Di sicuro c’è soltanto che Roma ha pagato. A poco più di 25 anni di distanza dalla privatizzazione del 1995, lo Stato torna azionista di Ilva. Il futuro, però, è più che mai immerso nella nebbia dell’incertezza. Non è chiaro quale sarà la rotta per rilanciare l’acciaieria di Taranto, un asset strategico che negli ultimi due anni ha perso per strada quote di mercato e ormai viaggia col motore al minimo e oltre metà degli ottomila dipendenti in cassa integrazione. Intanto però, la holding pubblica Invitalia ha già sborsato 400 milioni per mettersi in società con Arcelor Mittal, la multinazionale che dal 2018 ha preso in gestione, con pessimi risultati, l’impianto pugliese finito in amministrazione straordinaria.
«È il momento di smettere di dire cose che in realtà non possono essere fatte altrimenti non si troverà mai una soluzione», ha ammonito a fine marzo il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, forse con l’intenzione di mettere in guardia i futuri soci. L’avvertimento sembra caduto nel vuoto. Acciaierie d’Italia holding, partecipata al 50 per cento ciascuno dalla holding pubblica Invitalia e da Arcelor Mittal, venerdì 16 aprile non è neppure riuscita a nominare il nuovo consiglio di amministrazione. I privati chiedevano che l’azionista di Stato firmasse il bilancio del 2020. Una richiesta giudicata irricevibile, visto che l’anno scorso l’impianto è stato gestito dalla multinazionale controllata dalla famiglia Mittal. Il governo, come sempre accade in casi come questi, vuole tenersi le mani libere per valutare l’attività finora svolta e, se necessario, avviare azioni di responsabilità nei confronti della passata gestione.
Niente da fare, quindi: il varo della nuova società è rinviato a data da destinarsi. È un rinvio, l’ennesimo, in una storia infinita che si trascina dal 2013, quando a Taranto esplose la crisi ambientale, si arrivò al sequestro dell’impianto e l’azionista privato, cioè la famiglia Riva, fu infine estromessa dallo Stato. Nell’autunno del 2018, con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, la gara imposta due anni prima dal governo Renzi consegnò l’Ilva alla gestione di Arcelor Mittal, che però già a novembre del 2019 era pronta a farsi da parte per la revoca dell’immunità penale in un primo momento concessa agli acquirenti. Da allora l’acciaieria più grande d’Europa vive sospesa in attesa di conoscere il suo destino. E l’accordo siglato a dicembre del 2020, un’intesa che in teoria avrebbe dovuto spianare la strada alla coabitazione tra l’azionista pubblico e quello privato, ormai appare come il paravento che nasconde strategie e interessi divergenti, se non conflittuali, tra le due parti in causa.
Franco Bernabè
Destino vuole che un quarto di secolo fa il premier Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro, tirasse le fila della vendita ai Riva della grande azienda di Stato. Per gestire una partita che si annuncia quanto mai complessa, Draghi ha scelto un altro protagonista della stagione delle privatizzazioni come Franco Bernabè, vecchio amico del presidente del Consiglio, nonché manager di lungo corso con una carriera dalle tante poltrone eccellenti, dall’Eni fino a Telecom Italia. Bernabè, presidente designato di Acciaierie d’Italia holding, verrà affiancato in consiglio da Stefano Cao (già a capo di Saipem) e da Carlo Mapelli, esperto di siderurgia e docente al Politecnico di Milano.
Il terzetto di amministratori sarà chiamato a confrontarsi con un socio che fa di tutto per non scoprire le proprie carte. Anzi, ora che ha costretto lo Stato a metter mano al portafoglio tornando a gestire direttamente l’acciaieria, Arcelor Mittal sembra guardare altrove con l’intenzione di sfilarsi in tempi brevi da un affare che produce più guai che profitti. Giorni fa la multinazionale ha annunciato la separazione delle proprie attività commerciali italiane da quelle internazionali. In altre parole, i prodotti di Taranto sarebbero costretti a battere la concorrenza di quelli del suo azionista. Da mesi, poi, gli osservatori più attenti segnalano che la multinazionale ha spostato dalla Penisola parte delle lavorazioni per lasciare spazio ad altri impianti europei del gruppo, come quelli di Gent e Dunkerque in Belgio. La conferma arriva dai numeri. La produzione di Ilva nel 2020 è precipitata a 3,3 milioni di tonnellate circa contro i 6 milioni del 2013. In parte è colpa della crisi di primavera-estate innescata dalla pandemia, ma anche quando la domanda di acciaio è ripartita, nell’ultimo trimestre dell’anno, Taranto ha continuato a lavorare a ritmo ridotto, tra fermate degli impianti e nuova cassa integrazione. «Arcelor Mittal ogni due settimane rivede al rialzo il proprio listino e sta guadagnando moltissimo grazie a un aumento dei prezzi dell’acciaio. Com’è possibile che, al contrario, Ilva sia cronicamente in difficoltà?», si chiede il sindacalista Marco Rota, responsabile nazionale di Fiom Cgil per la siderurgia.
Il piano illustrato dal governo nel dicembre scorso prevede il ritorno a una produzione di 8 milioni di tonnellate l’anno entro il 2025, quando, stando agli annunci, non ci sarà più bisogno di cassa integrazione e gli 8.200 dipendenti torneranno tutti al lavoro. Ma più il tempo passa, con gli altoforni che lavorano a basso regime, più diventa difficile riportare lo stabilimento in piena efficienza. Senza contare, come da tempo denunciano i sindacati, che le carenze nella manutenzione degli impianti causano stop frequenti e anche incidenti.
Il ministro Giancarlo Giorgetti
Appesantita da ritardi e inadempienze, Taranto rischia quindi di restare impantanata in una crisi senza fine proprio mentre il mercato riparte. Il mondo ha fame di acciaio, perché la ripresa post-Covid19 traina le imprese manifatturiere. Ilva però non è in grado di far fronte alla domanda crescente e mentre i prezzi salgono è costretta a subire la concorrenza dei grandi produttori internazionali, compresa, come abbiamo visto, Arcelor Mittal. Sul futuro prossimo incombe poi la decisione della Commissione Ue, attesa per fine maggio, sui dazi per le materie prime, acciaio compreso. Finora la politica europea è stata quella di sostenere i produttori europei sbarrando la strada ai colossi cinesi con un sistema doganale che li penalizza. Con i prezzi in crescita verticale le imprese trasformatrici premono però per una riforma che smantelli almeno in parte queste barriere. Se quest’ultima posizione dovesse alla fine prevalere, i piani del governo dovrebbero fare i conti con un problema in più.
Il primo della lista, al momento, riguarda le risorse da destinare alla ristrutturazione e al rilancio dell’acciaieria. I 400 milioni messi sul piatto dalla Stato per aggiudicarsi il 50 per cento della holding, sono appena sufficienti a coprire i costi d’esercizio, cioè stipendi e fornitori, a cui vanno aggiunti la manutenzione degli impianti e gli interventi necessari per garantire la sicurezza dei lavoratori e abbattere le emissioni inquinanti così come prescritto dalle sentenze della magistratura. Questo però è il minimo indispensabile per evitare la chiusura. Se l’obiettivo del governo è davvero quello di arrivare alla produzione di acciaio secondo standard ambientali ben più elevati di quelli attuali, salvaguardando, oltre all’occupazione, anche la salute dei cittadini, allora la risorse da mettere in campo si calcolano nell’ordine dei miliardi di euro. «L’accordo prevede un significativo impegno finanziario da parte dello Stato italiano e rappresenta un passo importante verso la decarbonizzazione dell’impianto di Taranto», scriveva su Facebook a dicembre l’allora ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri a commento dell’intesa siglata con Arcelor Mittal. In base all’accordo, nel 2022 Roma verserà altri 600 milioni per arrivare al 60 per cento del capitale della holding.
In totale, quindi, l’impegno dello Stato ammonta a un miliardo in due anni, una somma che però sembra ancora insufficiente per una vera svolta ambientale. Un aiuto potrebbe arrivare dall’Europa. Il Just transition fund varato da Bruxelles per finanziare la conversione ambientale di specifiche aree (in Italia, oltre a Taranto, anche il Sulcis sardo) dovrebbe garantire un minimo di 400 milioni di euro. Altre risorse verranno ricavate nelle pieghe del Recovery fund. Nel frattempo, appena insediato al ministero dello Sviluppo, Giorgetti ha subito fatto capire di voler metter mano al programma dal precedente esecutivo.
L’obiettivo dichiarato è ancora quello della decarbonizzazione, che in pratica vuol dire azzerare le emissioni inquinanti legate all’uso del carbone come principale fonte di energia. Il sogno di un impianto verde è però destinato a restare tale almeno per un decennio, visto che le tecnologie che permetterebbero l’uso dell’idrogeno per alimentare gli impianti sono ancora in una fase sperimentale. Sarebbe invece più abbordabile, in una prospettiva di tre-cinque anni, un intervento che puntasse sul minerale di ferro “preridotto” per sostituire il carbon coke che oggi viene caricato negli altoforni per produrre l’acciaio. Ed è proprio in questa direzione che il governo Draghi sembra intenzionato a insistere con maggior decisione rispetto ai piani formulati dai ministri di Conte.
Il cosiddetto preridotto potrebbe essere utilizzato anche per alimentare uno o due nuovi forni elettrici, opportunamente modificati. Per mandare a regime l’impianto così rinnovato sarebbe necessaria una gran quantità di gas, almeno il doppio rispetto ai 600 milioni di tonnellate annue oggi assorbite da Taranto. Per alcuni anni non sarà possibile rinunciare al carbone, ma il nuovo assetto consentirebbe di abbattere notevolmente le emissioni di anidride carbonica e di altre sostanze inquinanti (ossido di zolfo, diossina, polveri sottili) garantendo una produzione supplementare di 2,5 milioni di tonnellate. Quanto basta, secondo alcune ipotesi, per chiudere uno dei tre altoforni (Afo 1-2-4) ora in funzione oppure per rinunciare all’Afo 5, il più grande, che è spento dal 2015 e richiede ancora lunghi e costosi lavori di ammodernamento. Mapelli, il professore del Politecnico appena designato tra consiglieri della holding Acciaierie d’Italia, aveva proposto un piano fondato sul preridotto già nel 2013, quando il governo Letta, una volta usciti di scena i Riva, affidò il rilancio dell’Ilva a Enrico Bondi. A otto anni di distanza, con il ritorno dell’azionista pubblico, quel vecchio progetto torna d’attualità anche grazie alle nuove soluzioni tecnologiche fornite dal gruppo Danieli, in collaborazione con due aziende pubbliche come Leonardo e Saipem.
Per completare la transizione ambientale non sarà però sufficiente sostituire il coke con il gas naturale ed eliminare gli scarti e l’inquinamento portato dal carbone. Serve un passaggio ulteriore, ovvero il sequestro dell’anidride carbonica prodotta dalle lavorazioni, che, per esempio, potrebbe essere stoccata in un deposito sottomarino sfruttando un giacimento dell’Eni al largo di Ravenna. L’ipotesi più innovativa allo studio riguarda però l’integrazione con l’agroalimentare. Una volta disciolta in acqua, l’anidride carbonica sequestrata può infatti servire da nutrimento per quei microrganismi che, attraverso un processo di fotosintesi, consentono la crescita dell’alga spirulina, utile per fertilizzare i campi e nella zootecnica.
Oppure la Co2 può essere utilizzata per la produzione di biocarbone e biometano, da riciclare successivamente come fonte energetica per l’impianto siderurgico. Dall’acciaio al cibo e viceversa. Sembra un sogno, ma è il futuro dell’economia circolare. Una speranza in più per Taranto.