Alcuni atti commessi da Israele possono aver violato la convezione sul genocidio. Così la Corte internazionale di giustizia de L'Aia ha sentenziato a proposito dell’accusa che il Sudafrica ha mosso nei confronti di Israele a fine dicembre. La giudice Joan Donoghue, che presiede la Corte, durante l’udienza ha sottolineato come l’Icj non fosse in questa fase tenuta ad accertare che Israele avesse commesso violazioni della Convenzione sul genocidio redatta dalle Nazioni Unite subito dopo la Seconda guerra mondiale, ma se le azioni compiute dal Paese di Netanyahu sembrassero poter rientrare nell'ambito delle violazioni.
La Corte ha ritenuto di sì. Dopo aver ricordato alcuni commenti disumanizzanti fatti da funzionari e membri del governo israeliano, dopo aver ribadito il gran numero di morti e feriti causati dai bombardamenti, le abitazioni distrutte, lo sfollamento forzato della stragrande maggioranza della popolazione e i grandi danni che hanno subito infrastrutture civili, l’Icj ha stabilito che alcune delle affermazioni del Sudafrica sulle violazioni dei diritti umani perpetrati da Israele sono giustificate. E che c’è sufficiente urgenza, data la grave situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, affinché vegano ordinate misure provvisorie contro Israele. Misure che «hanno effetto vincolante e creano quindi obblighi giuridici internazionali per qualsiasi parte a cui sono rivolte le misure provvisorie», ha ricordato la presidente Donoghue.
Così il tribunale dell’Aia ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi rapiti da Hamas lo scorso 7 ottobre ma anche a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire il genocidio, di punire chi lo incita, di impedire la distruzione delle prove che testimoniano gli atti compiuti, di fornire assistenza umanitaria alla popolazione della Striscia. La sentenza è stata comunicata dai 17 giudici della Corte penale interazione durante la seduta pubblica del 26 gennaio. Una sentenza con un importante valore politico perché non «archivia il caso» come richiesto da Israele. Ma che, nonostante definisca misure di prevenzione per tutelare la popolazione, si ferma prima di chiedere il cessate il fuoco.
Secondo i media israeliani, il primo ministro Netanyahu avrebbe intimato ai funzionari e ai membri del suo governo di non commentare la sentenza del’Icj. Ma alcuni l’hanno fatto ugualmente, come il ministro della Difesa Yoav Gallant che avrebbe criticato la Corte internazionale di giustizia, affermando che Israele «non ha bisogno di lezioni di moralità». E aggiunto: «Coloro che cercano giustizia, non la troveranno sulle sedie di pelle del tribunale dell’Aja, la troveranno nei tunnel di Hamas a Gaza, dove sono tenuti 136 ostaggi e dove si nascondono coloro che hanno ucciso i nostri figli». Per il governo sudafricano, invece, la sentenza della Corte delle Nazioni Unite rappresenta una vittoria decisiva. Così anche per il ministro degli Esteri palestinese che ha detto che la «Palestina accoglie con favore l’importante ordinanza», e per Hamas. Un suo funzionario, Sami Abu Zuhri, avrebbe detto a Reuters che la sentenza rappresenta uno sviluppo importante che contribuisce a isolare Israele e a denunciare i suoi crimini a Gaza.