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26 gennaio, 2026Oltre duecento organizzazioni umanitarie schierate contro il nuovo regolamento comune che Bruxelles intende adottare entro la metà del 2026
Con il nuovo progetto europeo di gestione dei rimpatri, il futuro di chi migra verso l’Europa si fa ancora più incerto, tra rischi di detenzione e deportazione crescenti. Se invertirne la rotta e spingere le persone altrove è l’approccio che la Commissione europea predilige da tempo, nel Regolamento sui rimpatri proposto il ricorso alla criminalizzazione dei migranti diventa la norma. Al nuovo regolamento si oppongono 207 organizzazioni nazionali e internazionali che denunciano: «I movimenti delle persone vengono trattati come una minaccia, giustificando deroghe alle garanzie fondamentali».
La Commissione intende adottare un sistema comune di rimpatrio entro la metà del 2026 sostituendo la direttiva europea del 2008. «Potenziare il rimpatrio forzato e incentivare quello volontario», si legge nel documento, è uno dei principali obiettivi. I proponenti stilano una serie di misure volte a «semplificare» le procedure, prevedendo, per la prima volta, anche la possibilità di rimpatriare una persona contro la sua volontà verso un Paese fuori dall’Unione europea con cui non ha alcun legame.
Questa estensione moltiplica i rischi, spiega Andreina De Leo, ricercatrice di Diritto dell’Unione europea all’Università di Maastricht e socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: «Da un lato aumenta la probabilità di rimpatri verso contesti che non offrono garanzie minime di protezione, dall’altro lato riduce drasticamente le possibilità di una reale integrazione dopo il trasferimento». Quello che si prospetta è un circolo vizioso di spostamenti forzati, vulnerabilità e nuove partenze, che mina la sostenibilità stessa del sistema di rimpatri e aumenta il rischio di violazione dei diritti.
La Commissione propone inoltre di aumentare i periodi di detenzione dei migranti considerati irregolari da 18 a 24 mesi, ampliando il trattenimento a chi non possiede il titolo di soggiorno, inclusi i minori. La misura riguarda anche chi non può fornire un indirizzo di abitazione e chi utilizza documenti falsi o irregolari, una pratica che spesso è inevitabile per chi fugge da guerre o persecuzioni. «Così la detenzione, che dovrebbe restare l’extrema ratio, diventa uno strumento ordinario e sistematico della politica dei rimpatri», osserva la ricercatrice.
L’espansione dei Paesi verso i quali è possibile rimpatriare i migranti e l’aumento dei casi per cui è permessa la detenzione amministrativa sono interventi che, secondo la Commissione, dovrebbero far diventare la gestione dei rimpatri più «efficiente». «La proposta mira a rendere le procedure più rapide, ma lo fa imponendo regole che riducono la possibilità per gli Stati membri di offrire tutele aggiuntive – dice De Leo – e questo produce un duplice effetto: aumenta in linea teorica la capacità operativa dell’Unione di eseguire rimpatri, ma comprime gli spazi di valutazione individuale e la protezione per le persone coinvolte».
Amnesty International valuta il regolamento proposto come un insieme di misure coercitive, traumatiche e lesive dei diritti. Per Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione in Italia, «una politica migratoria europea guidata da logiche di deportazione, esternalizzazione e punizione, soprattutto nei confronti delle persone razzializzate, significherà che un numero sempre maggiore di persone verrà spinto in un limbo giuridico e in condizioni pericolose. L’Unione europea confermerà dunque che intende contribuire all’indebolimento, se non al vero e proprio collasso, del sistema internazionale di protezione dei diritti umani».
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