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Esteri
dicembre, 2024

Migranti la lezione arriva dall’Africa

Il nuovo presidente del Botswana apre alla regolarizzazione degli arrivati dagli altri Stati, rovesciando anni di politiche fallimentari sul tema. “Colmano un vuoto, ci servono”

Un altro mondo possibile. Mentre Donald Trump promette ai suoi elettori di chiudere i confini degli Stati Uniti, in Africa c’è chi si impegna a regolarizzare le persone migranti. Garantendo permessi di soggiorno e preannunciando opportunità, a partire dal presupposto che la condizione di illegalità alimenta crimini e sfruttamento. Notizie che arrivano dal Botswana, una ex colonia britannica dove il partito al potere dall’indipendenza, ottenuta 58 anni fa, è stato sconfitto dall’opposizione per la prima volta. Il nuovo presidente, Duma Boko, si è insediato pochi giorni dopo le elezioni americane. Proprio come Trump, ha avuto la meglio su un partito che si fa chiamare “democratico”, ma le somiglianze finiscono qui. Cinquantaquattro anni, non è un milionario e non è mai stato condannato in tribunale. È cresciuto in un villaggio a 200 chilometri dalla capitale Gaborone ed è riuscito comunque a frequentare l’università, prima in patria e poi negli Stati Uniti, giurisprudenza ad Harvard. «C’è molto ottimismo nei suoi confronti, perché la sua caratteristica distintiva è stata finora l’approccio etico, con l’accento posto sui diritti umani» ci dice proprio dagli States una studentessa originaria del Botswana, Kopo Oromeng, decisa a rientrare nel suo Paese non appena concluso il dottorato di ricerca in Geografia all’Università del Delaware. «Nel tempo l’impegno politico di Boko è stato segnato anche dall’attenzione per le minoranze, come le comunità native dei San». Le elezioni sono state vinte però con la promessa di superare la crisi economica che negli ultimi anni ha colpito il Botswana, un Paese tra i più ricchi dell’Africa, due volte più grande dell’Italia e con una popolazione inferiore a quella di Roma. Il suo primato per prodotto interno lordo pro capite a Sud del Sahara è stato messo a rischio dal calo dei prezzi dei diamanti, voce chiave delle esportazioni, penalizzato da una riduzione della domanda americana e cinese e dalla competizione dei cristalli realizzati in laboratorio. Nonostante queste difficoltà, o forse proprio per queste, Boko ha promesso di aprire i confini. «O almeno - spiega Oromeng – di garantire permessi di soggiorno per migliaia di migranti senza documenti, giunti quasi tutti dal vicino Zimbabwe e già impiegati come braccianti nei campi, nell’edilizia o nei servizi di cura domestica». La tesi del neopresidente è che molte di queste persone accettino mansioni che gli abitanti del posto trovano poco attraenti e che così «colmano un vuoto». Secondo Boko, «in qualsiasi cantiere del Botswana la maggior parte dei lavoratori qualificati arrivano dallo Zimbabwe» e piuttosto che respingerli conviene dunque «apprendere le loro competenze».

 

Delle regolarizzazioni parla con L’Espresso anche Christian John Makgala, professore di Storia e politica economica presso l’Università del Botswana. «Finora il governo ha speso una fortuna per arrestare e deportare i migranti, che poi riattraversavano nuovamente il confine appena possibile» sottolinea il docente. «Non è affatto detto che le regolarizzazioni abbiano un impatto profondo sull’economia, ma almeno così si allarga la base imponibile e si aumentano le entrate fiscali dello Stato». Si vedrà. Anche perché il programma del nuovo presidente e della sua coalizione, che nel nome ha il “cambiamento democratico”, è ambizioso. Molto dipenderà dal tentativo di rinegoziare un accordo sulla ripartizione dei proventi dei diamanti con il gruppo De Beers e la multinazionale Anglo American: l’obiettivo sarebbe raddoppiare dal 25 al 50 per cento. Nelle intenzioni di Boko le maggiori entrate dovrebbero finanziare programmi sociali, permettendo l’aumento delle borse per gli studenti universitari e il raddoppio del salario minimo, da portare all’equivalente di 300 dollari al mese. Interventi, questi, da combinare con un piano di investimenti che promette di generare 100mila nuovi posti di lavoro già il prossimo anno. Di questa visione i migranti sono parte. Come accade anche altrove nel mondo, Europa compresa. In Italia, mentre il governo pone al centro del dibattito politico il trasferimento in Albania dei richiedenti asilo salpati dal Nord Africa, uno studio di Confindustria stima in 120mila nuovi lavoratori stranieri l’anno il fabbisogno nazionale per poter almeno mantenere gli attuali livelli di produzione. Altre notizie arrivano dalla Germania. Riguardano tecnici qualificati e professionisti in arrivo dal Kenya sulla base di quote concordate per colmare la costante riduzione della manodopera. Un deficit come quello italiano, ma più grande: secondo l’Ufficio federale per il lavoro, mancano all’appello 400mila persone l’anno. I media tedeschi hanno confermato i primi arrivi dal Kenya di 500 medici e infermieri, mentre nel Paese africano c’è chi denuncia il rischio di un impoverimento della sanità locale. Ma questa è un’altra storia. Importante come quella che arriva dall’altro capo del mondo e riguarda la Thailandia. Il Paese del Sud-Est asiatico ha appena avviato la più grande regolarizzazione della storia di persone senza cittadinanza. Oltre 335mila rohingya in fuga dal Myanmar o appartenenti ad altre comunità neglette: quasi nella metà dei casi a beneficiare della misura saranno bambini nati in Thailandia da genitori migranti. L’iniziativa è in linea con gli obiettivi fissati da una campagna delle Nazioni Unite che si chiama “Global Alliance to End Stateless”. Anche una risposta, secondo Filippo Grandi, Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, alle minacce rappresentate da «discorsi d’odio e nazionalismi pericolosi».

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