Ci riprovano. Un nuovo appello, una nuova petizione, per difendere i loro colleghi e la libertà d'espressione, d'insegnamento e d'opinione in Turchia.
È l'iniziativa di un gruppo di centinaia di docenti universitari da Ankara a Istanbul per sostenere i 21 accademici arrestati la scorsa settimana con l'accusa di aver firmato un appello che definiva "massacro" quello che le forze armate turche stanno imponendo nel Sud Est del paese, contro le città barricate dei curdi. Dopo gli arresti (alcuni risolti in poche ore), e le molte sospensioni, le lettere di dimissioni obbligate, gli inviti insistenti a "togliere la firma" a cui sono stati costretti in molti fra i mille firmatari della prima campagna, arriva ora una nuova iniziativa. A difesa della libertà accademica.
«Tutti noi dissidenti abbiamo paura, per forza, vediamo quello che sta succedendo. Subiamo pressioni, retate, minacce di morte. A me hanno augurato di essere decapitato, a un mio collega di ragionare con una pistola alla tempia. Ma andremo avanti. Non accetteremo senza opposizione la riduzione delle differenze a una sola voce, in Turchia», dice Aykan Erdermir, non resident senior fellow della Fondazione per la difesa della democrazia di Washington e docente di scienze politiche all'università Bilkent di Ankara: «Gli arresti sono solo l'ultimo tassello di una lunga serie di attacchi, che arrivano dalle istituzioni come da gruppi di estremisti provocatori. Molti miei colleghi hanno ormai paura ad andare in ufficio».
Questo è il clima in cui vive l'opposizione democratica nelle università in Turchia dopo le elezioni del primo novembre, che hanno riconfermato al potere il partito del presidente Tayyp Erodgan. «L'Akp cerca di sfruttare ogni occasione per creare divisioni, per giustificare un'ingerenza, un controllo ancora più diretto sui poli della democrazia: è successo con la giustizia, con i media. E ora con gli atenei», dice il professore, che ha firmato questa nuova petizione: «L'obiettivo è silenziare ogni dibattito, ogni critica all'azione dell'esecutivo. Anche se non condividevamo del tutto il contenuto e il tono del primo appello sulla questione curda, ora in molti ci stiamo mobilitando. Perché non possiamo lasciare che il paese diventi una prigione a cielo aperto».
Una firma si è rivelata sufficiente a venire arrestati o licenziati. «E non è la solo minaccia con cui dobbiamo fare i conti», continua Erdemir: «Il 13 gennaio un noto boss della criminalità organizzata turca, sostenitore dell'Akp, ha minacciato i professori che avevano firmato l'appello per la pace dicendo: "Ci faremo una doccia nel vostro sangue"». Questo è il tono. «Quegli accademici sono stati definiti "traditori", terroristi, solo per aver espresso la loro opinione», dice: «E temo che la gran parte del paese, guardando le televisioni, potrebbe essersene convinta: perché a parte alcuni media alternativi che restano, la voce dei tg è unica».
Su tutto questo, ancora una volta, sorvola un'Europa silenziosa, che ha attaccato quello che è successo definendolo contrario ai principi di democrazia, ma sembra essersi mossa poco al di là di una serie di dichiarazioni. «Questo è per noi l'aspetto più preoccupante», dice il docente: «L'opposizione interna alla Turchia è spaventata. L'unico modo per darle forza è offrire un sostegno concreto dall'esterno alla pluralità democratica».
Ma non sembra questa ora la priorità: «Che è invece promuovere la Turchia come polizia di frontiera», sostiene Erdermir: «Il problema è che un paese autoritario può essere utile alla Ue nel breve termine. Ma nel lungo sarà un disastro, per Bruxelles come per lo stesso Akp: uno Stato che vuole risolvere militarmente ciò che può essere ricomposto solo col dialogo e la diplomazia, come la questione curda, che spinge i giovani e i docenti liberi a scappare, che mette a tacere il confronto, rischia di trasformarsi in uno Stato fallito. Con conseguenze disastrose per tutti».