
Rifiuta il podio incandescente delle polemiche, gli scontri frontali e si affida alla filosofia del sentimento più nobile. «Mio padre lo chiamava l’estremismo dell’amore, l’unica risposta possibile agli estremismi dell’odio. Dio ci ha creati per seguire la nostra vocazione morale più alta, non per cedere gli istinti animaleschi».
Oggi più che mai, gli Stati Uniti hanno bisogno di ritrovare la voce del profeta della nonviolenza. Il 18 gennaio si celebra il trentesimo King’s Day, la festa nazionale che ogni terzo lunedì di gennaio ricorda la nascita di Martin Luther King. Una ricorrenza istituzionalizzata nel 1986 dal presidente Reagan, dopo anni di battaglie della vedova Coretta. Solo nel 2000 tutti e cinquanta gli Stati hanno finalmente riconosciuto la data come festa nazionale.
«II miglior modo di onorare la sua memoria», racconta Bernice in questa intervista a “l’Espresso”, «è quello di praticare la metodologia della non violenza. Bisogna istituzionalizzarla all’interno della nostra società».
Non alza i toni e non fa nomi, ma le sue parole sembrano essere una diretta risposta alle dichiarazioni incendiarie del candidato repubblicano Trump su minoranze e immigrazione. Soprattutto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di San Bernardino.
«Non possiamo pensare a una realtà giusta e pacificata, se alimentiamo odio e violenza. Era questo che, in fondo, mio padre cercava di comunicare. Non solo all’America, ma a tutto il mondo. La sfida è quella di ritrovare il cuore pulsante di questa nazione, la sua indole generosa e aperta, vivere pacificamente. Questo non vuol dire che non emergano differenze, anzi. Quel che conta, invece, è il modo in cui le affrontiamo».
La più piccola dei quattro figli del reverendo oggi è la presidentessa del “Martin Luther King, Jr. Center for Nonviolent Social Change”, la fondazione ufficiale. Quando nel 1968 fu ammazzato a Memphis, lei stava dormendo. Il mattino al risveglio, la madre le disse che avrebbe rivisto il papà nel giorno del suo funerale. Aveva da poco festeggiato il quinto compleanno. Venti anni dopo, Bernice teneva il suo primo sermone, sul pulpito della storica Ebenezer Baptist Church di Atlanta, appartenuto al nonno e al padre.
Quella che ricopre è una posizione non facile, soprattutto a causa delle diatribe legali che dilaniano la famiglia per l’eredità intellettuale e materiale. Ultima quella legata alla Bibbia da viaggio di King (su cui il presidente Obama giurò al suo secondo insediamento nel 2013) e alla medaglia del Premio Nobel per la Pace del 1964. Lei si è sempre opposta alla vendita di questi “oggetti sacri”, al contrario dei fratelli Dexter e Martin Luther III. L’America ha seguito e criticato le vicende dei King, ritenendole non in linea con il messaggio di pace di Martin. Bernice è comunque riconosciuta come la rappresentante ufficiale, una delle voci più autorevoli dell’attivismo afroamericano.
In un contesto fortemente polarizzato, è consapevole che le sue risposte possano sembrare quanto meno utopiche: «Io, e tanti altri come me, vogliamo essere dei “dispensatori” d’amore. È l’unico modo per cambiare le cose. So benissimo che stiamo vivendo un momento di grave crisi e capisco quanto sia difficile concepire l’amore come unica soluzione a questi mali. Eppure pensate a quello che ha conquistato mio padre in dodici anni di attività. La sua unica arma è stata l’amore verso il prossimo. Certo, ha pagato un prezzo molto alto; ma quel che conta è il risultato storico».
È certamente grazie a King che gli Stati Uniti hanno potuto eleggere nel 2008 il primo presidente nero. Eppure l’era Obama non ha archiviato il razzismo subdolo che ancora lacera questa nazione. «La sua elezione ha reso più visibili le ferite che ci portavamo dietro da tempo. Per troppi anni non abbiamo voluto affrontare queste questioni. Obama, invece, ha avuto il merito di avviare una discussione onesta e sincera, permettendo alla nostra società di confrontarsi con il problema della discriminazione, interrogandosi sugli strumenti per superarla».
Il gap tra bianchi e neri resta un solco profondo, in campo sociale, culturale, giudiziario e ovviamente economico.
Tutto ciò è emerso drammaticamente durante le rivolte scoppiate in numerose città, a seguito delle morti di afroamericani disarmati uccisi dalla polizia: «Il movimento “Black lives matter” è riuscito a imporre il tema della disparità e della marginalizzazione dei gruppi minoritari. Il problema complessivo non può essere affrontato concentrandosi sui singoli casi. La questione è più ampia: dobbiamo operare sul sistema, cambiando la struttura sociale che crea disuguaglianza».
La città in cui è nata e in cui tuttora vive, ne è un esempio. Atlanta, la “capitale” del Sud, racconta efficacemente i nodi irrisolti di questa nazione. L’ottava economia americana, luogo sacro del Movimento per i diritti civili, continua a essere una delle aree con maggiore iniquità. Ed è sempre tra le strade di Atlanta che Bernice si trova ad affrontare un’altra questione aperta, quella legata alla diffusione massiccia di armi. In Georgia, infatti, i cittadini possono frequentare locali pubblici con pistola alla cintola, perché lo Stato ha adottato una delle leggi più permissive, in un Paese che registra ormai un’arma pro-capite. Oltre 300 milioni sul suolo nazionale.«La mia posizione è molto chiara. La violenza non è mai una risposta. Sono nata in una famiglia che non credeva nell’utilizzo delle armi. Nessuno di noi avrebbe mai voluto sporcarsi le mani con il sangue di un’altra vita. Ecco perché al King’s Center abbiamo creato il programma educativo “Non violence 365”. Papà diceva che la nonviolenza deve essere uno stile di vita quotidiano, non uno slogan da esibire durante una manifestazione».
Questione razziale, immigrazione, armi e ineguaglianza sociale saranno tutti temi cruciali su cui si giocherà la corsa alla Casa Bianca. La King preferisce non esporsi ancora in maniera diretta sulla scelta dei candidati, anche se le sue parole lasciano pochi dubbi: Hillary Clinton è popolarissima tra i neri: «Non posso parlare per tutta la comunità afroamericana. Non so se voterà compatta come accadde per Obama. È fondamentale, però, che tutti gli americani riflettano bene prima di scegliere chi li rappresenterà per i prossimi anni. Dovremo interrogarci su chi sarà capace di sanare le disparità di questa nazione, creando una società più giusta».
A prescindere da chi sarà il futuro presidente, la reverenda King promette di tenere alta la sua voce, per rappresentare - come fecero i genitori - quella fascia di popolazione contraria a soluzioni estremiste; che non si riconosce in chi vuole costruire muri alle frontiere, che vuole vietare l’accesso ai musulmani trattati indistintamente come terroristi, che vorrebbe chiudere le porte ai rifugiati; che individua nel possesso delle armi la soluzione alle sparatorie di massa e non il problema. «Abbiamo bisogno di persone che non abbiano paura, di gente pronta al sacrificio, a pagare il prezzo. Essere contrari alla violenza significa afferrarne le origini più profonde. Vi faccio un esempio.
Una volta un signore si avvicinò a mio padre e gli chiese se lui fosse il famoso Martin Luther King. A risposta affermativa, lo insultò violentemente. Lui, invece di rispondere con lo stesso tono, si chiese semplicemente cosa ci fosse dietro quella rabbia, se questa persona stesse bene o meno, quale fosse la sua storia, quali problematiche nascondesse. Sapeva che dietro certi gesti, si nascondono vite difficili. Questo era mio padre».