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11 febbraio, 2026Dall’inizio della tregua di ottobre, le operazioni militari israeliane si sono ridotte, ma non si sono fermate
Il gioco consiste nel mimare l’arrivo di un razzo sulla propria casa: qualcuno muore, gli altri bambini estraggono il “cadavere” dalle macerie e lo portano via. Un diplomatico che ha assistito più volte a questa scena nei suoi viaggi a Gaza durante la guerra, e che preferisce restare anonimo, racconta di aver visto la stessa scena anche nei disegni dei bambini. La sua spiegazione è che i più piccoli riproducono nei giochi l’unica realtà che conoscono. «Vivono circondati da violenza e morte, e questo è il modo per normalizzarle». Dall’inizio della tregua di ottobre, le operazioni militari nella Striscia sono diminuite ma non si sono fermate. Si continua a morire, come Nasser Shamia, sedicenne di Jabalia, colpito lo scorso dicembre alla testa da un drone israeliano e morto dissanguato a cinquanta metri dalla “linea gialla”. Il suo corpo è stato poi fatto a pezzi da un bulldozer dell’esercito.
Quando non arrivano bombe e cecchini, si muore per mancanza di cure, fame e freddo. In meno di un mese, nell’enclave assediata e a corto di cibo, farmaci e ripari sicuri a causa del blocco imposto dalle autorità israeliane, nove bambini sono morti per ipotermia. L’ultima, Shatha Abu Jarad, aveva pochi mesi e viveva in una casa bombardata, senza porte né finestre.Gaza resta il luogo più pericoloso al mondo per i bambini. Oltre ventimila minori sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023, l’Unicef denuncia anche la morte di almeno cento bambini dall’inizio della tregua. Senza contare gli orfani e i mutilati costretti a vivere in tende senza adeguata assistenza sanitaria. A ciò si aggiunge una devastazione psicologica profonda. «Crescere qui è come costruire un edificio su un terreno scosso da continui terremoti», spiega il diplomatico. «Anche quando le scosse cessano, le fondamenta restano compromesse e servirebbero interventi esterni per evitare il crollo».
Secondo Ajith Sunghay, responsabile dell’ufficio di Amman dell’Alto commissariato per i diritti umani nei territori occupati delle Nazioni Unite, la decisione israeliana di espellere 37 Ong internazionali e di colpire l’Unrwa avrà effetti devastanti su una popolazione composta per quasi la metà da minori. Il blocco degli aiuti provocherà carenze immediate in sanità, cure mediche, protezione e alloggi. «Senza organizzazioni come Medici senza frontiere, donne incinte e neonati perderanno l’accesso a cure vitali, così come il supporto psicologico necessario a famiglie e bambini traumatizzati dalla guerra».Pur senza una guerra dichiarata, lo scenario di Gaza si è da tempo esteso alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est, come dimostrano i continui attacchi dei coloni, quasi sempre in coordinamento con l’esercito, e le quotidiane operazioni militari. Per Joel Carmel, volontario dell’organizzazione di ex militari “Breaking the Silence”, la “gazificazione” della Cisgiordania non è solo nell’intenzione del governo di estendere il controllo territoriale, ma anche nel cambio radicale delle regole di ingaggio dei soldati: «Arrivano con la mentalità della guerra di Gaza dove quasi tutto è possibile», spiega. A pagarne il prezzo è un’intera generazione di bambini e adolescenti palestinesi che vivono nel terrore di essere uccisi o arrestati. Dal 7 ottobre, su oltre mille persone assassinate da coloni o soldati nella West Bank, 220 sono minori. L’ultima vittima è Mohammad Na’san, 14 anni, di Al Mughayyir. In questi casi l’impunità è totale: la versione dei militari è che avrebbero sparato perché il bambino «portava una grande pietra con sé ed era pronto a lanciarla».
Al Mughayyir è uno dei villaggi più colpiti per la sua posizione strategica tra Ramallah e la Valle del Giordano, area in cui il trasferimento forzato delle comunità palestinesi è più avanzato. Secondo la Ong israeliana B’tselem, tra ottobre 2023 e la fine di gennaio 2026 sono stati sgomberati con la forza 44 insediamenti palestinesi e altri 12 parzialmente, coinvolgendo oltre 1.200 bambini. Per il portavoce Yair Dvir, l’impatto della «pulizia etnica» sui minori è devastante: «Vivono in uno stato di terrore permanente, dopo anni di incursioni violente dentro i villaggi e nelle case, assistendo con i loro occhi alle aggressioni contro i familiari».
Molti genitori scelgono di fuggire per salvare i figli, ma la distruzione dei villaggi e il trasferimento forzato significano perdere la casa e la rete comunitaria. Alcune famiglie trovano riparo nelle città, altre costruiscono rifugi precari in aree insicure, dove mancano scuole e asili, rischiando nuovi sgomberi.
Mentre a Gaza i bambini hanno perso due anni di scuola, in Cisgiordania l’istruzione è gravemente compromessa dalle incursioni militari, dagli scioperi degli insegnanti – dovuti al mancato pagamento degli stipendi da parte dell’Autorità Palestinese, legato al sequestro delle tasse da parte di Israele – e da centinaia di check point che si aprono e chiudono arbitrariamente. Oltre alla distruzione delle infrastrutture civili.
All’inizio del 2025, l’espulsione forzata di 40mila persone dai campi di Nur Shams, Jenin e Tulkarem ha lasciato senza casa e scuola una popolazione composta in gran parte di minori. Nel campo di Balata, vicino Nablus, le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane e le scuole restano chiuse per giorni: «Abbiamo bambini di 7-8 anni non sanno ancora leggere», denuncia Ahed Cusini dello Yafa Center.
La situazione è aggravata dalla “guerra” dichiarata da Israele all’Unrwa. Prima del conflitto l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi gestiva 288 scuole e due centri di formazione professionale, con oltre 300mila studenti. L’Unrwa calcola che oggi a Gaza il 97 per cento delle infrastrutture educative è distrutto o utilizzato come rifugio, lasciando 660mila bambini fuori dal sistema scolastico. In Cisgiordania l’Unrwa gestisce 96 scuole (sei a Gerusalemme Est sono state chiuse dalle autorità israeliane) per 48mila studenti, ma almeno 5.200 tra questi subiscono interruzioni prolungate dell’istruzione. Nonostante gli sforzi dell’Unrwa e del ministero dell’Istruzione palestinese con didattica online e piattaforme di e-learning, «il rischio concreto è quello di avere una “generazione perduta” di bambini», avverte il funzionario dell’Unrwa Jonathan Fowler: «Alcuni hanno già perso fino a cinque anni di apprendimento cumulativo».
In molti casi i minori sono presi di mira direttamente dalle forze di occupazione. Secondo Addameer, organizzazione palestinese per i diritti dei detenuti, dal 7 ottobre sono stati arrestati almeno 1.650 bambini solo in Cisgiordania; 350 risultano tuttora detenuti, spesso senza accuse formali. A Gaza, il numero è ignoto: molti minori sono scomparsi con le loro famiglie durante i bombardamenti o nei mesi di attività della Gaza Humanitarian Foundation, al centro di gravi “incidenti” che hanno causato almeno 2mila morti. E l’esercito non comunica dati attendibili su numero e identità dei trattenuti nei centri di detenzione. «L’arresto dei bambini è una pratica costante dal 1967 – spiega l’ attivista per i diritti umani ed ex direttrice di Addameer, Sahar Francis – ma dopo il 7 ottobre la violenza è diventata indiscriminata. I raid avvengono spesso all’alba, con porte sfondate, esplosioni e urla. I minori vengono ammanettati, talvolta bendati, picchiati e trasferiti senza che alle famiglie venga comunicato dove si trovino: vere e proprie sparizioni forzate, diffuse soprattutto a Gaza». Dall’enclave arrivano testimonianze estreme, come quella di S.R., 15 anni, arrestato durante l’evacuazione di Al-Sultan e usato per 48 giorni come scudo umano: costretto a entrare durante i combattimenti nelle case prima dei soldati, è sopravvissuto per miracolo alla demolizione di un edificio in cui era stato costretto a entrare e poi colpito dal fuoco di un carro armato.
Altri minori sperimentano le durissime condizioni dei centri di detenzione e delle carceri israeliane, dove non esistono differenze rispetto al trattamento riservato agli adulti. M.K., 17 anni, arrestato all’alba vicino alla linea costiera di Netzarim e trasferito tra il campo militare di Sde Teiman e le prigioni di Ofer e Megiddo, racconta di essere rimasto ammanettato giorno e notte per mesi, con cibo insufficiente, pochi vestiti e condizioni igieniche degradanti. Le aggressioni erano quasi quotidiane, con cani, manganelli, granate stordenti e pestaggi. Le cure mediche venivano negate o ridotte al solo paracetamolo.
Y.H., 17 anni, arrestato nel luglio 2024 in Cisgiordania, riferisce di essere stato costretto a rimuovere da solo i punti di sutura ai molari dopo mesi di richieste ignorate. Racconta anche di bambini con gravi problemi respiratori o affetti da scabbia, a cui sono rifiutate le cure, e di detenuti picchiati e trasferiti per aver chiesto assistenza per i loro giovani compagni.
Per Khalid Kuzmar, presidente di Defense for Children Palestine (Dci), «dal 7 ottobre il numero dei bambini arrestati è triplicato e, se prima si registravano 5–10 casi annui di detenzione amministrativa, oggi circa un terzo dei minori detenuti si trova in questa condizione. Tortura e uso della fame come punizione sono pratiche diffuse».
Le autorità israeliane giustificano gli arresti con motivi di sicurezza, ma spesso i bambini vengono arrestati nelle loro case o fermati per il lancio di pietre, reato che secondo la legge israeliana può comportare pene da 10 a 20 anni di carcere. Nei tribunali militari, racconta Kuzmar, il diritto internazionale viene ignorato: «Di fronte alle mie rimostranze per un caso, un giudice mi ha ricordato ridendo che ero in un tribunale militare, non davanti alla Corte penale internazionale».
Sulla base di una lunga esperienza come avvocato difensore, Kuzmar descrive un sistema giudiziario in cui le tutele per i minori sono svuotate: colloqui con gli avvocati sotto sorveglianza, assenza di riservatezza, bambini intimiditi dalla presenza dei carcerieri, famiglie impossibilitate a visitare i loro figli e ammesse solo in videoconferenza durante le udienze. Oltre al ripristino del diritto, emerge un bisogno enorme di supporto psicologico: «Molti minori rilasciano testamenti o dicono che “non c’è futuro per i bambini in Palestina”, segno della disperazione di un’intera generazione che conosce solo violenza e sopraffazione».
Kuzmar sostiene il governo israeliano applica una politica della “mano libera”, sostenuta da figure come il ministro Ben-Gvir, che garantisce impunità a carcerieri, soldati e coloni. Sahar Francis cita il caso di Walid Khalid Abdullah Ahmad, 17 anni, morto per fame e disidratazione nel carcere di Megiddo: nonostante autopsia e testimonianze, il caso è stato archiviato. Anche lo stupro documentato a Sde Teiman rischia la chiusura perché la vittima è stata rimandata a Gaza e dichiarata “irreperibile”. Con l’accusa di aver diffuso il video è stata arrestata la procuratrice capo dell’Idf Yifat Tomer-Yeroushalmi. Per Joel Carmel, il governo ha sfruttato la disumanizzazione dei palestinesi per spostare l’attenzione dai presunti crimini dei soldati alle cosiddette colpe dei magistrati, segnando un ulteriore passo verso una impunità sistemica: «Oggi è quasi impossibile che i militari vengano ritenuti responsabili dal sistema, perché quest’ultimo è strutturato per proteggerli, qualunque cosa facciano».
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