Si chiama Maximilien Arvelaiz, ed è l'ultima carta rimasta a Maduro per cercare di ricucire i rapporti con Obama e provare a salvare la rivoluzione di Chavez, ridotta in macerie dalla crisi economica. E dalla sua parte ci sono Sean Penn, Oliver Stone e Spike Lee

Nicolàs Maduro
E' un ragazzino dall'accento francese la carta segreta di Maduro per salvarsi la pelle. Obama, in silenzio, tende la mano al governo venezuelano che affoga. E accetta le credenziali diplomatiche di Maximilien Arvelaiz, 40 anni, l'inviato speciale di Caracas spedito a Washington a salvare quel che resta della Revolución di Hugo Chávez che nel dicembre del 2010 azzerò le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti dichiarando “persona non gradita” l'ambasciatore designato, Larry Palmer, prima che mettesse piede in Venezuela.

Innamorato dei film di Nanni Moretti e delle "Macine" del Mulino Bianco inzuppate nel tè, cresciuto a Parigi con studi a Londra, Maximilien, mamma venezuelana e una arrotatissima "erre" francese sopravvissuta alla lunga immersione caraibica, era il pupillo di Chávez. L'ex presidente lo chiamava "el chamito", il ragazzino. Fu lui a volerlo quattordici anni fa come consigliere presidenziale a Caracas per poi a spedirlo come ambasciatore in Brasile a stringere con il governo del Partito dei lavoratori (Pt), e con la sua cerchia di imprese amiche, rapporti più intensi e patti più vincolanti. Missione compiuta. Non solo molte delle grandi opere venezuelane sono ormai affidate per circa 20mila milioni di dollari di investimenti a grandi imprese brasiliane (Andrade Gutierrez, Consilux, Queiroz Galvão sono solo alcune) finanziate dal Bndes, la banca pubblica di sviluppo del Brasile. Ma l'asse con il partito di Lula e Dilma, al potere dal 2003, si è rivelato essenziale perché ad ogni crisi politica venezuelana arrivasse puntuale l'appoggio salvifico degli organismi multilaterali latinoamericani, dalla Organizzazione degli Stati americani (Oea) all'Unasur.
Maximilien Arvelaiz

Il placet della Casa Bianca ad Arvelaiz cancella di fatto il rifiuto sdegnato di riannodare le relazioni diplomatiche con Caracas, pronunciato con enfasi ad aprile davanti al Congresso statunitense da Roberta Jacobson, per conto del del Dipartimento di Stato. Il governo americano ha accolto a Washington con grande cura l'ex ambasciatore venezuelano in Brasile, il più morbido e il più politicamente dialogante tra i chavisti possibili. In agenda c'è già un incontro con la Jacobson e uno con Obama in data da definire. "Questa amministrazione è sempre molto disponibile e ben disposta al dialogo" dice Maximilien Arvelaiz all'Espresso.

"Il nostro problema non è Obama, ma il Congresso. Non sarà una passeggiata, ma migliorare i rapporti con gli Stati Uniti è necessario". E' stato il Congresso, infatti, a mettersi di traverso quando Maduro, il 25 febbraio, nel bel mezzo delle proteste contro il suo governo che hanno contato più di quaranta morti in tre mesi, ha proposto Arvelaiz come ambasciatore.

La richiesta di accettare le sue credenziali, ignorata, è stata avanzata di nuovo un mese più tardi attraverso il "New York Times". Niente da fare. "Non autorizzeremo l'ingresso dell'ambasciatore negli Stati Uniti - ha dichiarato a quel punto Roberta Jacobson alla Camera dei rappresentanti - perché l'iniziativa venezuelana deve concentrarsi nel dialogo interno, non nella nostra relazione bilaterale". Tradotto: Maduro deve occuparsi di costruire ponti con la sua opposizione, non con noi. Invece nemmeno tre mesi dopo Arvelaiz è stato accettato nelle vesti più discrete dell'incaricato d'affari, benché si tratti chiaramente del capo della rappresentanza diplomatica a Washington e agisca con pieno mandato per nome e per conto del presidente Maduro. Il basso profilo consente agli Stati Uniti di non nominare a loro volta un ambasciatore a Caracas, ma piuttosto un meno ingombrante incaricato d'affari che il segretario di Stato John Kerry, definito recentemente "un assassino" dal ministro degli esteri venezuelano Elias Jaua , ha già scelto: il fidatissimo Lee McClenny.
Scheda
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Anche questa volta è stato Lula a brigare in favore di Caracas. L'ex presidente del Brasile, e ancora leader indiscusso del Pt, si è preso tanto a cuore il figlioccio speditogli da Chávez, al punto di occuparsi personalmente di organizzare una cena di saluto in suo onore a San Paolo, con tutti i ministri e gli imprenditori che contano, quando "el chamito" ha lasciato Brasilia e si è fatto carico di ammorbidire la rappresentanza statunitense in Brasile perché il suo protetto fosse accreditato a Washington. "Un grande aiuto è stato Thomas Shannon", dice Arvelaiz. Shannon, consigliere speciale di John Kerry è stato fino al settembre del 2013 l'ambasciatore americano a Brasilia. E' con la sua raccomandazione che Maximilien è arrivato negli Stati uniti, dove la strada gli era stata già spianata dalla diplomazia informale di Hollywood, il giro ristretto, ma prezioso, delle star americane amiche di Chavez, coccolate a Caracas e molto utili come ambasciatori di lusso all'estero.
Sean Penn e Hugo Chavez in una foto del 2008

"Sean Penn e Oliver Stone sono le mie carte migliori qui" ammette Arvelaiz. "Oliver Stone è una nostro tesoro da sempre e Sean Penn è entusiasta da quando ha visto con i suoi occhi quello che ha fatto di concreto la solidarietà venezuelana ad Haiti". Per non parlare di Spike Lee, stregato dal fascino discreto del francesino della Rivoluzione al punto da farsi accompagnare da lui a Salvador de Bahia per un lungo soggiorno di studio nell'angolo più africano d'America.

Appassionato in realtà di rock e di cinema, ma scaraventato ormai in una carriera fulminante nella tumultuosa politica chavista, Arvelaiz indica come obiettivo prioritario "riuscire ad abbassare i toni, depoliticizzare il folle ideologismo che avvelena ogni relazione tra il Venezuela e gli States". "Da quattro anni la relazione con Washington è stata abbandonata da Caracas - dice - e quello spazio, prezioso, è stato occupato dall'estrema destra venezuelana. Il mio compito è recuperare quel terreno per costruirci dentro un'alleanza indispensabile". Non sarà semplice. Anche perché Arvelaiz non ha solo amici nel govero Maduro. E' amato dagli alti militari del circolo ristretto della Guardia presidencial, che lo vedono ancora circonfuso dell'affetto del lìder maximo defunto.

Ma è considerato non abbastanza comunista, anzi "un pericoloso riformista", dall'ala ululante del chavismo duro e puro. Il ministro Giordani per esempio, uno della vecchia guardia, estromesso dal governo a giugno per divergenze sulla politica economica (che fa acqua da tutte le parti e non certo per colpa del povero Giordani, che si accollava l'onere di fare il ministro della pianificazione in una surreale economia socialista nel Paese più consumista dell'America latina) ha pubblicamente denunciato in una lunga lettera le troppe influenze esercitate su Maduro "dai consiglieri francesi". Che tutti sanno a Caracas essere solo due: Maximilien Arvelaiz e il suo amico Tamir Porras, eterno giovane candidato al ministero degli esteri.
[[ge:espressoarticle:eol2:2204201:1.53036:article:https://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2013/04/05/news/il-film-su-chavez-anteprima-1.53036]]
I consiglieri francesi hanno sempre raccomandato di migliorare i rapporti politici con Washington. Da quando vinse le elezioni per la prima volta nel 1998, i momenti di serenità nelle relazioni bilaterali sono dipesi puntualmente da congiunture in cui, per ragioni tattiche, conveniva ad entrambi i governi non aggredirsi. Mai sono stati il frutto di una scelta diplomatica strategica. Dopo la vittoria risicata di Maduro ad aprile 2013, con un vantaggio di appena 280mila voti, sarebbe convenuto ai chavisti non cercare guai con Washington, per non offrire argomenti di polemica all’opposizione già sul piede di guerra. Tanto intenzionato era il governo di Caracas a mantenere una posizione soft, da aver incaricato Roy Chaderton, rappresentante davanti alla Oea, fine diplomatico, vecchio amico di Chávez e di Fidel Castro, di facilitare il dialogo.

Poi però, l’urgenza dettata dalla crisi economica (inflazione al 50%, indebitamento con la Cina che succhia i profitti del petrolio e mercato nero impazzito) hanno convinto Maduro della necessità di gesti plateali di propaganda antiamericana. Il petrolio, in questa commedia delle parti, ha un ruolo fondamentale. Il Venezuela, che sul greggio galleggia, importa 100 mila barili di benzina e 100mila di gasolio al giorno. Il petrolio venezuelano è tanto, ma è pesante, è sporco e va lavorato. Pdvsa, l'impresa pubblica del settore, ha perduto la sua capacità di raffinazione e compra dagli Stati Uniti parte della benzina che consuma.

Dopo che Edward Alex Lee, il sottosegretario di stato per l’America latina dell’amministrazione Obama, aveva convocato Roy Chardeton, per chiedere di rinunciare all’arresto del leader più popolare della destra venezuelana, Leopoldo López, attualmente in galera, Maduro ha ordinato l’espulsione di tre funzionari consolari dall’ambasciata degli Stati Uniti, gli unici rimasti. Già era stata buttata fuori l’incaricata di affari Kelly Keiderling e altri due dirigenti. Nel grande palazzone color melanzana della rappresentanza statunitense a Caracas sono rimasti solo la bandiera a stelle e strisce e due giardinieri. Lunedì arriverà invece Lee McClenny , l'incaricato d'affari che farà le veci dell'ambasciatore. Sarà lui a dover raccogliere gli s.o.s. della Rivoluzione agli sgoccioli.

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