
Nella struttura delle fonti di finanziamento alle rinnovabili, la totale libertà nella ripartizione interna agli Stati Membri ha creato valori al limite del paradossale: nel 2012, un’impresa italiana che consumasse 100 GWh pagava 40 euro al MWh per supportare le rinnovabili, una tedesca 30 centesimi. Una scelta politica precisa a carico dei consumatori domestici tedeschi, che pagavano in bolletta, nel 2012, fino al 50% in più degli italiani; mentre per l’energia vera e propria, la Germania paga meno degli italiani (in media 91 euro al MWh, in confronto ai 96 euro in Italia). Quello che gli italiani pagavano, e pagano, per il costo della dipendenza energetica, dunque i tedeschi lo reinvestono nel finanziamento alle industrie ad alta intensità energetica, che quindi beneficiano di uno dei valori più bassi per l’energia nell’UE.
Un regime di esenzione che ha tutta l’aria di un finanziamento ben mascherato all’industria tedesca e che ha infatti attirato l’attenzione della Commissione per violazione delle regole sulla competizione in Europa. La Germania ha però preceduto, se non bloccato, l’intervento dell’UE, proponendo una revisione del sistema di esenzione che, nonostante le buone intenzioni, lascia esonerate 1600 imprese, tra cui giganti come BASF e ThyssenKrupp. Con buona pace dei competitori italiani che, a parte qualche timido tentativo del governo nel 2013, le rinnovabili le pagano e care.
Anche l'ambiente non è esente da questa politica schizofrenica. Quando si è iniziato a parlare di shale gas in Europa, il presidente Hollande si è opposto a qualsiasi tipo di estrazione e la Commissione ha prodotto numerosi studi sulla pericolosità ambientale di questa fonte. Pronta a emettere delle regole obbligatorie per gli Stati Membri, nel nome della (presunta) leadership ambientale e climatica dell’UE, appena Gran Bretagna e Polonia si sono opposte ha ridotto il tutto a raccomandazioni non obbligatorie. In altre parole, inutili.
Via libera dunque allo shale gas, ma anche allo sfruttamento del carbone, che alimenta il 75% per cento dell’elettricità in Polonia. Motivo per cui questa nazione fatto un lobbying estremo e incessante contro i costi aggiunti dal mercato per le emissioni, l’ETS, il più grande successo dell’Europa nella lotta al cambiamento climatico, ma che sotto questa e altre pressioni è infine crollato.
Storia simile per il nucleare. Da una parte Berlino spinge il Commissario europeo per l’energia ed ex fondamentalista dell’uranio, Oettinger, a fare dichiarazioni per un’Europa senza centrali nucleari. Dall’altra, la Francia e il Regno Unito si accordano per costruire la prima centrale sul suolo britannico da una generazione, facendo piovere nelle casse di EDF più di 17 miliardi di sterline di sussidi pubblici. Nelle ultime indagini da parte della Commissione Europea per sospetta violazione delle leggi sulla competizione, si legge che questo denaro serve a garantire a EDF un prezzo pari a 92.50 sterline al MWh, più del doppio di quello di mercato. Ovviamente, tutto interamente a carico di contribuenti e consumatori e in opposizione alla politica di liberalizzazione del Terzo Pacchetto per l’Energia, che Francia e Gran Bretagna hanno sostenuto e firmato.
Questa guerra civile per l’energia non è senza conseguenze. Una politica energetica frammentaria all’interno dell’Europa lascia consumatori e imprese in balia dei grandi monopolisti e degli Stati Membri più grandi. Le politiche comunitarie che essi impongono per rafforzare l’industria domestica vanno spesso a danno di chi questi costi non possono permetterseli, o di chi non ha un ritorno equivalente. Come nel caso dell’Italia che, a fronte di ingenti spese per le rinnovabili, non ha o non sfrutta un’industria che ne possa guadagnare. Un caso simile agli F-35, dove 12 miliardi di euro per la difesa sono devoluti a una compagnia americana, la Lockheed Martin.
Come aspettarsi poi una politica estera europea efficace se, di fronte all’eterogeneità della situazione energetica europea e alla completa dipendenza dalla Russia di paesi come l’Estonia, la più grande economia europea, la Germania, spende buona parte del suo budget in infrastrutture che vanno esattamente contro l’idea di integrazione? Come può l'Unione Europea proporre sanzioni ìnel mezzo della crisi ucraina, se i magnati dell’energia russa girano liberamente per l’Europa?
Se il fallimento più evidente dell’UE è in questo momento quello della politica fiscale, i problemi di crescita, mobilità e impiego dipendono anche da un'alto tallone d'Achille, che è proprio l'incapacità di affrontare in maniera unitaria la politica energetica.
Con la composizione del nuovo Parlamento e il difficile avvio di una fase post crisi, l’Unione non può più permettersi di favorire interessi individuali e schermaglie interne. Il prezzo sarebbe approfondire la distanza che ci separa da economie economie che, come quella cinese, russa e statunitense, sono più grandi, più compatte e pagano la metà del prezzo del gas e dell’elettricità rispetto all’Europa. Difficile capire però quali siano gli strumenti per questo, e se l’UE li possieda o mai li possiederà veramente.