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Perché Obama farà l’accordo con l’Iran

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Ha contro una forte lobby di senatori. E anche, naturalmente, Israele. Ma vuole gli ayatollah ?al suo fianco per la lotta contro lo Stato Islamico

La sensazione che si percepisce negli ambienti dell’establishment statunitense è che Barack Obama voglia chiudere uno dei capitoli più caldi della politica estera, aperto da 35 anni: quello dell’Iran. Un capitolo fatto di ondate di sanzioni stratificatesi nel tempo, del ripetuto inserimento dell’Iran nella lista dei Paesi più pericolosi per il sostegno al terrorismo, dell’isolamento del Paese sul piano internazionale, e (in altri tempi) del sostegno garantito a chiunque fosse disponibile ad attaccare l’Iran. Un’offensiva su più fronti che l’Iran ha sempre respinto, e a cui la sua popolazione ha pagato un prezzo altissimo: quasi otto anni di guerra contro l’Iraq, mancato sviluppo economico, rafforzamento della dittatura che grazie all’isolamento ha potuto gestire indisturbata qualunque tipo di repressione brutale.

Oltre a resistere, Teheran ha sempre rilanciato, fino a portare avanti un piano di sviluppo nucleare formalmente volto all’impiego per scopi civili. Tuttavia, la pervicace volontà di Teheran di arricchire in proprio l’uranio sembra certificare che il Paese voglia andare ben oltre il nucleare civile, giustificando le peggiori paure. Occorre un uranio arricchito a poco meno del 4 per cento per ottenere un combustibile nucleare e a quasi il 20 per una bomba “sporca” (a bassa gradazione); per una vera arma atomica l’arricchimento deve superare l’85 per cento.

Il processo è difficile, non impossibile. Per Israele e molti esperti sarebbe ormai prossimo. Altri invece ritengono che siano necessari ancora anni. Per ora, sembrano aver avuto ragione i secondi, poiché gli allarmi israeliani degli anni passati non si sono materializzati. Ma nessuno sa davvero quale sia la contabilità corretta, perché l’Iran ha saputo coprire le carte e prendere tempo con il tira e molla su negoziati e ispezioni.

Così, la linea pragmatica che sta portando avanti Obama è questa: quasi 40 anni di sanzioni e isolamento non sono serviti a niente, se non a rendere l’Iran un nemico incontrollabile. Proviamo a portarlo allo scoperto, trovando un compromesso che consenta al Paese di avere il nucleare civile rinunciando all’atomica in cambio del rientro a pieno titolo nella comunità internazionale. A quel punto, sarà forse possibile cercare alleanze con Teheran nella lotta al terrorismo islamico che - da al Qaeda all’Is - è di marca sunnita, e quindi ostile all’Iran sciita. In fondo, su questo punto vitale i nostri obiettivi sono gli stessi, il problema è che li stiamo perseguendo restando su fronti separati. Se poi l’Iran continuasse fare il doppio gioco e si dotasse di un’arma atomica, rivelerebbe il suo vero volto: a quel punto avremmo la legittimità per attaccarlo, perché non è certo la disponibilità di qualche testata nucleare che può cambiare i rapporti di forza. Inoltre, la storia dimostra che l’Iran non ha mai aggredito nessuno. Giusto o sbagliato che sia, questo ragionamento ha dilaniato l’opinione pubblica e l’establishment israeliano, e sta scatenando una delle più violente e destabilizzanti campagne interne della storia americana.

Il 3 marzo il premier israeliano Netanyahu ha tenuto un veemente discorso anti-Iran e anti amministrazione Obama di fronte al Congresso Usa, dove era stato invitato dalla maggioranza repubblicana contro il parere del governo in carica. Il 9 marzo, 47 senatori repubblicani hanno compiuto un atto senza precedenti, indirizzando una lettera ai leader iraniani in cui li invitano a non dare alcun valore a un accordo sottoscritto con Obama, che potrebbe essere cancellato “con un colpo di penna” da un futuro presidente repubblicano. Un atto di una violenza inaudita che mina la credibilità delle istituzioni statunitensi, tanto da aver fatto irritare i repubblicani moderati e lo stesso Jeb Bush, probabile candidato del partito alle prossime presidenziali.

Dopo la lettera dei 47, la tensione interna sembra fuori controllo, soprattutto per le scadenze impellenti che gravano sulla questione iraniana. Il 31 marzo scade il termine che l’Iran e le potenze negoziatrici (Usa, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) si sono date per arrivare a un accordo sulla base del principio “no atomica iraniana, sì revoca delle sanzioni”. Un accordo che si potrebbe trovare se l’Iran rinunciasse ad arricchire in proprio l’uranio. Se una simile intesa si raggiungesse, i dettagli tecnici per realizzarla dovrebbero essere definiti entro luglio, lasciando alcuni mesi a disposizione di chi volesse far deragliare tutto. E a molti congressmen statunitensi, qualunque arma sembra lecita per farlo.

Leonardo_Maugeri@hks.harvard.edu

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