Il primo imperatore cinese impazzì. Unificò il Paese nel 221 avanti Cristo, al tempo in cui, nel Mediterraneo, Annibale progettava la seconda guerra punica. Creò l’esercito di terracotta e diede inizio ai lavori della muraglia cinese. Poi Qin Shi Huang, questo il suo nome, si mise in testa che doveva diventare immortale. Per questo assumeva quotidianamente del mercurio diluito che, invece di renderlo immortale, lo condusse alla follia. Gli ultimi anni furono caratterizzati dal terrore e dalla persecuzione verso gli intellettuali. Morì a soli cinquant’anni.
Qin Shi Huang è tuttavia uno dei più grandi personaggi della storia. Fondò l’impero cinese, cioè quella che rimarrà la maggiore potenza al mondo per ben duemila anni: più ricco e più popoloso dell’impero romano e di ogni altro Stato sorto a Occidente, fino all’ascesa dell’Inghilterra industriale. Ma Qin Shi Huang incarna anche la figura del tiranno per eccellenza: eccentrico, volubile, crudele, ma che non può essere destituito; ai sudditi non resta che sperare nella sua morte. Duemila anni dopo, agli occhi della modernità europea, quel «celeste impero» era diventato, per antonomasia, il modello del dispotismo e dell’immobilismo economico: così ad esempio lo vedeva Montesquieu, il filosofo illuminista che elaborò per noi l’idea della divisione dei poteri, oggi a fondamento di tutti gli ordinamenti democratici. Il liberalismo di Montesquieu, di Locke, ma anche degli illuministi italiani, quello inscritto nella costituzione americana e quindi affermatosi in tutta Europa, è ben consapevole dei rischi che comporta l’accentramento del potere: per gli altri, sudditi o meglio cittadini, ma anche per chi si trova ad esercitare il proprio dominio sugli altri.
Perché il potere può corrompere l’animo anche dei meglio intenzionati, è come un tarlo fatto di egotismo e ambizione, una vera e propria malattia secondo Montesquieu. E poi le persone cambiano comunque, a prescindere, anche se spesso ce ne dimentichiamo. È proprio per questo che a fondamento delle istituzioni liberal-democratiche troviamo il bilanciamento dei poteri: il potere che limita il potere, in un pluralismo che serve a preservare la libertà e la dignità di ogni persona. Ed è per lo stesso motivo che è stato introdotto il limite temporale per le cariche elettive: non più di due mandati, come è tradizione per il presidente degli Stati Uniti, la carica elettiva più importante al mondo; una regola divenuta legge nel 1951, dopo le quattro vittorie di Roosevelt.
Da allora il limite dei due mandati consecutivi si è esteso a un’infinità di altre cariche elettive, compresi ad esempio i sindaci dei comuni italiani. Con il crollo dell’Unione Sovietica è stato introdotto anche nella costituzione russa: perfino Putin ha dovuto sottostarvi e saltare un giro, accontentandosi di fare il primo ministro dal 2008 al 2012 (ed è un limite tuttora mantenuto, anche se la durata del mandato è stata estesa da 4 a 6 anni). Di più. Mentre altri regimi comunisti, dalla Corea del Nord a Cuba, prendevano la forma di dinastie ereditarie, già negli anni Ottanta la Cina istituiva il limite di due mandati per la figura del presidente. Sotto la guida di Deng Xiaoping, l’uomo che con le sue riforme consentì al Dragone di dare il via alla più spettacolare rimonta economica che si sia mai vista, la leadership comunista cinese era attenta anche a mantenere un bilanciamento dei poteri e una direzione collegiale, onde evitare il ripetersi degli orrori del Maoismo.
Tutto questo lasciava ben sperare, quanti credevano nelle «magnifiche sorti e progressive». L’idea di fondo era che alla crescita del reddito dovesse necessariamente accompagnarsi un’evoluzione in senso democratico della politica e delle istituzioni: si crea ovunque una classe media, benestante e istruita, che una volta soddisfatte le necessità materiali chiede di poter partecipare attivamente (e liberamente) alla res publica, alla vita civile e culturale del proprio paese; perché è parte essenziale della realizzazione personale.
Anche la Cina sembrava avviata su questa strada, come del resto prima di lei avevano fatto altri paesi di cultura confuciana come il Giappone e la Corea del Sud, o le stesse provincie dell’ex impero che non erano passate per la dittatura comunista, Hong Kong e Taiwan. Oggi la Cina sta recuperando l’antica centralità. È già la seconda economia del Pianeta, nelle sue città brulica una classe media di trecento milioni di persone che, per tenore di vita (il reddito medio a parità di potere d’acquisto), ormai non è lontana dai livelli dell’Occidente. È la più grande classe media al mondo. Eppure la Cina sta tornando indietro sulla strada della democrazia.
Nell’ultima Assemblea nazionale del popolo, il presidente Xi Jinping ha fatto abolire il limite dei due mandati. Ora potrà essere presidente a vita, come Stalin e Mao Zedong (che fu a vita presidente del partito), come Francisco Franco, come più o meno in tutte le dittature. Come un imperatore. Sul piano della storia mondiale questa è finora la notizia più importante che ci consegna il 2018. Anche perché si accompagna a una stretta ben più severa, sulle libertà personali in quel paese: a gennaio ad esempio è stato arrestato l’avvocato per i diritti umani Yu Wensheng, colpevole di aver criticato le politiche del presidente; ed è solo l’ultimo di una lunga lista.
Negli ultimi anni la fede liberal-democratica aveva già subito diversi scossoni. Alcuni ben noti in Italia: dal tragico fallimento delle primavere arabe all’involuzione autoritaria della Turchia, ai successi di Putin. Altri meno conosciuti, ma forse ancora più importanti: nel 2014 l’elezione a primo ministro indiano di Narendra Modi, che pure ha fatto crescere l’economia ma ha ridotto l’autonomia del potere giudiziario e limitato l’azione di decine di migliaia di Ong, in quello che è il secondo paese più popoloso al mondo e assieme al Giappone la più antica democrazia in Asia; nel 2016 abbiamo assistito a una drammatica svolta, autoritaria e regressiva (e che l’Occidente sembra ignorare), in Brasile, la settima potenza economica al mondo.
E naturalmente c’è stata l’elezione di Donald Trump, che infatti subito dopo la mossa di Xi Jinping si è affrettato a dichiarare che l’abolizione dei due mandati è una buona cosa e sì, andrebbe introdotta anche negli Stati Uniti. Si può sperare che Trump finisca per essere solo una parentesi nella storia americana: non ultimo perché imbrigliato dai “checks and balances “della sua costituzione, l’antica costituzione figlia dell’Illuminismo. Non sappiamo invece dove sta andando la Cina, quanto seria e duratura si rivelerà la svolta autoritaria: se sarà tale da spostare davvero il pendolo fra democrazia e dittatura nel mondo, aggiungendo il pesante carico del Dragone a quello che sta già avvenendo in molti paesi emergenti.
Di fronte a questo scenario, sarebbe fin troppo facile osservare che dovremmo ritenerci fortunati di vivere in Europa, il continente dove oggi la democrazia è più solida. E convincerci che le nostre istituzioni reggeranno, come forse faranno in America. Vero, in parte, ma conviene non farsi illusioni. La disuguaglianza, cresciuta in tutti i paesi avanzati negli ultimi anni, sta mettendo a rischio anche da noi la tenuta del sistema democratico: creando un divario fra popolo ed élite che non si vedeva dai tempi della prima guerra mondiale (ma allora non c’era il suffragio universale).
Sono disuguaglianze economiche, ma anche sociali, culturali. Territoriali, come si è visto nella Brexit o anche nel voto italiano. Quella classe media, la stessa che nei paesi emergenti non è ancora abbastanza forte (o convinta) per promuovere la democrazia, in Occidente si è assottigliata. E si è impaurita, spaventata dall’immigrazione. Le conseguenze le conosciamo. La democrazia è in fondo giovane, anche in Europa, ha appena un secolo di vita. Dopo il crollo del muro avevamo dato per scontato che si sarebbe progressivamente estesa al resto del mondo: la fine della storia, ottimisticamente annunciata da Francis Fukuyama. Ma non sta andando così. Sarà bene non dar nulla per scontato neanche da noi. Tenere alto il vessillo dei diritti, anche se il mondo non va nella direzione sperata. E ricordarci che il modo migliore per salvaguardare la democrazia, in Occidente, è ridurre le disuguaglianze.