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Ora la Turchia attende le mosse liberticide di Erdogan

Il presidente turco annuncerà misure straordinerie dopo il falito golpe. Ci si aspetta una serie di norme restrittive, il rafforzamento della legge islamica e forse l'applicazione della legge marziale. Mentre la metà laica che non sta con il "Sultano" e neanche con l'esercito vive nella paura

erdogan
Oggi è il giorno dell'attesa a Istanbul. Il presidente turco Tayyep Erdogan dovrebbe annunciare misure straordinarie. C'è chi teme uno stato di polizia in salsa islamica, chi lamenta la chiara deriva della Turchia nell'Iran del Medio Oriente. Le strade sussurrano di uno stato di fermo allungato da un giorno a una settimana, bisbigliano di una probabile imposizione della legge marziale.

In ogni caso prefigurano una prossima situazione politica in stile "Egitto", familiare all'Italia da quando l'omicidio di Stato compiuto ai danni di Giulio Regeni è diventato parte della nostra memoria collettiva.

Lo show televisivo dovrebbe avvenire nel pomeriggio alla conclusione del Consiglio straordinario dei ministri indetto per stamattina, dopo che il primo ministro e il ministro degli Esteri hanno cancellato la loro partecipazione al Consiglio sulla lotta al terrorismo dell'Isis a Washington.

Intanto i militari hanno fatto sapere che le unità di intelligence erano venute a sapere del colpo di stato ore prima della sua attuazione, rafforzando la convizione di molti, tra politici e intellettuali, che i tempi del Golpe siano stati forzatamente e disperatamente anticipati (sarebbe dovuto avvenire in mattinata) a causa dell'avvenuta scoperta, e che, nonostante i dinieghi ufficiali, il presidente ne fosse a conoscenza  e avesse deciso di utilizzarlo a suo favore.

«Sapeva che sarebbe successo e sapeva che ne sarebbe uscito da eroe», aveva raccontato già domenica scorsa la manager delle relazioni esterne di un grande albergo di Istanbul: «La metà della popolazione ha votato per Erdogan nella speranza che ripristini lo stato islamico, l'altra metà adesso è costretta a celare la sua identità quando parla con i giornali esteri, gli unici rimasti a raccontare quello che qui succeede davvero».

Lunghi capelli castani su una giacca blu, si guarda intorno in continuazione. Ha paura di perdere il lavoro, di essere minacciata. I timori reali si mecolano a quelli irrazionali come sempre avviene nei Paesi in cui la legge è diventata un'opinione e chi non si schiera con il più forte è considerato un traditore. «Solo cinque anni fa era bellissimo vivere in Turchia ma da allora ogni anno è stato un gradino verso il basso. E adesso le porte dell'Inferno si sono spalancate».

Dopo anni di bavagli alla stampa, di acquisto di gruppi editoriali con soldi delle banche pubbliche per sottrarli al controllo di imprenditori privati non allineati al regime, ieri Erdogan ha ufficialmente fatto chiudere otto siti online e 25 pubblicazioni minori. Tra queste anche Leman, il Charlie Hebdo turco che all'indomani del fallito colpo di stato aveva pubblicato una copertina che raffigura una mano che spinge un gruppo di soldati su un tavolo da poker e un'altra mano che risponde con un gruppo di persone. La vignetta accanto alla prima mano dice: «Io punto i soldati», quella accanto all'altra mano: «Io punto il 50 per cento», come se il fallito Golpe fosse stato il frutto di una mano di poker tra Erdogan e l'ex alleato, ora arcinemico, Fethullah Gulen.  

«Adesso ho paura che le tiepide leggi islamiche imposte fino ad oggi, come il bando della vendita di alcolici dopo le 10 di sera o a meno di 100 metri di distanza da una scuola o da una moschea, diventeranno più radicali», continua la manager dell'albergo. Le ronde di islamisti pronti a insultare le donne che non si vestono come vorrebbero loro sono già cominciate. Si sentono forti. «Molti dei supporter di Erdogan non hanno mai avuto una vera educazione, non hanno il senso del rispetto dell'avversario, del diverso. E ora si sentono in controllo del Paese, di tutto il Paese». 

Mentre ancora non si raccapacita dell'epurazione di massa compiuta ieri da Erdogan sulla base di liste infinite compilate evidentemente da molto tempo, mentre riflette sui risvolti sociali e politici che un'educazione di stampo islamico avrà sui giovani turchi e, dunque sul futuro del Paese, l'altro 50 per cento, democratico e laico, lo stesso che si era schierato venerdi notte contro il golpe militare, che per decenni ha lottato contro lo strapotere dei militari, adesso è in lutto. Abbattuto, sconfitto.
Ahmet ?ik, scrittore

Un leader democraticamente eletto sta uccidendo la democrazia che loro avevano strappato dalle mani degli uomini in divisa. Sono ben consapevoli che con le parole non se la riprenderanno. E qualcuno osa pronunciare l'impronunciabile. «Potrebbe esserci un secondo colpo di stato», riflette Unit Dolu, membro dell'Associazione turca in difesa dei diritti umani: «Non credo che i militari siano felici della reputazione che adesso si ritrovano appiccicata addosso, del modo in cui sono stati trattati i loro soldati, messi alla gogna come solo nelle peggiori dittature. E non scordiamoci che l'altro 50 per cento non è sceso in strada, per il momento è rimasto a guardare».

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