Ho incontrato Proust due volte. In fondo, non molte. La prima, come tanti della mia generazione, a 18 anni. Margherita, un’amica di mamma, mi aveva regalato l’edizione integrale Newton Compton della “Recherche” per la mia maggiore età e dunque, so di aver cominciato a leggere Proust il giorno dopo, il 4 marzo del 1996, di mattina. Ho concluso la lettura dei sette volumi prima dell’estate, d’altronde ero giovane, ero forte, e non dovevo occuparmi della vita pratica con le sue bollette, i suoi affitti, e i lavori per il sostentamento e per l’arte, mai lievi e mai facili. Ero libera, nel senso che i miei genitori provvedevano a tutto.
Di quella prima lettura mi è rimasta l’idea eroica che io, insieme a un esiguo manipolo di eletti passati presenti e futuri, avevo portato a termine l’impresa. Avevo vinto, attraversato lo spazio e il tempo tra Combray e Parigi, tra borghesia e aristocrazia, ero sopravvissuta alle delusioni d‘amore, e probabilmente, a un certo punto, avrei anche scritto di ciò che mi ossessionava e mi appassionava: gli esseri umani e le loro strutture sociali.
La prima lettura è stata elencativa e quantitativa, una vanteria, una sbruffonata, nessuna differenza tra leggere tutta la “Recherche” in tre mesi, e fare a gara a chi beve più birra senza vomitare: ero una provinciale, e probabilmente lo sono rimasta. Credo avessi capito ciò che potevo, e non era poi molto: non ero mai stata davvero innamorata, né mai davvero gelosa, non mi ero mai accorta delle differenze economiche esistenti tra la mia famiglia e certe altre di Scauri - il paese in cui sono nata -, ero una lettrice formidabile e dunque, come Charles Swann, avrei avuto accesso a salotti e sarei stata in grado di affrontare i miei amori, e dunque, come il narratore, avrei potuto ereditare una fortuna – qualsiasi cosa significasse, oltre il denaro – alla morte di qualche parente. Molti dei fratelli e delle sorelle dei miei nonni erano emigrati tra gli anni Dieci e gli anni Venti (periodo in cui Proust scriveva la “Recherche”), e dunque c’erano zii d’America i cui fantasmi, al contrario di quello del Natale passato in Dickens, potevano presentarsi, cigolando in corridoio, con una bisaccia di monete d’oro.
A ripensarci oggi, non essendo stata la vita pratica un cruccio nemmeno durante i lunghi anni di studio, perché le borse di ricerca avevano sostituito i miei genitori nel sollievo dalle faccende pratiche, e le camere degli studentati ritardato l’incontro, sempre poco gradevole, con il mercato immobiliare, a ripensarci oggi, dovevo aver intuito nella “Recherche” una parabola per me: sono stata per i primi trent’anni della mia vita una giovane donna che viveva di rendita e non aveva problemi di alloggio. Non era così nelle cause, era così negli effetti. E dunque.
Gli esseri umani mi ossessionavano e mi appassionavano perché ero stata precocemente delusa dalle formiche, forse, se non fosse successo ciò che sto per raccontare, sarei diventata entomologa.
A dieci anni, in giardino, passavo ore accucciata sui talloni a osservare l’alacre lavoro di una colonia di formiche. Dopo qualche giorno, avevo rubato una pagnotta dalla dispensa, l’avevo sbriciolata e avevo lasciato una piramide di briciole accanto all’entrata del formicaio. Le formiche erano accorse in massa e piano piano ma continuativamente avevano trasferito la piramide di briciole sottoterra. Avevo stimato che quelle briciole sarebbero loro bastate per tutto l’inverno, e il pomeriggio successivo ero curiosa di sapere cosa avrebbero fatto nel tempo libero. Sarebbero diventate cicale? Le formiche cantavano? Il pomeriggio dopo, tornando da scuola, mi ero accorta invece del solito fermento accanto all’imbocco del formicaio. Le formiche erano intente al loro solito daffare, raccattavano briciole dovunque le trovassero e le trasportavano sottoterra. Ci ero rimasta molto male, mi avevano deluso, le formiche non erano in grado di sprecare, di perdersi in pigre osservazioni. Le avrei sterminate se mia madre, rientrando prima, non mi avesse fermato mentre con alcool e un fiammifero mi avviavo al formicaio. Ce le avevo anche prese.
La prima volta che avevo letto la “Recherche” avevo capito che gli esseri umani potevano essere le mie formiche in grado di sprecare, l’avevo pensato come avessi dieci anni, mentre leggendo mi ricordavo del formicaio, e lo scrivo oggi come avessi dieci anni. Compiuti i trent’anni, ho cominciato a lavorare, e dunque a occuparmi della vita pratica, anzi, a esserne occupata. Subito l’ho disprezzata, subito mi sono sentita avvilita, poi, come un’illuminazione ho capito che poteva essere un sostegno creativo: limitando il tempo, potenziava l’immaginazione.
Ed è nei miei trenta anni che ho incontrato Proust per la seconda volta. Per Ad Alta Voce di Rai Radio3, abbiamo registrato con Sandro Lombardi la lettura prima di “Un amore di Swann” (che è una sezione del primo volume de la “Recherche” e racconta l’innamoramento di Charles Swann per Odette de Crècy) e poi di “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Ed è stato educativo. Un po’ perché adattare un libro, o discuterne l’adattamento, come in questo caso, è un modo per conoscere un libro profondamente: è come vedere qualcuno che si muove in cucina mentre prepara del cibo. Un po’ perché ascoltare Proust è come stare seduti di spalle o di fianco a due o più persone che parlano di qualcosa di molto interessante anche per noi che dei soggetti di quel discorso non sappiamo nulla.
“Un amore di Swann” è, in effetti, un romanzo nel romanzo e penso che vada detto chiaro e tondo che se non si pensa di avere diritto al tempo per leggere tutta la “Recherche”, almeno bisogna concedersi tre ore per leggere in tranquillità “Un amore di Swann”. Leggere questa novella di innamoramento, furbizia e gelosia è leggere Proust, che, come ogni cosa e essere umano, può essere preso anche a piccole dosi. L’idea di Proust come autore granitico è mondana. Non è stata granitica la stesura della “Recherche” che è durata più di quindici anni ed è avanzata per riscritture, correzioni, aggiunte ed emendamenti. In questo senso, in questa celebrazione del contrario della compattezza, e della decisione – del contrario delle formiche – Proust è lo scrittore che più somiglia alla vita, al nostro modo di riflettere sul tempo, di cercare di impiegarlo, e, soprattutto di perderlo. È una ricognizione e raccolta di amori sbagliati che, rivisti tutti insieme, si rivelano, quasi sempre, quelli che sono quasi tutti gli amori, che anche quando non finiscono ci rivelano di noi qualcosa che, in fondo, non vorremmo sapere. Dice, sussurra, Proust, che l’unica differenza di razza esistente tra gli esseri umani – che razze non ne hanno – è una differenza di censo. E tuttavia, nonostante questa differenza, l’odiosa e borghese Signora Verdurin può diventare Principessa di Guermantes. E dunque, alla fine, tra gli esseri umani non esiste nemmeno questa differenza. Siamo tutti uguali, tutti tendiamo alla luce dorata che proietta l’essere amati e l’essere alleggeriti dalla pur utile e creativa vita pratica.