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La società si chiama Bluebell Partners, ha un capitale limitato al minimo indispensabile per le norme britanniche, appena 100 sterline, e un nucleo di tre collaboratori che affiancano i due fondatori, Giuseppe Bivona e Marco Taricco, entrambi ex banchieri d’affari. È da qui, da questo fabbricato in mattoni rossi di Fulham Road, che negli ultimi anni è partita una serie di azioni capaci di mettere sotto pressione prima il vertice di una banca come il Monte dei Paschi di Siena, poi il colosso pubblico della difesa e dell’aerospazio Finmeccanica, da poco ribattezzato Leonardo. La missione di Bluebell è, formalmente, quella di lavorare al fianco dei fondi internazionali e degli hedge fund per ottenere cambiamenti nelle società quotate in cui hanno investito, in modo da determinare una crescita dei titoli in Borsa e moltiplicare i profitti. Ma in un’Italia alle prese con una profonda crisi di credibilità delle istituzioni, l’azione della piccola società ha finito per valicare i confini del mercato, arrivando a mettere in discussione le scelte di aziende al centro di rilevanti interessi pubblici, prima nelle aule giudiziarie, poi in Parlamento.
È stato infatti proprio Bivona, 63 anni, un passato in merchant bank quali Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs, a dare impulso a una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, firmata il 3 maggio scorso da tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Il motivo della contestazione è l’indicazione da parte di Padoan di un altro ex banchiere, Alessandro Profumo, come nuovo numero uno di Leonardo-Finmeccanica, una nomina la cui conferma è in calendario per martedì 16 maggio da parte di un’assemblea dei soci che si preannuncia agitata. L’accusa a Padoan: aver cambiato norme e regolamenti pur di portare Profumo - un pezzo da novanta del sistema creditizio - alla guida di un’azienda controllata dallo Stato come Leonardo, nonostante il rinvio a giudizio che l’ex numero uno di Unicredit e Monte Paschi ha incassato poche settimane fa con l’accusa di aver falsificato i bilanci dell’istituto senese, che era stato chiamato a risanare dopo i disastri dell’era Mussari.
Per capire i fatti, e tentare di intuire chi c’è dietro l’attacco di Bluebell a Profumo e Padoan, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo, al 2013, quando la società londinese non era nemmeno nata. All’epoca il nome di Giuseppe Bivona diceva poco al grande pubblico. Il “banker”, come lui stesso si definisce, aveva lasciato nel 2011 l’impiego in Goldman Sachs, dov’era giunto nel 2008 da Lehman Brothers ed era responsabile della vendita di titoli a banche, assicurazioni e fondi italiani. A “L’Espresso”, Bivona racconta che nel gennaio 2013, quando si occupava solo di gestire i suoi affari personali, gli capitò di leggere un’intervista dell’allora amministratore delegato del Monte, Fabrizio Viola, in cui veniva data una spiegazione poco chiara di come erano contabilizzate in bilancio due operazioni finanziarie effettuate in passato con Nomura e Deutsche Bank, che avevano affossato i conti dell’azienda di credito e scatenato le note inchieste giudiziarie.
«Qualche giorno dopo, a inizio febbraio, partecipai a una conference call con gli analisti e feci una semplice domanda, chiedendo se nei contratti fosse presente una clausola tipica dei derivati, chiamata “cheapest delivery option”. Se il management avesse risposto di sì», racconta Bivona, «avrebbe significato senza dubbio che quelle operazioni erano in derivati e che, dunque, il Monte non poteva continuare a contabilizzarle come fossero titoli di Stato. Ma i dirigenti non diedero alcuna spiegazione, dicendo che non era la sede per farlo. Intuii allora che c’era un problema».
Sullo scontro scaturito quel giorno di febbraio sono state scritte pagine e pagine e, come vedremo, si è occupata in modo contrastato la Procura di Milano, fino alla richiesta di rinvio a giudizio per Profumo e Viola. Per ora, però, è interessante notare due aspetti. Il primo è che Bivona ha avuto una parte determinante nel successivo svolgimento dei fatti, compreso il modo in cui la Commissione europea nel 2013 ha concesso a Mps gli aiuti di Stato conosciuti come “Monti bond”. Il secondo è che l’ex banchiere ha trasformato quella che all’inizio lui descrive come una sfida personale in una nuova e redditizia attività professionale: rompere le uova nel paniere ai poteri forti. Soprattutto a quelli italiani, anche se non solo.
Vediamo il primo punto. Un indizio dell’attività di lobby - o di trasparenza, come preferisce chiamarla lui - praticata a Bruxelles Bivona lo aveva fornito già il 29 dicembre 2013, quando si era presentato all’assemblea di Mps come delegato dell’associazione di consumatori Codacons e aveva rivelato di aver interloquito con il commissario europeo Joaquín Almunia sugli aiuti di Stato che l’Europa doveva approvare in favore della banca. Quel via libera era stato fornito in via preliminare un anno prima, il 17 dicembre 2012, ma poi la trattativa fra la Commissione, il governo italiano e la banca era andata per le lunghe e l’ok definitivo sembrava non arrivare mai. Il motivo lo racconta ora il banker: il 15 febbraio 2013 Bivona aveva scritto al commissario Almunia per segnalargli che nei conti della banca era celata una potenziale perdita miliardaria legata proprio ai derivati con Nomura e Deutsche Bank e che il prestito governativo – i “Monti bond” – avrebbe permesso all’istituto di tappare i buchi, consentendo però alla Fondazione Mps di mantenere il controllo dell’istituto. Controllo che, invece, avrebbe perso se lo Stato fosse entrato direttamente nel capitale.
Come aveva fatto Bivona ad arrivare fino a Almunia? Possibile che la Commissione europea ascolti le argomentazioni un privato cittadino, facendole pesare più di quelle sostenute dal governo italiano e suffragate dalle decisioni di Consob e Banca d’Italia? Lui assicura di sì e sostiene che la differenza fra le istituzioni internazionali e quelle italiane è la capacità di ascoltare chi si mostra ben informato, invece di mettere le denunce in un cassetto: «Tutti pensavano che il via libera definitivo ai “Monti bond” fosse scontato, invece in una serie di colloqui con il team di Almunia spiegai che le perdite della banca non erano legate alle minusvalenze sui titoli di Stato, penalizzati da un motivo esogeno come la crisi del debito pubblico.
Erano invece determinate da un motivo endogeno alla banca, gli errori fatti con i derivati: in questo caso gli aiuti di Stato potevano arrivare lo stesso, ma dovevano essere legati a una penalizzazione degli azionisti che avevano gestito male la banca, imponendo loro una diluizione delle quote», racconta. Nei fatti, è proprio questa la linea che passa. Almunia lo annuncia il 7 settembre 2013: primo, il Monte dovrà fare una ricapitalizzazione più ampia di quanto previsto inizialmente, mettendo di conseguenza la Fondazione Mps fuori dalla stanza dei bottoni; secondo, se i “Monti bond” non saranno restituiti in tempi stretti, lo Stato dovrà entrare nel capitale, nazionalizzandone il controllo.
Da Tiffany al Milan
Quanto abbiano effettivamente influito le denunce di Bivona nel dare questa piega agli eventi è impossibile dirlo. Certo è che, da quel momento, la lettura dei fatti si complica. Il 29 gennaio 2014 a Londra viene costituita la Bluebell Partners, che vede Bivona come socio fondatore assieme a Marco Taricco, anche lui italiano con un curriculum di banchiere d’affari, che lo ha visto passare per Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan. Può sembrare una questione da poco ma la differenza è importante. Fino ad allora Bivona si era presentato alle assemblee come delegato del Codacons, mentre successivamente lo farà come rappresentante di Bluebell, titolare di un investimento risibile: 12 azioni Mps. Eppure la sua attività di denuncia è implacabile. Scrive decine di lettere ai manager della banca, alle autorità di controllo, al governo, alla magistratura. Per chi lavora? “L’Espresso” glielo ha chiesto esplicitamente: sul Monte ha mai collaborato con investitori clienti di Bluebell, come possono essere fondi istituzionali o hedge fund? La risposta: «Sì, può essere successo». Chi erano? «Non posso dirlo».
È un fatto che, con le sue denunce, Bivona contribuirà al procedimento giudiziario che porterà al rinvio a giudizio di Viola e Profumo, e di qui al tentativo di far deragliare la nomina di quest’ultimo al vertice di Leonardo-Finmeccanica e alla correlata mozione di sfiducia dei Cinque Stelle contro Padoan. Ma prima di giungere a questo capitolo, è utile aprirne uno preliminare. Perché Bluebell da quando è nata non si è limitata a mettere nel mirino Mps. Negli Stati Uniti ha fatto da consulente all’ingresso a sorpresa nell’azionariato del marchio di gioielli Tiffany & Co. di un fondo “attivista”, come vengono chiamati quelli che non si limitano a comprare e vendere titoli ma cercano di imporre al management delle società quotate nuove strategie. Il fondo si chiama Jana e Bluebell l’ha aiutato a rastrellare una quota del 5 per cento di Tiffany e a piazzare in consiglio di amministrazione tre persone, fra i quali l’italiano Francesco Trapani, in passato capo di Bulgari. In Italia, invece, il compagno d’avventura della coppia Bivona-Taricco è stato il fondo Elliott del finanziere americano Paul Singer, uno dei maggiori hedge fund del mondo. I tifosi rossoneri hanno appreso della sua esistenza qualche settimana fa, quando Singer ha prestato all’imprenditore cinese Li Yonghong gran parte dei quattrini che gli servivano per rilevare da Silvio Berlusconi la proprietà del Milan.
L’establishment italiano, però, aveva imparato a conoscere Elliott già nel 2015, quando l’hedge fund aveva deciso di scombinare i piani elaborati da Finmeccanica per risolvere una serie di questioni problematiche. Il gruppo pubblico, all’epoca guidato da Mauro Moretti, aveva deciso di cedere le attività nel settore trasporti, un business caratterizzato da un elevato numero di posti di lavoro (6.063) ma anche da diverse difficoltà. Nel 2015, appunto, Moretti stringe un accordo per cedere alla giapponese Hitachi due attività: il 40 per cento posseduto in Ansaldo Sts, un’azienda gioiello nei sistemi di segnalazione e automazione per le ferrovie, nonché l’intero capitale della Breda, che produce treni e tram, da tempo oggetto di grandi timori da parte dei sindacati e della politica per il rischio di una smobilitazione. Il prezzo pagato dai giapponesi, tutto considerato, è di 790 milioni di euro.
Consigli a Cinque Stelle
Bluebell, tuttavia, è convinta che l’accordo nasconda un patto: Finmeccanica vende Ansaldo Sts a un prezzo più basso del potenziale, mentre Hitachi accetta di accollarsi e tentare di rilanciare anche Breda. Ansaldo Sts, però, è quotata e i giapponesi devono lanciare un’Opa sulle azioni in mano al mercato. Molti azionisti di minoranza, però, si oppongono. Il primo è un altro fondo molto attivo in Italia, Amber Capital, ma quello che si mette di mezzo in misura massiccia è il cliente di Bluebell, e cioè Elliott, che rastrella il 22 per cento di Ansaldo. Hitachi prova a resistere, alza un po’ il prezzo dell’Opa, che tuttavia fallisce. Elliott coalizza i fondi contrari e fa eleggere in consiglio di amministrazione tre rappresentanti delle minoranze. Fra loro anche Bivona, che come sempre si presenta con 10 azioni soltanto: l’equivalente di una cena in trattoria con un paio di amici. Il vero costo, però, è giudiziario: sul caso nascono inchieste della magistratura e pronunciamenti del Tar. In gennaio Hitachi riesce a cacciare Bivona dal consiglio, promuovendo un’azione di responsabilità, che viene votata però quasi esclusivamente dai giapponesi, mentre gli altri investitori votano contro. La partita, dunque, è aperta, e probabilmente si risolverà solo con una mediazione.
La lezione da trarre da casi come Mps e Finmeccanica sembra essere soltanto una: il sistema di potere italiano è così debole che per accerchiarlo bastano pochi individui pronti a infilarsi nelle sue crepe per farlo esplodere dall’interno. E qui si torna al caso Profumo. Il banchiere, come emerge il 16 marzo quando si diffondono le prime indiscrezioni, è l’uomo scelto da Padoan per gestire un’azienda delicata come Leonardo-Finmeccanica, che impiega oltre 47 mila persone e costruisce aerei civili e militari, elicotteri, armamenti, satelliti.
Eppure, sul nome dell’ex presidente del Monte, Bivona non aveva mollato l’osso. Sull’oggetto delle sue denunce era nata un’inchiesta da parte della procura di Milano, nella quale Profumo e Viola erano indagati con l’accusa di aver diffuso false informazioni sui bilanci dal 2012 al primo semestre 2015, quando la questione dei derivati Nomura e Deutsche Bank era stata definitivamente chiusa. La procura aveva deciso di chiedere l’archiviazione. Ma il procuratore generale di Milano, Felice Isnardi, non pare d’accordo. Il 27 ottobre scorso convoca Bivona e, lo stesso giorno, affida a due periti quattro quesiti molto precisi, che mettono a fuoco alcune delle questioni sollevate da Bluebell nel corso del tempo. Fra queste, come sarebbero cambiati i bilanci contabilizzando gli ormai famosi derivati in maniera diversa, e che impatto avrebbero avuto queste modifiche sui piani di ristrutturazione, sugli aumenti di capitale e sulla concessione dei “Monti bond”. Il giorno clou arriva il 15 marzo, quando il giudice per le indagini preliminari di Milano, Livio Cristofano, riunisce la camera di consiglio, nella quale la procura conferma la richiesta di archiviazione, alla quale si oppone Bivona, parte lesa in virtù delle dodici azioni del Monte possedute. Il 21 aprile Cristofano deposita la sentenza, ordinando alla procura di formulare la richiesta di rinvio a giudizio sia per Viola che per Profumo.
Di lì gli eventi precipitano: Bivona scrive a Padoan, chiedendo di revocare l’indicazione del banchiere come futuro amministratore delegato di Leonardo, argomentando fra l’altro che verrebbe nominato un manager che sarà processato per un accusa che, se sarà provata, avrebbe danneggiato anche lo Stato stesso, oggi azionista Mps. Pochi giorni dopo, la richiesta di sfiducia da parte del Movimento 5 Stelle, che ripropone per filo e per segno le argomentazioni del banker basato a Londra.
L’Espresso gli ha chiesto: ha suggerito lei la mozione al partito di Beppe Grillo? La risposta di Bivona: «Quando c’è di mezzo la trasparenza, l’interesse privato e quello pubblico convergono». Ma ha incontrato qualcuno dei Cinque Stelle? «Guardi che i telefoni funzionano anche a Londra. E poi, ho scritto a tutti i gruppi parlamentari». E ancora, lasciando stare la curiosità politica ma andando al sodo, perché questo attivismo su Leonardo-Finmeccanica? Bluebell ci sta lavorando per qualche cliente? «Operiamo per un investitore che, quando sono usciti i rumors sulla possibile nomina di Profumo, ha subito venduto la sua posizione. Ma il suo interesse è rientrare, quando la situazione si sarà chiarita». Chi è? «Posso soltanto dire che è un investitore molto tradizionale, non un hedge fund. E che le sue critiche, nei giorni successivi, sono state condivise da molti altri investitori». Voilà: in un sistema così debole, una manciata di azioni e un po’ di buone relazioni possono bastare per mettere in discussione le scelte di chi governa.