Il canto del muezzin rende surreale l'atmosfera a Sultanahmet, il centro nevraligico del turismo a Istanbul. La chiamata alla preghiera risuona tra le stradine deserte, solitamente popolate da migliaia di turisti, che circondano la piazza tra la chiesa di Santa Sofia e la Moschea Blu, completamente transennata dalla polizia, intorno al luogo dell'attentato solo giornalisti turchi, gli inviati dei media internazionali e qualche curioso.
"Abbiamo sentito un boato fortissimo e ci siamo subito rifugiati all'interno del negozio fino all'arrivo della polizia" racconta Ayhan, un cameriere sulla cinquantina che da sei anni lavora in un ristorante che dà proprio su piazza Sultanahmet: "Quando siamo usciti abbiamo visto i corpi martoriati dall'esplosione, la polizia ha immediatamente circondato l'area, le corse del tram sono state sospese, tutti scappavano, è stato per ore un via-vai continuo di ambulanze".
Poco più in là, dietro le camionette, il luogo dell'attentato che ha ucciso sul colpo 10 persone. Nabil Fadli, un membro dello Stato islamico, secondo quanto ha dichiarato il premier turco Ahmet Davutoglu, si è fatto esplodere vicino a una comitiva di turisti nei pressi dell'imponente obelisco di Teodosio nella piazza che ospitava l'ippodromo di Costantinopoli, uccidendo sul colpo dieci persone, per la maggior parte tedeschi e ferendone gravemente undici. Due di loro, marito e moglie, ora lottano tra la vita e la morte nell'ospedale di Haseki a una manciata di metri da piazza Sultanahmet.
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Fadli, il kamikaze, è un cittadino siriano di 28 anni nato in Arabia Saudita, ha spiegato il vice premier Numan Kurtlumus. Informazioni confermate anche dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan in una diretta televisiva dove ha promesso tolleranza zero contro qualsiasi gruppo terroristico. "Nessun paese al mondo combatte contro l'Isis con la determinazione della Turchia", ha aggiunto Erdogan.
Per Ankara, però, più preoccupata dal regime di Assad e i ribelli curdo-siriani delle Ypg, la lotta allo stato islamico in Siria non è mai stata una priorità, e fino a quest'estate non ha partecipato alle operazioni militari contro l'Isis ne' tantomeno concesso agli Stati Uniti di usare la strategica base Nato di Incirlik per bombardare i fedeli del califfo al-Baghdadi. Una presa di posizione tardiva che ha permesso ai jihadisti di entrare in territorio turco passando per il poroso confine siriano e rafforzarsi a tal punto da essere in grado di colpire punti nevralgici del Paese.
Sono migliaia i militanti sia turchi che stranieri attivi in Turchia, confermano da mesi le inchieste dei media internazionali e i rapporti dell'intelligence. Sono i giovani dei quartieri conservatori più poveri il target del gruppo jihadista che attraverso una rete di reclutamento capillare e siti di propaganda online è riuscito negli ultimi anni a fare molti adepti.
Tra le bancarelle, i negozietti e ristoranti di ogni tipo David, un giovane olandese di 22 anni, è tra i pochi curiosi che ha avuto il coraggio di tornare a Sultanahmet: "Non ho paura, sono passate diverse ore dall'attentato e volevo vedere qual era la situazione, comunque ripartirò questa sera", spiega il ragazzo che nel momento dell'attentato si trovava a Taksim, il quartiere del divertimento, a più di dieci chilometri da Sultanahmet: "L'espolosione si è sentita fortissima anche là e ha fatto tremare il pavimento del locale dove mi trovavo".
Ma per le strade della megalopoli sul Bosforo, capitale economica e culturale della Turchia, si respira un atmosfera di paura e grande tensione. "Ho sentito un'altra esplosione vicino al palazzo di Giustizia di Caglayan – racconta con ansia Ahmet, un giovane tassista con un forte accento dell'Est, mentre sfreccia rapido nel traffico di Istanbul – gli avvocati si sono gettati a terra e l'edificio è stato evaquato". Un falso allarme, non si trattava di un nuovo attacco, riportano i media turchi in serata, ma dopo l'attentato di Sultanahmet basta poco a far scattare l'allarme.
L'attentato di martedì è il più violento che ha colpito Istanbul negli ultimi anni, ma non è il primo. "Stavo lavorando anche l'anno scorso quando una militante dello Stato islamico si è fatta esplodere uccidendo un poliziotto poco lontano dal luogo dell'attentato di oggi" ricorda Ayhan: "I media internazionali hanno dato meno risalto alla notizia rispetto a oggi, ma da allora noi commercianti abbiamo un occhio di riguardo per la sicurezza, controlliamo le borse lasciate incustodite, stiamo sempre in guardia, evidentemente non è stato sufficiente".
Da allora una lunga serie di attentati ha ucciso più di 150 persone in Turchia. A fine luglio un kamikaze dell'Isis si è fatto esplodere nel centro culturale di Suruc, sul confine tra Turchia e Siria uccidendo 34 giovani attivisti turchi e curdi, che volevano varcare la frontiera per partecipare alla ricostruzione della città curda di Kobane strappata dai ribelli curdo-siriani delle Ypg allo Stato islamico. E a ottobre nella capitale Ankara si è consumata una nuova strage. Più di 100 persone, che manifestavano per chiedere il ritorno al negoziato tra esercito e guerriglieri autonomisti curdi del Pkk, sono rimaste uccise in un attentato sempre attribuito allo stato islamico. Una lunga scia di sangue che il governo turco non è riuscito a bloccare.
Secondo Ayhan l'obiettivo erano i turisti stranieri: "Nei prossimi mesi in migliaia cancelleranno le prenotazioni, per noi commercianti di Sultanahmet sarà un periodo difficilissimo, ma ora bisogna pensare alle vittime - spiega con gli occhi lucidi - Pensa, che c'è anche un peruviano tra le vittime, è arrivato da così lontano, in vacanza ed è morto qui, attaccato per ragioni di cui magari non era neanche a conoscenza. E' terribile."