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Cultura
settembre, 2023

Asteroid City è Wes Anderson all'ennesima potenza

Una città per soli geni. Che nasconde una pièce teatrale. Il regista costruisce una scatola cinese che affascinerà i cinefili

Avviso agli spettatori. Sedete vicino allo schermo e preparatevi a un’eventuale seconda visione. Il nuovo film di Wes Anderson è così brulicante di piani visivi, salti di tono, segnaletiche multiple, passaggi dal bianco e nero al colore, sottintesi mascherati da nonsense (e viceversa), grandi e grandissimi nomi anche in piccoli e piccolissimi ruoli, che la sensazione di essersi persi qualcosa è inevitabile. Se poi detestate i film del geniale texano, pensate che sia schiavo del suo stile o magari che faccia certe scelte per sbaglio, come certi critici Usa, state alla larga.

 

Eppure l’idea è semplice. “Asteroid City” è una minuscola e archetipica città nel deserto riservata a scienziati e cervelloni, soli o con famiglie più o meno mutilate al seguito, che malgrado i colori pastello e il tono da fumetto diventa una specie di capitale della Solitudine e della Malinconia. Il regista dei “Tenenbaum” e del “Treno per il Darjeeling” non è nuovo a questi incroci acrobatici. Si potrebbe perfino dire che la frontalità e l’apparente semplicità del suo cinema (non a caso molto imitato sul web) è la chiave che gli consente certe acrobazie.

 

Se tutta questa leggerezza invita al sorriso è proprio perché la sostanza è più aggrovigliata di quanto sembri. Come prova, sempre con ironia, la parte in bianco e nero, che è un dietro le quinte. “Asteroid City” è infatti uno spettacolo teatrale trasmesso in tv con un autore (Edward Norton) e un regista (Adrien Brody), a tratti confusi, e un presentatore in cerca di certezze per introdurre il tutto al pubblico (Bryan Cranston). Siamo infatti nel settembre del 1955, mese e anno della morte di James Dean (Anderson ha detto più volte che il film nasce come omaggio alla generazione dei Brando e dei Kazan), e le incertezze sul fronte creativo rispecchiano in certo modo quelle esistenziali della pièce. Con scambi fra i due mondi, apparizioni inopinate di star (occhio all’alieno, è Jeff Goldblum, ma attenti soprattutto all’apparizione di Margot Robbie).

 

E un profluvio di personaggi bizzarri, convenuti per le più varie ragioni in quel posto sperduto, assurdo ma carico di senso. Fra i quali dobbiamo citare almeno due personaggi destinati ad amoreggiare a distanza in modo insieme contorto e toccante, un’attrice bionda e tormentata che evoca Marilyn (Scarlett Johansson) e un fotografo di guerra (il fedele Jason Schwartzman), che allude invece a Robert Capa, di cui è nota una storia segreta con Ingrid Bergman, ma Anderson adora mescolare le carte. Che su questo mondo brulicante e così americano si stagli in extremis l’ombra di Pirandello aggiunge mistero e grandezza. Al siciliano e al texano.

 

AZIONE!
Il suo film più famoso è “La maman et la putain”, 220 minuti in bianco e nero che nel 1973 imposero Jean Eustache, destinato a morire suicida nel 1981. Ma pochi hanno visto il successivo e sempre autobiografico “Mes petites amoureuses”, piccolo, sognante capolavoro sui suoi amori pre-adolescenziali, dal 18 in sala grazie a I Wonder.

 

E STOP
Storie che si slabbrano, conflitti che si trascinano, idee che si attorcigliano, sensazione ricorrente di sazietà. Troppi film in concorso a Venezia duravano più del dovuto, a volte molto di più, critica e pubblico per una volta concordano. Urge premio speciale al montaggio. E tax credit super per chi sta sotto le 2 ore.

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