Dentro le mura del Vaticano in queste settimane c’è molto fermento. L’agenda di Papa Francesco segna una sorta di calendario civile scandito da nuove nomine dentro la Curia, un viaggio apostolico in Iraq dal 5 all’8 marzo molto complesso, l’emanazione di un “motu proprio” sulla giustizia e, sullo sfondo, l’inchiesta sulla gestione degli affari della Segreteria di Stato e del suo ex Sostituto Angelo Becciu.
Proprio su quest’ultimo, il Papa ha ricevuto molteplici pressioni da interlocutori interni ed esterni alla Curia nel corso delle settimane. Sono in parecchi a chiedere il perdono di Becciu, che si avvia ad andare a processo con molteplici capi di imputazione che vanno dal peculato, l’abuso d’ufficio e di autorità intorno all’affare del palazzo di Sloane Avenue a Londra che ha causato una voragine di oltre 300 milioni di euro nelle casse vaticane.
Oltre alla vicenda dell’immobile londinese, il presule sardo è coinvolto anche nel procedimento riguardante Cecilia Marogna, la consulente per le relazioni esterne e l’intelligence che sarebbe stata incaricata dallo stesso Becciu di curare alcuni dossier di varia e vasta natura e che, secondo i promotori di giustizia vaticani, avrebbe distratto gran parte dei fondi per altre attività.
La vicenda della Marogna, accusata di peculato e appropriazione indebita aggravata, arrestata e rilasciata a Milano e su cui il Vaticano ha preferito non esercitare l’estradizione per consentirle di partecipare al dibattimento in modo paritetico agli altri imputati, è stata al centro di numerosi approfondimenti investigativi che avrebbero fatto emergere altre elargizioni in suo favore. Molti più denari. Infatti secondo gli inquirenti i fondi transitati dai conti della Segreteria di Stato su indicazione di Becciu a quelli della società slovena della Marogna sarebbero ben più alti dei 500 mila euro individuati all’inizio: le movimentazioni complessive senza giustificativi di spesa oscillerebbero intorno ai 2,5 milioni di euro, cinque volte tanto; denari che secondo la consulente sarebbero serviti per gestire trattative per la liberazione di ostaggi in terre difficili come il continente africano, circostanze tuttavia smentite dall’intelligence italiana e da quella francese.
Sempre sul fronte giudiziario, il Tribunale del Vaticano ha ricevuto dalla Svizzera nelle scorse settimane la documentazione bancaria completa riguardante i conti societari di Raffaele Mincione, altro protagonista giudiziario della vicenda. La magistratura elvetica ha respinto infatti il ricorso del finanziere di Pomezia, il 14 dicembre 2020, e ha convalidato anche il sequestro delle somme depositate. Conti correnti bancari come tessere di un mosaico, incredibile per vastità e sfumature, che va a comporre il disegno di una «associazione a delinquere avente per oggetto il drenaggio delle risorse dell’Obolo di San Pietro».
L’abuso di autorità, il peculato, la corruzione, il riciclaggio di denaro, l’autoriciclaggio e l’impiego di proventi di attività criminose formano la rosa delle accuse che i promotori di giustizia vaticani muovono a vario titolo ai tanti indagati, uniti da un sodalizio «originalissimo» per composizione, modalità operative e capacità di movimento su vari scenari economici.
Non è, questa, l’unica cattiva notizia per Mincione. A fine gennaio Gianluigi Torzi, protagonista dell’ultima fase dell’acquisizione del palazzo di Sloane Avenue, arrestato dalla Gendarmeria e rimesso in libertà, è stato condannato dall’Alta Corte Britannica al pagamento di 10 milioni di sterline alla compagnia assicurativa italiana Net Insurance che ha contestato l’appropriazione indebita di quote azionarie per 26 milioni di euro.
Questa sentenza risulta particolarmente importante anche per la magistratura vaticana ed è strettamente connessa al rapporto tra Mincione e Torzi, sempre negato dai due. Infatti Torzi, secondo la sentenza, ha utilizzato le quote di Net Insurance con la sua società Sunset Financial Ltd, sede a Malta, per rifornire una linea di credito alla società Pop 12 di Mincione, con sede in Lussemburgo, che ha utilizzato questi fondi - dati in prestito da Torzi - per la scalata nel 2018 a Banca Carige.
Oltre alla Sunset ltd è stata coinvolta in questa operazione un’altra società di Torzi con sede in Lussemburgo: la Global Prime Partners, che emerge anche nelle carte degli inquirenti svizzeri in operazioni sempre connesse al finanziere di Pomezia. La società Pop 12, a causa di una perdita di oltre 15 milioni di euro, dovuta al crollo del valore complessivo di Banca Carige, non ha mai potuto ripianare la propria linea creditizia con Torzi e, di conseguenza, con la Net Insurance. Da una analisi dei conti trasmessi in Vaticano proprio dalle autorità federali svizzere, si evince come lo stesso Torzi cercò di aiutare Mincione con i proventi delle quote della vendita del palazzo di Londra, effettuato con Gutt SA, per ripianare il debito nei suoi confronti, così da restituire le obbligazioni all’assicurazione italiana. Emergono, inoltre, altri numerosi investimenti che le società di Torzi hanno operato con Mincione, tra cui il riacquisto e la ricapitalizzazione di numerosi crediti del settore sanitario rilevati dalla Sunset di Mincione.
Un’enorme partita di giro, realizzata con la complicità di Fabrizio Tirabassi, che assicurò al nuovo Sostituto alla segreteria di Stato, Monsignor Edgar Peña Parra, nel frattempo subentrato a Becciu, che tra il broker molisano e il finanziere di Pomezia non vi erano rapporti aziendali - circostanza che avrebbe indotto in errore l’arcivescovo venezuelano. La sentenza londinese, sommata agli altri eventi riscontrati durante le indagini, conferma dunque lo strettissimo rapporto tra Mincione e Torzi, malgrado i loro tentativi di negarlo.
Altre notizie arrivano dall’estero: nei giorni scorsi gli inquirenti della confederazione elvetica hanno confermato l’esistenza di un’inchiesta sul fondo Centurion di Enrico Crasso con base amministrativa e fiscale a Malta, esattamente al 259 di St Paul Street a La Valletta. Crasso, gestore delle finanze vaticane con la società Sogenel, aveva fatto planare su Centurion 70 milioni di euro della Santa Sede, per investimenti in settori speculativi come le acque minerali, gli occhiali, i film, investimenti fatti in società dove lo stesso Crasso era consigliere di amministrazione o socio, configurando, secondo le carte dell’inchiesta, «un palese conflitto di interesse».
I magistrati svizzeri stanno setacciando i rapporti tra Crasso ed una serie di operatori finanziari con i quali ha intrattenuto rapporti abituali e consolidati. Indagini portate avanti parallelamente anche dalla Finma (l’autorità svizzera sui mercati finanziari) che già da tempo aveva ricevuto segnalazioni e indaga intorno ai movimenti anche di Valeur Capital amministrata da Lorenzo Vangelisti.
Al momento, per le autorità federali elvetiche risultano indagate almeno altre cinque persone di cui non è stata rivelata l’identità. In Vaticano Crasso, inoltre, in queste settimane è stato protagonista di vari interrogatori, in cui avrebbe fornito versioni discordanti rispetto a quanto dichiarato in precedenza. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti della Santa Sede, c’è l’idea che l’enorme mole di movimenti speculativi e di risorse sottratte nell’arco del tempo, potesse servire non solo per gli accaparramenti personali, le elargizioni di consulenze fuori mercato, ma fosse motivata soprattutto dalla necessità di fare presto per attuare gli investimenti.
L’imminente riforma delle finanze vaticane avrebbe infatti, in poco tempo, centralizzato i centri di spesa e i conti, sottraendo la gestione autonoma della cassa della Segreteria di Stato e la gestione dell’Obolo di San Pietro, ponendo insomma fine al sistema.
Secondo indiscrezioni, questa ipotesi si sarebbe fatta largo analizzando la miriade di ramificazioni economiche, nonché l’atteggiamento di estrema reticenza di gran parte degli imputati, che, come Fabrizio Tirabassi, membro della segreteria di Becciu, non hanno mai collaborato attivamente con la giustizia vaticana nonostante le prove, i sequestri dei conti correnti in Italia e Svizzera, di contanti e addirittura di monete d’argento, avvenuti nell’abitazione del collaboratore del Sostituto, nel mese di novembre dello scorso anno. Tirabassi, che fu nominato in quota Segreteria di Stato nella Gutt SA di Torzi, oltre alle due memorie difensive depositate all’inizio della vicenda non ha mai collaborato con gli inquirenti vaticani, come anche monsignor Mauro Carlino, altro membro della segreteria di Becciu, nonostante il suo ruolo appaia chiaro e attivo in molti ambiti dell’inchiesta. Un atteggiamento di protezione nei confronti dell’ex Sostituto Becciu, descritto nelle deposizioni dei suoi fedelissimi come completamente all’oscuro degli affari della Segreteria di Stato, degli incontri che avvenivano e della movimentazione dei fondi.
Circostanze di estraneità smentite nel corso di questi mesi che invece restituiscono la figura di un Becciu presente, attivo e centrale nella gestione di ogni singolo aspetto dei suoi uffici. Un muro di silenzi ed omissioni che, inesorabilmente, è crollato.