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Boom di armi italiane: oltre 5 miliardi nel ‘22. Primo cliente la Turchia. Il ritorno dei sauditi

Tutti i numeri del giro di affari (in forte crescita per la guerra) del materiale bellico “Made in Italy”: più 13 per cento di esportazioni, ma crescono anche le importazioni fuori dall’Ue e le intermediazioni. Ripartono le commesse in Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il caso Qatar. E quegli acquisti di Kiev

di Carlo Tecce   2 maggio 2023

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Il mercato delle armi oggi è come gli ombrelloni a Ferragosto. Ha superato la pandemia. Ha sfruttato la guerra in Ucraina. Ha preso il controllo della geopolitica. Lo scorso anno l’Autorità competente (Uama) insediata presso il ministero degli Esteri ha registrato esportazioni di materiale bellico, made in Italy per dirla col governo, per circa 5,3 miliardi di euro, dunque più 13,47 per cento rispetto ai 4,6 miliardi del 2021. Anche le importazioni da paesi non europei sono in costante aumento: 727 milioni nel 2022 contro i 678 milioni nel 2021, un salto nel triennio del 238 per cento.

Nella relazione annuale del governo al Parlamento, documento che l’Espresso ha consultato in anteprima, si palesano gli effetti della guerra in Ucraina. Per chi fabbrica armi, com’è ovvio, si sta per aprire una stagione ricca. Lo si riscontra nella caterva di «licenze globali di progetto» che crescono di numero e di valore. E di conseguenza, in un mercato in fermento, che triangola, che si espande, si accentuano le intermediazioni di vario tipo: 319 per 396 milioni di euro, più 337 per cento.

Quest’anno il primo cliente è la Turchia con 589 milioni di euro di acquisti, al secondo posto gli Stati Uniti, al terzo la Germania, quarto il Qatar, quinto a “sorpresa” Singapore con 177 milioni di euro relativi alle prime consegne di velivoli di addestramento di Leonardo.

Il Qatar ha pianificato spese a lungo termine e dunque oscilla ai vertici della classifica, ma rimane affezionato compratore: 255,7 milioni nel 2022, nel complesso 7,5 miliardi di euro in 6 anni. La flotta navale dei qatarioti, che ricambiano col metano, praticamente è Made in Italy. I diritti civili no. Non ci assomigliano nemmeno.

Il governo di Roma – nel 2022 per quasi 11 mesi c’era Mario Draghi – ha superato la ritrosia nei confronti dell’Arabia Saudita dopo l’omicidio di Stato del giornalista dissidente Jamal Khashoggi e soprattutto il coinvolgimento del regime monarchico nella guerra dello Yemen.

Nel 2021 il governo gialloverde di Giuseppe Conte revocò le autorizzazioni concesse tra il 2016 e il 2018 alla società Rwm del gruppo tedesco Rheinmentall, che ha un grosso sito di produzione in Sardegna, un altro a Ghedi in provincia di Brescia e forniva bombe d’aereo a Emirati Arabia Uniti e Arabia Saudita. Un mese fa Meloni ha confermato la rimozione di ogni divieto ad Abu Dhabi come già stabilito da Draghi. Prontamente le commesse ai sauditi sono quasi triplicate da 47 a 123 milioni di euro e quelle agli emirati sono passate da 56 a 121 milioni di euro.

La Rwm ha fatto sapere ai cittadini riottosi di Domusnovas (Carbonia-Iglesias) che in questo periodo si fa incetta di contratti e bisogna assumere 150 operai. Alla vigilia dell’invasione della Russia, due anni fa, pure l’Ucraina ordinò bombe da Rwm in tre spedizioni per un totale di 223.000 euro. Com’è noto gli Stati Uniti, l’intera Nato, perciò l’Europa e dunque l’Italia sostengono la resistenza di Kiev con miliardi di euro in armi. Le donazioni italiane sono stimate in centinaia di milioni. Niente di preciso poiché tutto è coperto da segreto di Stato. Però di certo lo scorso anno, si legge nella relazione, l’Ucraina ha ricevuto/pagato esportazioni di materiale bellico italiano per 3,8 milioni di euro. Amici, sempre. Clienti, a volte.

(1. Continua)

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