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22 gennaio, 2026Articoli correlati
A dieci anni dalla morte del ricercatore italiano continua nel Paese la repressione del dissenso e del sindacalismo indipendente
Da quel 25 gennaio 2016, quando Giulio Regeni fu rapito dalle forze di sicurezza egiziane, sono passati dieci anni. Dieci anni di depistaggi e tentativi sistematici di insabbiare la verità, ostacolando il corso della giustizia. Come nel 2016, il sindacalismo indipendente, tema sul quale Regeni svolgeva ricerca per conto dell’Università di Cambridge, rimane tutt’oggi quasi completamente escluso dallo spazio pubblico egiziano. Quello stesso sindacalismo indipendente protagonista della rivoluzione del 2011, che al grido di “Pane, giustizia, libertà” rovesciò il regime trentennale di Hosni Mubarak.
Il periodo di pluralismo e indipendenza emerso con la rivoluzione del 2011, portò alla nascita della prima forma di sindacalismo indipendente nella storia egiziana. Fu in quel contesto che nacque l’Egyptian Federation of Independent Trade Unions (Efitu). La breve stagione rivoluzionaria, tuttavia, si tradusse in un ulteriore regime militare, quello attuale guidato da Abdel Fattah al-Sisi. Con il regime instauratosi in seguito al colpo di stato militare del 2013, l’Egitto ha visto tornare un rinnovato sistema di corporativismo autoritario e cooptazione statale. Lo storico sindacato Egyptian Trade Union Federation (Etuf), fondato nel 1957 da Gamal Abdel Nasser, ha riacquistato la sua posizione di egemonia, agendo non come un rappresentante dei lavoratori ma come un braccio operativo del regime per mediare e contenere il conflitto sociale. In quest’ottica, la repressione del dissenso, inclusa quello sindacale, viene giustificata attraverso una narrazione securitaria, etichettando gli oppositori come minacce alla sicurezza nazionale o terroristi.
Per impedire l’organizzazione indipendente, il regime utilizza non solo la forza coercitiva, ma anche metodi formalmente legali e istituzionali. L’egemonia dell’Etuf, infatti, è garantita anche da un quadro legislativo restrittivo esemplificato dalla Legge 213/2017. La norma ha imposto criteri di registrazione molto difficili da soddisfare per i sindacati indipendenti, richiedendo un numero di iscritti elevatissimo (almeno 150 per un comitato aziendale e 200mila per una federazione). Un’egemonia tradottasi anche in una progressiva marginalizzazione degli indipendenti: al 2018, solo 122 sindacati indipendenti su 1000 erano riusciti a ottenere il riconoscimento ufficiale, lasciando gli altri in una sorta di limbo legale o costringendoli alla chiusura. Nel 2025, come denunciato dall’International Trade Union Confederation, 14 sindacati indipendenti, pur avendo soddisfatto i requisiti formali di legge, non sono riusciti a ottenere il riconoscimento ufficiale, non potendo quindi operare legalmente.
Il sindacalismo indipendente egiziano vive di fatto una condizione di assedio da parte dell’apparato statale, anche a causa della crescente militarizzazione dell’economia. La stessa che mostra la contraddizione di fondo del regime di al-Sisi: mentre quest’ultimo promuove misure neoliberali per ottenere prestiti dal Fondo Monetario Internazionale (il principale creditore dell’Egitto) e attrarre investitori stranieri, allo stesso tempo rafforza una presa monopolistica e statalista che impedisce una reale liberalizzazione economica. Il caso egiziano, in tal senso, può essere considerato un esempio di neoliberismo autoritario, concetto teorizzato da Ian Bruff nel 2014. Un sistema di governo nel quale le politiche economiche neoliberali – come privatizzazione, deregolamentazione e austerità – sono implementate attraverso la coercizione, la restrizione della partecipazione democratica e la repressione dell’opposizione. Ciò non solo impedisce una reale concorrenza, ma limita drasticamente lo spazio di manovra per il dissenso.
L’obiettivo primario del sistema è, quindi, generare capitale per sostenere il regime e le istituzioni controllate dal presidente e dai militari stessi, in un contesto di capitalismo di Stato in cui l’esercito funge da motore principale dell’economia egiziana. Le imprese di proprietà militare, diffusissime nel Paese, hanno portato a vere e proprie zone franche per i diritti dei lavoratori. Nelle aziende controllate dall’esercito, infatti, è vietata qualsiasi forma di organizzazione sindacale.
In aggiunta, le imprese militari godono di privilegi unici, come l’esenzione da tasse e dazi doganali, assorbendo una quota sproporzionata di fondi pubblici e sottraendo capitali a settori potenzialmente più produttivi. Eventuali scioperi o errori sul lavoro vengono trattati come violazioni della sicurezza nazionale e giudicati da tribunali militari, con pene severissime. Tali misure, secondo le autorità egiziane, sarebbero necessarie perché la mobilitazione dei lavoratori potrebbe essere strumentalizzata da attori esterni o mettere a rischio la stabilità sociale ed economica.
Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse, ma sono profondamente mutate. Le azioni collettive oggi avvengono quasi esclusivamente a livello locale o di singola fabbrica, prive di un coordinamento nazionale o del supporto di grandi federazioni indipendenti. Per timore di ritorsioni, i lavoratori tendono a limitare le proprie richieste a questioni economiche immediate (come aumenti salariali o richieste di bonus) evitando obiettivi politici più ampi, come la libertà di associazione. La repressione ha portato anche a una frammentazione del tessuto sociale: gli attivisti si sentono isolati e spesso scelgono la propria sicurezza personale o familiare rispetto all’impegno collettivo.
Il Committee for Justice, organizzazione indipendente per la tutela dei diritti umani, ha documentato nel periodo marzo-aprile 2025 un aumento delle violazioni e delle pratiche abusive nei confronti dei lavoratori: licenziamenti ingiustificati, detrazioni arbitrarie sugli stipendi e lavoro non pagato in diverse imprese. In alcuni casi, come alla National Company for Protected Cultivation, le autorità hanno risposto ai sit-in di protesta con interventi delle forze di sicurezza e arresti di dipendenti accusati di “assemblea illegale” e di aver “interrotto la produzione”, nonostante le rivendicazioni salariali circa il salario minimo fossero formalmente giustificate.
La stabilità del sistema è rafforzata non solo dalla frammentazione interna dei lavoratori, ma dallo stesso sostegno internazionale. Unione Europea, Stati Uniti e Paesi del Golfo sostengono il regime egiziano per ragioni geopolitiche, di sicurezza e controllo migratorio, nonostante le documentate violazioni dei diritti umani. L’Ue in particolare continua a sostenere finanziariamente Il Cairo. Per il periodo 2024-2027 sono stati stanziati 7,4 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, per una diversificazione delle forniture energetiche e per ottenere cooperazione nel controllo dei flussi migratori. Un impegno internazionale coerente, a partire da una condizionalità economica più stringente basata su reali garanzie di rispetto dei diritti umani, appare quindi fondamentale per spingere il regime egiziano verso un’apertura dello spazio civico e sindacale.
E il caso Regeni, simbolo di un sistema che si scaglia anche contro la produzione di conoscenza sul tema, resta un punto di contatto tra repressione, apparato securitario e interessi geopolitici. In una responsabilità e impunità non solo egiziane, ma anche internazionali.
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