Il suo sesso è un astuccio d'oro riempito di gemme tutto in lui è desiderio dolcezza da succhiare. È la cover delle cover nella serata delle cover, è il Cantico dei cantici, che parla di amore non rubato, di sesso condiviso, di gioia dei corpi che si intrecciano senza sopraffarsi. Nel festival pop dedicato alle donne, che denuncia la violenza a suo modo, che fa sbucare all'improvviso messaggi, sparsi di vario tenore, dal blitz di Pelù ai microfoni rossi, non si poteva trovare modo migliore per raccontare la relazione amorosa dal verso giusto. E ci voleva Roberto Benigni per aprire le porte all'erotismo, altro che il tango di Georgina.
Ma per qualche buffo partito preso la platea batte le mani a lei, sensuale come un guardalinee, mentre per il monologo biblico sul fremito delle cosce resta bene inchiodata alla poltrona. Bizzarie del Festival, che si emoziona per poco, si esalta per ancora meno e quando arriva un nostro gigante si rannicchia in una cuccia di sdegno col muso dei bambini annoiati.
D'altronde è solo sesso, solo la Bibbia due cosette da niente, meglio alzarsi in piedi per il tenorino o ridacchiare sulla doppia maglia calcistica di Amadeus che non per una piccola rivoluzione come quella dell'immagine di lei che sentiva il sesso di lui sul corpo e gli diceva “penetrami, voglio il tuo stendardo”» buttata dal palco dell'Ariston. Ed è solo Benigni, Pinocchio e Geppetto, geniaccio condiviso e orgoglio nazionale fino a ieri e poi diventato all'improvviso il grande male, “quello” strapagato, il comunista che si ostina a proporre testi magici, quello che fa cultura, una brutta parola, pronunciata con il disprezzo che tira fuori solo chi pensa che precipitare nel buio sia sempre meglio che guardare in avanti.
Per fortuna però Benigni c'è e gli vogliamo bene, al punto che verrebbe da dirglielo persino al citofono. Benigni c'è, e con lui quell'ostinato desiderio che questo strano Sanremo, altalenante tra l'utile e l'inutile, ha di dire qualcosa. Oltre ai grazie, oltre ai fiori.