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Franco Mussida: «Porto in carcere la musica del mondo. È un antidoto contro l'odio»

di Angiola Codacci-Pisanelli   6 settembre 2023

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Franco Mussida

Negli istituti di pena italiani risuonano melodie nate in tutti i Paesi, opera di autori classici o pop. Una sola regola: sono brani strumentali, perché il testo può essere divisivo. La nuova missione del chitarrista in arrivo a Roma per il Poetry Village. Dalla newsletter de L’Espresso sulla galassia culturale araboislamica

Franco Mussida è molto di più che lo storico chitarrista della Premiata Forneria Marconi: è il fondatore di una delle più serie scuole di musica italiane, il Cpm-Centro Professionale Musica di Milano, è autore di saggi di storia e musicologia ed è anche l’ideatore di CO2, iniziativa che porta la musica nelle carceri ì, coinvolgendo i detenuti nella scelta della “colonna sonora” delle loro giornate. L’occasione per parlarne è l’arrivo del musicista al Poetry Village della Garbatella: il 9 settembre l’incontro con Mussida su “Il Pianeta della Musica. Verso un’ecologia del suono” sarà il gran finale della kermesse romana, organizzata da Asia Vaudo per il Festival europeo di poesia ambientale. Una due-giorni (a cui collaborerà anche chi scrive) che metterà in contatto poeti affermati come Antonella Anedda e Franco Arminio con autori in erba, per chiudere con un focus sulla poesia spagnola condotto da Carlo Pulsoni, docente di filologia romanza all’università di Perugia.

 

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Mi ha colpito molto il progetto CO2: ci racconta come è nato e a che punto è ora? E in quali ambiti del carcere viene trasmessa la vostra musica?
«Il progetto CO2 nasce dagli studi fatti sui fenomeni che legano la musica alle emozioni durante un trentennio di ricerche. Ricerche e principi presenti in diversi miei libri tra cui “La Musica Ignorata” (Skira 2013) e “Il Pianeta della Musica” (Salani 2019). Il progetto nasce incrociando la volontà di promuovere iniziative musicali nelle carceri da parte dell’ex presidente Siae Gino Paoli. Oltre che professionalmente, ci eravamo conosciuti nel carcere di Poggioreale di Napoli, dove stava nascendo un laboratorio di pratica Musicale strumentale e corale sul modello di quelli da me iniziati nel 1987 nel carcere di San Vittore, organizzati dal Cpm, i primi dopo la legge Gozzini che consentiva iniziative promosse da associazioni esterne al carcere. Nel 2013 però le carceri erano totalmente cambiate, non solo per la presenza maggioritaria di gente straniera, ma per la proposta di tante attività culturali, anche musicali. Così quando mi si chiese di occuparmene, pensai di coinvolgere tutti, ovvero invitare chi la musica normalmente la ascolta».

 

In carcere c’è la possibilità di ascoltare musica? 
«Radio e televisioni sono presenti nei normali luoghi di detenzione. Ma non esistevano né audioteche né luoghi dedicati all’ascolto. Si sono così immaginati e realizzati dei luoghi franchi in cui poter fare silenzio, per sentirsi intimamente, non più per ascoltare distrattamente canzonette, ma per lasciar parlare il suono degli strumenti. Lasciare a loro, a violini, chitarre, strumenti dell’orchestra classica e moderna, agli strumenti etnici, il compito di riempire di contenuti emotivi di qualità l’anima di quelle persone in pena. Elaborai il progetto, mi circondai di un comitato scientifico (psicologi, sociologi, criminologi, rettori di università e musicisti) che avvalorassero e promuovessero la sperimentazione. Presentato il progetto al Ministero, all’ex viceministro della Giustizia Luigi Pagano che conosco dal 1987 (era il direttore di San Vittore, tutto cominciò con lui ) e alla SIAE che lo aveva chiesto, venne elaborato un software in grado di offrire una precisa modalità di ascolto e di valutazione di migliaia di brani di musica strumentale di tutti i tipi e generi, divisi per stati d’animo: 27 stati d’animo divisi in nove famiglie».

 

E questa quantità di musica come è disponibile?
«L’audioteca consiste in un computer con un database di brani, e di terminali tablet su cui si agisce, si scelgono musiche partendo da una scelta primaria di tipo emotivo cliccando su icone emotive riconoscibili. Le prime carceri coinvolte nel progetto dal 2013 al 2017 furono Rebibbia femminile, Secondigliano, Opera, e il carcere di Monza. Nel 2017 il progetto si allargò a 12 carceri. Le audioteche sono state poi tutte donate ai singoli carceri».

 

E con il covid com’è andata?
«Dopo il covid che bloccò tutto, le attività di “ascolto emotivo consapevole” che stanno alla base del progetto proseguono però nel Carcere di San Vittore dove un gruppo di circa 30 detenuti della Nave (sezione dei tossicodipendenti) guidati da me e dall’equipe della Nave, selezionano brani di musica strumentale per playlist che vengono diffuse in spazi interni al carcere. La diffusione è stata realizzata con il contributo del Carcere di San Vittore, del Cpm e di Slow Music. A San Patrignano c’è invece uno speciale spazio dedicato con un’audioteca CO2. Il progetto coinvolge una dozzina di custodi che svolgono corsi di aggiornamento con me, e gli ospiti della comunità divisi per i vari settori produttivi. Quest’audioteca è in continua evoluzione».

 

Chi ha partecipato alla preparazione delle playlist?
«I brani sono stati selezionati in base ai gusti personali dei donatori. Hanno partecipato alla creazione delle playlist studenti di Musica del Cpm e di istituti collegati, insegnanti di musica, musicisti affermati, giornalisti o semplici ascoltatori. Tra gli amici che hanno contribuito ricordo Claudio Baglioni, Paolo Fresu e Roberto Vecchioni (Massimo Germini il suo chitarrista e Luca Nobis sono stati per anni insegnanti sul campo nella fase sperimentale). Ma anche produttori come Andrea Rodini, jazzisti come Massimo Colombo. Ricordo che nel 2017 per presentare il sito co2musicaincarcere.it andai a Sanremo, incontrai tanti amici musicisti che non si capacitavano di cosa stessi facendo li: ovviamente le battute sulla galera si sprecavano. In realtà ho sempre mantenuto questa attività come qualcosa di privato, di personale rispetto alla mia attività concertistica. Per presentarlo venni ospitato nello spazio della SIAE che ha sostenuto il progetto dall’inizio fino alla sua conclusione».

 

In Italia come altrove molti detenuti sono stranieri, quindi le loro tradizioni arricchiscono l’offerta musicale. Può dirci qualcosa di com’è la musica di altri Stati?
«Nelle audioteche sono presenti tutti i tipi di musica strumentale. La peculiarità di poter arricchire le playlist in continuazione ci ha consentito di inserire nel tempo non solo i brani della tradizione classica, jazzistica, brani della tradizione pop, magari risuonati da gruppi e orchestre, ma anche musica delle tradizioni etniche europee come quella napoletana o irlandese, di etnie medio orientali e balcaniche. Ad oggi specie nelle playlist di San Vittore, proprio per rappresentare l’eterogenea popolazione carceraria, sono presenti musiche provenienti dal Sudamerica, Colombia, Perù, e poi da Egitto, Libia, Turchia e altre».

 

CO2 unisce musica classica e leggera, jazz e pop, senza fare classifiche di dignità. Ma come reagiscono i detenuti all’ascolto dei generi musicali? Ci sono differenze o diffidenze, passioni impreviste o forme di rifiuto?
«L’attitudine a sentire musica strumentale, non solo per il suo prevalente significato verbale, fa si che ci si abitui a tante diverse forme musicali. Ciascun detenuto, facilitato da playlist che offrono i brani non solo per generi, ma per emozioni, ha la possibilità di fare esperienze d’ascolto che lo portano man mano a frequentare altri territori musicali rispetto ai suoi di origine, e a sperimentare e a cercare musica nuova. Ciò emerge anche dai risultati delle ricerche fatte dall’Università di Pavia. Come racconto nei miei scritti, il codice musicale è composto da sei elementi, 5 oggettivi e uno soggettivo. Quello soggettivo siamo noi. È il nostro unico e irripetibile filtro musicale, che coincide perfettamente con le nostre singole propensioni temperamentali. Emotivamente funzioniamo per simpatia: funzioniamo esattamente come il principio musicale che vede vibrare una corda immobile senza che alcuno l’abbia colpita per metterla in movimento. Questa si muove solo grazie al vibrare di quella accanto. Al vibrare delle emozioni degli altri vibriamo noi stessi. È un continuo inconsapevole contaminarsi. Per questo educare al sentire musicale aiuta a conoscerci meglio intimamente. A riconoscere davvero se un certo vibrare emotivo proviene da noi stessi o da altri. Ad esempio la rabbia in carcere, ma non solo, è un fattore fortemente contaminante. La musica in quanto naturale stabilizzatore dell’umore, è un “medicamento” sonoro con alti contenuti di bellezza, che non ha pari per ritrovare una pace, un’armonia necessaria. Vorrei ricordare che CO2  oltre ad essere un elemento a volte molto inquinante, è anche la sigla di “Controllare Odio”. Diffidenze ce ne sono sempre, come forme di rifiuto. In carcere c’è grande sofferenza inespressa, ci si chiude cosi tanto, si sta proni al buio della solitudine, che un singolo raggio di sole può far male, in questo caso può far piangere, ma ben venga se è vero pianto liberatorio. Mi viene in mente una frase di un brano di Gaber che amo “Illogica Allegria”: "E sto bene. Io sto bene come uno quando sogna. Non lo so se mi conviene, Ma sto bene: che vergogna…”».

 

Ho letto che si tratta solo di musica senza parole, perché? Forse perché le parole non sono comprensibili a tutti, mentre la musica non ha bisogno di traduzioni? O, al contrario, perché le parole possono presentare dei rischi?
«Siamo abituati a utilizzare le parole in senso lato. La parola musica, aldilà della sua etimologia che rimanda ad immagini del periodo greco, viene usata, purtroppo, proprio in senso lato. Tutto ciò che contiene suono organizzato dall’uomo viene chiamato musica. Ma la musica è un’arte non verbale. Per questa ragione viene definita “linguaggio universale”. Il linguaggio dei suoni esiste per se stesso. È la sua essenza vibrante primaria che prescinde dalle forme, che provoca l’accendersi di sentimenti e strati d’animo. Malinconia, nostalgia, gioia si trovano in tutte forme musicali. In fondo cerchiamo solo quello. Forme estetiche e generi sono il prodotto dell’assemblaggio oggettivo del suo codice da parte di persone che per cultura e gusto, anche inconsapevolmente (i non musicisti e persone che non ne conoscono i principi teorici) lo usano, lo forgiano, per offrire un prodotto emotivo in modo che ciascuno possa poi decodificarlo in modo soggettivo per il suo proprio piacere. Torno a ribadire che la musica è un’arte non verbale: un’arte che unisce, in quanto tocca in modo diretto il sentire delle persone di ogni paese ed etnia. Il codice verbale suo malgrado divide. La parola va tradotta, adattata, a seconda delle lingue. Oppure va “non compresa”, cioè trattata come suono. È il caso del portato anglosassone che si è fatto largo nel mondo per la sua ritmicità musicale più che per l’elemento significante.  Aver perso il senso del vero ruolo del suono e della musica nella nostra uniformata società occidentale, non riuscire a parlare di differenze tra qualità di suono, mettere astrattamente sullo stesso piano qualitativo esperienziale ciò che si prova sentendo un pianoforte a 220 corde e un campione Midi: di questo e d’altro parlerò nel mio prossimo intervento al Poetry Village di Roma».